Italiani all’estero: state sereni!!

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Sì, lo sappiamo tutti: l’Italia è un paese depresso, bloccato, che non offre opportunità ai giovani, non premia il merito, afflitto dalla burocrazia e dalla corruzione, ecc. ecc. Lo abbiamo detto, letto e scritto.

Avvertenza

Questo articolo fa largo uso di generalizzazioni e non pretende in alcun modo descrivere in modo esaustivo e globale il vastissimo e complesso spettro dei comportamenti intimi e le esperienze della totalità delle/gli italiane/i che vivono all’estero.

Anche per questo tante/e italiane/i lasciano il Belpaese e vanno all’estero a far fiorire le proprie idee e i propri talenti. Il fenomeno è così rilevante che, certamente, sarà studiato nei libri di storia tra qualche anno, proprio come le grandi emigrazioni di circa un secolo fa.

Non per questo si tratta di un fenomeno imprevisto e imprevedibile: era più che ovvio attendersi che, una volta “aperte le frontiere” con l’Europa, le/gli italiane/i si muovessero “spontaneamente” verso i luoghi dove si guadagna meglio e dove è più facile realizzare le proprie ambizioni. Ricordiamocelo: eccetto forse un decennio tra anni ’50 e ’60, l’Italia è un paese cronicamente in crisi, che non offre opportunità ai giovani, non premia il merito, afflitto dalla burocrazia, dalla corruzione e dalle mafie, ecc. ecc.: è sufficiente rileggersi giornali e libri scritti anche nel recente passato. Il declino è costante e, se oggi più italiane/i se ne vanno, è più che altro perché il processo è oggi meno traumatico e, appunto, le frontiere (in senso lato) sono più facili da attraversare: grazie a internet, Skype, voli low cost, ecc. vivere a Londra non significa tagliare ogni legame con “casa”.

Si è dunque creato un vero e proprio gruppo sociale denominato “italiane/i all’estero” composto, in genere, da persone qualificate, istruite, che continuano a mantenere un costante ed attivo contatto con l’Italia, esprimendo opinioni e prendendo posizioni sulla politica e società italiana, al punto che c’è chi immagina di costituire un vero e proprio movimento politico.

Si tratta ovviamente di un insieme di persone variegato, ma – generalizzando – esistono vari tratti distintivi e comuni. Ed uno tra questi è il rapporto con la Madrepatria, spesso caratterizzato da un misto di malcelata nostalgia e un cronico ed italianissimo lamentarsene: l’Italia è un paese senza speranze, che non ha offerto loro le opportunità e le condizioni per realizzarsi così come invece accade all’estero, ecc. ecc..

Se dovessimo indicare un carattere identitario dell’essere italiani, dopo l’amore per il cibo e scambiarsi battute su Fantozzi, c’è il lamentarsi dell’Italia. Lamentarsi dello Stato, del governo, degli altri italiani, di Fanfani, di Andreotti, di Craxi, Berlusconi, Renzi e poi di chi verrà dopo: un atteggiamento tipico di chi è abituato e preferisce chiedere a chi è più in alto invece che ribellarsi e/o costruire alternative (in Italia non c’è mai stata un’autentica rivoluzione e anche il fascismo non è stato abbattuto da una sollevazione popolare). E affinché chi detiene soldi e potere conceda qualcosa a chi è in basso, chi è in basso deve suscitare pietà, commiserazione, pena, ossia deve lamentarsi.

Ma il cronico ed italianissimo lamento delle/gli “italiane/i all’estero” ha anche altre origini ed altre ragion d’essere: lamentandosi dell’Italia si vuole in qualche modo fornire una giustificazione al fatto di esserne andati.
Giustificazione verso chi o cosa? Perché? Perché benedetto Iddio??

[foto: Bruce Davidson]

[foto: Bruce Davidson]

Innanzitutto esiste ancora, in Italia, il trauma dell’emigrante dei secoli passati, di chi, morto di fame, andava a lavorare in miniera e lasciava tutto e tutti dietro di sé. Nessuno vuole passare per quell’emigrante analfabeta con la valigia di cartone, e quindi ci tiene a porre l’accento (tendendo all’ossessione) su quanto lui/lei siano qualificati, bravi, titolati, ecc. ecc. e la colpa è tutta dell’ingrata Italia. Forse è davvero così, ma stai tranquilla/o! Perché quest’ansia? Perché ogni volta devi rimarcare questo fatto anche quando non ti è stato chiesto!?…Sarà forse un po’ di insicurezza?…Sarà forse che hai un affanno di scusarti di qualcosa che in realtà è una tua paranoia? Sarà che dovresti guardarti allo specchio senza filtri e senza ansie di giudizio? Sarà forse, ad esempio, che in Italia non hai avuto voglia e/o le capacità di nuotare controcorrente (come è indubbiamente necessario fare per costruire qualcosa)? Niente di male: non tutti siamo premi Nobel e non tutti siamo Steve Jobs. Lo sappiamo che in Italia è difficile, non ci sono opportunità, ecc., ma qualcuno, anche in Italia ce l’ha fatta e costruisce cose bellissime, senza essere raccomandato/a e/o figlia/o di papà: sono i più bravi, i più brillanti, i più fortunati, i più tenaci. Se tu non sei tra queste/i, se non sei brillante, brava/o, fortunata/o, tenace, ok, no problem, va benissimo così, ti vogliamo bene lo stesso, ma puoi anche non dare tutta la colpa all’Italia…

tumblr_lyiqbg0fxn1qz6f9yo1_500Inoltre, altro tratto tipicamente italiano (o latino), andarsene dall’Italia, dalla casa, dalla “famiglia”, viene sempre, in qualche modo, percepito come un “tradimento”, sia da chi va e sia da chi resta. Ma come?!? Non stavi bene qui a casa con noi? Guarda che all’estero le cose vanno come qui! Ma che te ne vai a fare? Non ci vuoi bene? Ecc. ecc.. Tante scelte sono troppo spesso percepite e giudicate prendendo la famiglia e i legami personali come principale riferimento; quindi se il lavoro, l’ambizione, la curiosità e/o la necessità ti allontanano dalla famiglia, significa che stai un po’ “tradendo” e rinnegando la famiglia stessa (in senso molto lato). E quindi bisogna giustificarsi, scusarsi, avere a che fare con sensi di colpa… ovviamente imputando il tutto all’irriconoscente Italia…

In alcuni casi, l’italiana/o è finito all’estero a fare un lavoro completamente diverso da quello per cui aveva studiato: il barista, il pasticciere, l’organizzatrice di matrimoni e via dicendo…Benissimo!!! Mestieri dignitosissimi ed infatti chi li fa, a Valencia, in Lussemburgo, a Bruxelles, è spesso felice e contento/a. Forse era proprio quello che volevi fare, quello che davvero ti rende felice!! La decisione più cruciale da prendere nella vita è se il cammino che è stato preparato per noi (dalla famiglia, dalla società, da tutto l’ambiente circostante) è quello che ci conduce alla felicità oppure se sarebbe bene percorrerne uno diverso, tutto nuovo e che spesso costa fatica. Sei andato a fare il barista a Berlino dopo anni di frustrante praticantato in uno studio di avvocato a Roma e sei felice e realizzato? Bene, bravissimo! Scegliere una vita diversa da quella che ci era stata predisposta è assai difficile e chi ci riesce ed è felice, è da ammirare. Soprattutto perché spesso ciò richiede “rompere” schemi piccoli o grandi, e questo non è mai facile: si rischia di scontentare persone care, aspettative e in genere un secolare “precipitato” di consuetudini che spinge in una direzione. Ma allora lascia perdere l’Italia e le sue inefficienze benedetto Iddio! Il barista forse avresti potuto farlo anche a Roma: non era facile, forse sarebbe stato più difficile. Forse l’andare all’estero è stata una scorciatoia per sfuggire al modello di vita che tutti s’attendevano da te, perché a Berlino è tutto nuovo, ci sono meno condizionamenti e si può essere più liberi; niente di male: in tanti rimangono intrappolati in una coppia, in un lavoro, in una vita frustranti per mancanza di coraggio, tu invece il coraggio lo hai avuto! Forse rimanendo a Roma ne avresti dovuto avere di più e non ce l’avresti fatta, ma ora sei un barista felice! E allora goditi la tua felicità, senza tirare in ballo l’Italia! Se hai dei conti da fare con te stesso e/o con le tensioni che la tua scelta ha generato, falli davanti allo specchio senza, ancora, ripetere l’eterno lamento sulle croniche tragedie italiche.

[foto: Jürgen Bürgin]

[foto: Jürgen Bürgin]

C’è poi chi è finito all’estero per amore, e anche questo è bellissimo! In un’epoca che tende a concentrarsi soprattutto sull’individuo ed in una società in cui gli esempi di “progresso” sono famiglie mononucleari, è un atto di coraggio prendere armi e bagagli e lasciare casa propria per “metter su famiglia” altrove. E gli atti di coraggio non sempre sono ben accolti da chi ci sta intorno perché mettono in discussione le scelte di chi il coraggio non l’ha avuto. Ma cosa vai a fare? E’ un rischio assurdo!! Perché devi lasciare tu tutto e invece lei/lui se ne sta a casa sua?!?! Perché non viene lei/lui qui??! Non è facile dire agli altri e a se stessi che si è fatta una scelta così difficile per stare insieme ad un’altra persona. Ma tu l’hai fatta! Siine orgoglioso/a e impara a gestire le tensioni e le nostalgie guardandole negli occhi… senza ancora una volta tirar fuori la depressa Italia…

L’Italia è bloccata, depressa, impotente e terra di mafie e sfruttamenti; la nostalgia è canaglia, il cappuccino all’estero non sanno cosa sia, i mutui sono secolari, e vedere i tuoi parenti in una web cam non è come pranzare con loro la domenica… tutto verissimo e sacrosanto… ma comunque… italiane e italiani all’estero… stiamo più sereni!

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12 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesca

    ‘State sereni’ quando una nazione ha risorse culturali che permetterebbero a trentacinquenni di dirigere musei e castelli e aree archeologiche e biblioteche e parchi naturali e culturali e invece dobbiamo assistere ad un arrabattarsi per spillare lo sporadico finanziamento richiesto al politico di turno e dobbiamo vedere ultra sessantacinquenni ancora ‘comandare’ e mettersi in mostra per un démodé modus vivendi?
    State sereni un corno
    Meglio direttori alla National Gallery o costumisti vincitori di Oscar piuttosto che scrittori di articoletti che per arrivare a fine mese devono chiedere soldi a mammà…o al politichetto di turno

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  2. Serena

    La ringrazio moltissimo, ma sono già “Serena” di mio, soprattutto all’estero. Articolo di cui un tedesco (ma non solo questo) direbbe: ” … das die Welt nicht braucht”. Saluti.

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    • Stefano Heinen

      Record di luoghi comuni in una pagina. Anche questo è qualcosa di cui andare fieri. Cordialement, Stefanó

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  3. Rinaldo

    Non entro nel merito di quanto da Lei ha scritto – salvo per il fatto che secondo me Lei ha solo “sfiorato” la questione – ma le scrivo in quanto sento forte il mio personale dovere/diritto di farle presente due errori di carattere storico da Lei citati, perlomeno a mio parere, con conseguente mia finale e personale considerazione.

    La prima e’, stando a quanto Lei riporta: “…Ricordiamocelo: eccetto forse un decennio tra anni ’50 e ’60, l’Italia è un paese cronicamente in crisi, che non offre opportunità ai giovani, non premia il merito, afflitto dalla burocrazia, dalla corruzione e dalle mafie, ecc. ecc.: …”
    Le ricordo che tra gli anni 50 e 60, LO STATO ITALIANO ha letteralmente
    VENDUTO LA CARNE DEGLI ITALIANI all’estero (Belgio e Francia in primis) con tanto di contratto firmato, in cambio di carbone (Le dice nulla la tragedia di Marcinelle e del perche’ gli italiani al tempo lavoravano nelle miniere o nelle acciaierie ? – ma non si dovevano lamentare e stavano sereni – ) in quanto in questo stato italiano (volutamente minuscolo), mancavano le risorse energetiche per la ripresa produttiva e il danaro per acquistarle (salvo poi il fatto che quando l’Ingegner Mattei ha cercato di svilupparle, osteggiato dal governo, proprio tra gli anni 50 e 60, allo stesso e’ capitato diciamo un incidente inizio anni 60, e lo stato italiano ha pensato bene di statalizzare l’Eni, ahime’, per disgrazia, rimasta senza guida).
    Altrocche’ se era in crisi anche in quel periodo, il cosiddetto stato italiano.
    Non ha saputo fare di meglio, ne’ allora, ne’ poi. Complimenti per “lo sviluppo economico” ed il coraggio sociale che al tempo, e tutt’ora, ha dimostrato e dimostra.

    La seconda, sempre a quanto lei scrive “…. un atteggiamento tipico di chi è abituato e preferisce chiedere a chi è più in alto invece che ribellarsi e/o costruire alternative (in Italia non c’è mai stata un’autentica rivoluzione e anche il fascismo non è stato abbattuto da una sollevazione popolare).”
    Ci sono stati centinaia di migliaia di morti, feriti, invalidi, torturati, scomparsi, incarcerati, deportati, confinati, espulsi, seviziati e malmenati a vario titolo e per i piu’ diversi motivi, in italia, tra il 1926 e il 1945 a causa della lotta al fascismo.
    Dire che non c’e’ stata ribellione, dalle piu’ piccole e quotidiane ribellioni personali o familiari, fino ad arrivare alla lotta partigiana, secondo me, e’ dire, minimo, una inesattezza storica.
    La memoria storica e’ importante e bisogna valutare bene cio’ che si afferma.
    A partire da casa savoia (volutamente minuscolo) fino ad arrivare ai nostri tempi,
    milioni di giovani sono stati uccisi, vessati e sfruttati da questo stato, in tempo di pace o di guerra, senza che mai i vari governi abbiano cercato VERAMENTE di fare crescere socialmente e culturalmente (perche’ andava e va bene cosi’ per meglio sfruttare la situazione) la variegata Popolazione Italiana, limitandosi sempre a prendere, prendere e prendere ancora dalla stessa.
    Magari e’ da quello che dipendono le (quando giuste) lamentele di noi italiani, all’estero o in patria.
    Magari, salvo le eccezioni di persone scorrette, utilitaristiche, arroganti e maleducate
    (e ignoranti) che si lamentano pro domo sua o non si lamentano per lo stesso motivo, e’ da quello che dipende la scarsa fiducia che noi italiani abbiamo nei confronti del cosiddetto stato italiano.

    La considerazione personale e’ per le persone che hanno deciso di emigrare all’estero.
    Per me sono delle grandi persone, coraggiose e degne del massimo rispetto.
    A nessuno fa’ piacere slegarsi dai propri vincoli ed abitudini, di qualsiasi natura essi siano.
    Beh, loro lo hanno fatto ed il bello della cosa e’ che spesso non si lamentano affatto; anzi, a leggere le innumerevoli lettere, si sentono rinati a nuova vita, pur essendo nella maggioranza dei casi molto piu’ dura che qua.
    Quale motivo ci sara’, secondo Lei, perche’ hanno un tale atteggiamento una volta all’estero?
    Secondo me per il fatto che devono solo pensare a lavorare e basta che poi tutto torna. Faticosamente, duramente, precisamente e puntualmente lavorare e basta. Senza l’assillo e l’ansia di balzelli, tassette, mancanza di assistenza sanitaria, di servizi, di un posto per dormire; senza l’assillo di sapere che un giorno la tua pensione non ti verra’ corrisposta o che se rimani senza lavoro sei sbattuto sotto a un ponte a 55 anni.
    Non e’ tutto oro, beninteso. Ma gli ITALIANI (tutto maiuscolo) quando si impegnano, sono delle belve…
    Non sanno solo lamentarsi e non si preoccupi : stanno sereni meglio che qua…

    La ringrazio dello spazio.

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  4. dario negri

    Non dovrei farlo perchè non è mio costume criticare – anche perchè qui non ci sono provocazioni – e non sono il consulente di nessuno ma mi hanno sbattuto questo articolo sulla bacheca di facebook. L’ho letto e non mi è piaciuto, ma in maniera molto leggera chiaramente. Frega a qualcuno? No? Pazienza, ho scritto d’istinto.

    Tante parole – per un articolo di questo tipo – per dire… niente, un articolo di lamentela sugli italiani che si lamentano, costruito sui luoghi comuni che già tutti conosciamo. Ripetiamoli ancora, all’infinito, e prima o poi qualcosa cambierà. C’è sempre un “loro” e un “noi”. Oddio.

    Penso che questo modo di fare giornalismo (c’è molto di peggio in giro, per certo! questo è ancora giornalismo “innocuo”) sia, con parametri molto più ampi ovviamente, la causa del domino della carta stampata. Il dover costruire a tutti i costi un contenuto basato su fatti di nessuna rilevanza o in base a personali preferenze. Scrivo quindi sono. E’ vero che il web oggi dà strumenti, pulpiti e risposte per tutti verso tutti, e quindi è giusto che tutti possano esprimersi a favore di chiunque voglia ascoltare.

    Si lamentano? E fanno bene. Non si lamentano? E va bene lo stesso, in entrambi i casi non stiamo parlando di un fenomeno, tutto questo fa parte del brusio di fondo, è un rumore che non genera niente. Per quanto mi riguarda il mondo è fatto di altro, c’è ben altro che vale la pena di essere raccontato. Leggere, in generale, sta diventando un po’ come frugare in un armadio enorme, alla ricerca di quella maglietta che ti piaceva tanto e che non vedi più da anni, e proprio oggi, senza quella maglietta, non puoi uscire.

    Lo dico solo perchè da italiano che ha passato molto tempo all’estero, sono andato via (e con la testa non sono più tornato, anche se con il corpo sono rientrato a Milano) e fuori godevo davvero di maggior respiro, più argomenti, più onestà intellettuale, più… libertà di scelta. Meno omologazione. Grande paese di teorici il nostro. L’importante è poter dire “io scrivo, io sono andato in televisione, io conosco un tale che conosce il fratello di quel tal politico, o di quel tal’altro attore” ecc. Costruire sull’apparenza e sulle banalità. Non devo aggiungere niente, quello che succede è sotto gli occhi di tutti.

    E’ davvero difficile spiegare a chi è uscito poco dal paese che quando vai in Inghilterra, per esempio, è perfettamente normale che se qualcuno incrocia il tuo sguardo automaticamente ti saluti, o che salendo in taxi la persona che scende ti tenga la portiera aperta. Piccolezze. Mica tanto. Per chi sa, lamentarsi è un pò come sparare sulla croce rossa, non si fa e basta. Per chi non sa, è inutile spiegare. E’ un po’ come dire “leone” ad un eschimese, si immaginerà un orso bianco con una criniera.
    Vorrei solo leggere cose migliori, tutto qui. In Italia.

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  5. Francesca

    Io posso soltanto dire questo. Ho conosciuto molte persone nella mia esperienza, alcune che hanno deciso di restare, altre che sono andate via, per diversi motivi. E sinceramente in ogni coso ho sentito lamentele, ho visto insoddisfazione e soddisfazione, ricerca, passività e attività, determinazione. Al di là della scelta fatta. C’è chi si mostra felice proprio perchè resta, c’è chi non sarà mai felice, in ogni caso. C’è chi invece parte pensando che fuori troverà tutto quello che non è riuscito a ottenere prima della partenza, credendo quasi per necessità che ovunque potrà sentirsi appagato. E generalmente non è così, perchè in realtà non possiamo sapere nulla prima di una nostra esperienza diretta e perchè quello che troviamo dipende molto dalla nostra sfera particolarissima, fatta di lavoro, amici, persone intorno. E può accadere in tal caso, davanti a insuccessi o delusioni, che si preferisca ricorrere sempre allo stesso capo espiatorio, al nostro bel paese, a ciò che ci costringe a fare, ai suoi mali, ai suoi vizi, alla sua staticità, benché poi molto non sia assolutamente inventato. Ho conosciuto persone che hanno ottenuto risultati nella loro sfera professionale in Italia. Ho conosciuto persone che sono partite per ottenere questi risultati, per poi finire a accettare la prima cosa incontrata, dimenticandosi della ragione della loro partenza. E non so dire chi sia più felice, chi abbia più ragione nel lamentarsi. Io credo che bisogna sempre pensare che ogni decisione comporta conseguenze, negative e positive. E che molto dipende anche da noi, dalla nostra capacità di adattarsi, dalla consapevolezza che, indipendentemente dal luogo che si raggiunge, ci sarà sempre il buono e il meno buono, quello che ci farà sentire a casa e quello che al contrario ci farà avvertire stranieri. Io credo che l’aspetto comune sia una disperazione, e io ne sono una diretta interessata.Di fatto poche volte ho riscontrato una libertà. Forse perchè a oggi mancano le basi per sentirsi davvero liberi.

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  6. Francesca

    Davvero un bell’articolo, letto per altro in una sera accompagnata da vari pensieri, per la mia ripartenza di giovedì. Ritorno in Brasile. Io penso che a volte questo lamento perenne sia soltanto un modo per nascondere quello che difficilmente vogliamo ammettere. Se si è realmente felici del posto nuovo raggiunto, della vita che si conduce fuori dall’Italia, allora non dovrebbero avere senso critiche, né del paese di origine, né di quello in cui si è iniziato un nuovo percorso. C’è chi parte senza alcun precedente tentativo in Italia, c’è chi lo fa per una proposta allettante ( anche economicamente) e forse sarebbe disposto a tornare indietro in cambio della stessa proposta. C’è chi lo fa per passione, chi per dare movimento alla propria esistenza. C’è chi lo fa per cambiare aria semplicemente, indipendentemente dal luogo raggiunto. E chi perché si sente straniero nel posto di origine, deluso o tradito. C’è chi lo fa perché non avuto abbastanza coraggio. Ma si siamo in realtà, in ogni caso, un popolo di lamentoni. Che continuiamo a lamentarci. Anche se ci allontanano, se poi cambiamo strada, se decidiamo di ritornare.

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      • Anna

        Mi pareva… :)
        Ogni volta che leggo un articolo con tema “italiani che espatriano”, mi chiedo: “Come mai siete così “ossessionati” dalla questione?” .
        Certo è un fenomeno sociale rilevante (anche se non è una novità) e può riguardare tanti lettori e scrittori in prima persona, però, come dici tu, le motivazioni possono essere molteplici. Come per le altre – più o meno importanti – decisioni della vita, di cui dovremmo render conto, in fondo, solo a noi stessi.

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  7. Freida F.

    Jumpi hai centrato nel segno… Ne ho letti diversi di articoli sugli italiani all’estero, ma mai come questo mi sono rivista completamente, senza che mancasse una virgola o un punto. Siamo un paese di lamentoni, e ci meritiamo che l’Italia sia ridotta come un malato di tumore terminale, perchè noi, loro, non facciamo nulla per renderla un posto migliore. A volte mi dispiace averla abbandonata, perchè lì ci sono le mie radici, e del resto penso che chi se ne dovrebbe andare non siamo noi, ma loro, i corrotti, la classe dirigente, chi attraverso un piccolo gesto quotidiano accellera il processo di impoverimento culturale. Ci manca a volte, ma altre proprio no, e quando ci torno ultimamente la sento lontana e i suoi abitanti sempre piu’ arrabbiati.

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  8. alessandro

    Ciao sono un nuovo expat di 45 anni che da agosto lavora in Gabon Africa, condivido in parte le generalizzazioni per me nuove.
    Vorrei aggiungere quanto è bello e difficile vivere all’estero; forse per il luogo dove mi trovo, a volte mi sento come don Chisciotte contro i mulini a vento ma l’unamità dei colleghi che sono diversi ma uguali nella loro essere umani è commovente, Vorrei dire che percepisco la diversità culturale tra me e loro ma al tempo stesso sento che siamo uguali, per esempio si sfottono e mi sfottono allegramente ed io sfotto loro e rido alle battute.
    Rileggendo questo breve commento mi pare di aver scritto delle banalità ma viverle direttamente è un’altra cosa, e poi …. non sono stato mai bravo a scrivere i temi

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