Il regno di Elettra (racconto)

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Un piccolo appartamento in un palazzo al centro di Lisbona. Il regno di Elettra. Una grande stanza, con una porta maggiore di ingresso e due minori, una che si apriva sulla cucina, essenziale, e l’altra sul bagno, arricchito da un’immensa vasca, nell’angolo a sinistra. La camera, inaccessibile agli sguardi altrui, aveva al centro un grande letto, in ferro battuto nero con intarsi floreali, con accanto un tavolino che lasciava spazio solo per un’antica sveglia. Nella parete a destra un armadio di legno, bianco, dalle ante scorrevoli, mentre in quella davanti un disegno, che occupava l’intero spazio, di tantissime farfalle confuse nei loro colori. Nessun altro oggetto stravagante che animasse quella camera. Soltanto uno specchio alto e rettangolare, dalla cornice dorata, appoggiato al muro. Lì vicino, sul pavimento, si trovava una lampada bassa come unica fonte di luce nel buio assicurato dagli scuri chiusi della finestra.

Marina Marchetti "Farfalle"

Marina Marchetti “Farfalle”

Tra le lenzuola di seta nera, Elettra dormiva profondamente fino al suono della sveglia che annunciava lo scoccare delle 5:59. Sempre lo stesso orario, scelto da lei, che scandiva l’inizio del suo rituale, eseguito prima di inoltrarsi fuori dal suo regno. Elettra si alzava dal letto, mostrando una sottana rossa che scendeva morbida sulla sua pelle. Raggiungeva, scalza, il suo specchio e, con gli occhi nei suoi occhi, lasciava cadere a terra quella sottana per liberare la nudità della sua pelle chiara e sottile, che si rispecchiava, illuminata dalla luce artificiale proveniente dalla lampada. Quel corpo viveva per lei soltanto attraverso tre singoli punti, gli stessi che avrebbe poi concesso al mondo esterno, evocati dai colori del suo regno; il rosso della passione e del sesso, il bianco della cicatrice, e il buio, di quella stanza, come il nero della sua anima, che oscurava le sue farfalle imprigionate.

La prima immagine era la sua lunga cicatrice orizzontale sull’addome, che lei percorreva con un lento movimento delle sue dita, dall’esterno fino all’ombelico. Da lì, allo stesso modo, la mano sinistra raggiungeva i suoi seni, mentre l’altra scivolava già fino a sentire il calore del suo sesso. Accarezzava la pelle, per poi stimolare i capezzoli, pronunciati dal chiarore proveniente dal pavimento, fino a sentirli duri e sensibili, mentre l’altra mano si agitava, lasciandosi bagnare dal piacere di un orgasmo.

In quel rituale Elettra fissava lo specchio, concentrandosi sulla reazione di quei seni vogliosi e sul movimento del suo ventre, e della sua cicatrice, in armonia con quello delle sue dita che assecondava il piacere sessuale. Così, iniziava a raffigurarsi nella sua mente l’immagine dell’uomo che quel giorno l’avrebbe posseduta, scatenando gli stessi segni di eccitazione visibili davanti a lei. Al seguito, si immergeva nella sua vasca e lasciava scorrere su di lei l’acqua calda, massaggiando dolcemente la pelle con un sapone dal profumo di rose. Si asciugava, e poi spalmava sui suoi seni una crema alla fragranza di mango. Nuda e scalza, si spostava davanti all’armadio; lasciava scorrere le tre ante per scegliere i vestiti e gli accessori con cui si sarebbe mostrata, irresistibile, allo sguardo del prescelto immaginato.

Noraroby "Domani"

Usciva, bellissima, inoltrandosi tra la folla, in cerca di colui a cui avrebbe richiesto lo stesso tocco delle sue mani, in modo da ritrovare nei suoi occhi l’immagine dello specchio, travolta dalla passione.

Dopo aver catturato lo sguardo desiderato, iniziava un gioco ammaliante di provocazioni, con cui invitava il suo uomo a lasciarsi andare all’istinto passionale, quasi feroce, dei loro corpi. Lo scenario dell’incontro sessuale non era mai il suo regno: un hotel squallido, i sedili di un automobile o un prato disperso tra le colline. Su di lui, Elettra si muoveva con foga con la speranza di ritrovare in quello spazio il piacere riflesso allo specchio. Accanto a quell’estraneo di turno, soddisfatto dell’orgasmo appena raggiunto, si rivestiva, sconfitta dalla mancata fedeltà della realtà appena vissuta. Il corpo in tal modo diventava uno strumento per trovare conferma, nel mondo esterno, della figura riflessa, come rappresentazione della sua anima, all’interno di un gioco di sesso umiliante e disperato.

All’indomani, alla stessa ora, reiterava l’umiliazione inflitta. Elettra, nelle vesta di vittima e carnefice, scrutava quel suo corpo nudo, quasi come se non le appartenesse, sotto uno sguardo vigile e critico, per cogliere i dettagli di quell’eccitazione imposta.

Noraroby "La modella"

Noraroby “La modella”

Amando il suo corpo e toccando l’apice del piacere, poteva scorgere in quello specchio la figura della sua anima liberarsi sotto l’impeto della passione. Un’immagine che si liberava in quell’eccitazione, provocando in lei un senso di vergogna, che poteva essere sconfitto soltanto se, nel mondo oltre il suo regno, Elettra avesse ritrovato negli occhi di un uomo la stessa immagine. Non accettava compromessi: lo stesso movimento del suo corpo travolto dalla foga del sesso e lo stesso calore dell’orgasmo finale. Solo questa la sua salvezza: l’accettazione della sua anima e un ricongiungimento con lei, per liberarla, come le farfalle, tra la confusione dei colori del mondo oltre quella parete.

Giunse poi una mattina. Uno scuro di una finestra non garantiva una totale chiusura. Un sottile raggio di sole, percorrendo la stanza, giunse fino a lei e disegnò una striscia di luce intensissima che dalla mano si inoltrava sul suo seno. Lo sguardo fu catturato da quel particolare segno. Una pelle bianchissima, quella della sua mano e del suo seno. Il suo corpo, umiliato e ridotto a pochi simboli di un orgasmo indotto, ora si mostrava sotto quella luce naturale, così come la sua pelle, la stessa di una parte di sé mai osservata fin a quel momento. Una reazione inattesa, non inclusa nella rigidità del suo solito rituale: una nuova figura frutto di un contatto inatteso con il mondo esterno. Allora aprì totalmente lo scuro, e tornando davanti allo specchio, fissò il suo profilo, e con le sua braccia, lunghe e sottili, si avvolse con un dolcissimo abbraccio. Il suo corpo viveva della sua bellezza, attraverso le emozioni e le sensazioni che naturalmente può provare, se soltanto libero di esprimersi, vivendo in armonia con lo spazio illimitato che si estende dinnanzi a esso.

La torre di Belem a Lisbona.

La torre di Belem a Lisbona.

Passarono alcuni giorni. Uno dei prescelti della settimana precedente, incuriosito da quella figura enigmatica, aveva seguito Elettra. Era salito su per le scale, e accostando il suo orecchio alla porta dell’appartamento, aveva sentito strani rumori. Tornò di nuovo, e ancora, senza mai il coraggio di bussare. Dopo sedici giorni, trovò la porta socchiusa. Entrò. Le farfalle disegnate erano macchiate con schizzi di vernice nera, lo specchio ridotto in frantumi e le ante dell’armadio aperte, mentre tutti i vestiti, tagliuzzati, sparsi sul letto e sul pavimento. Nessuna traccia di quelle lenzuola nere che avevano avvolto il sonno di Elettra. Al centro, si trovava un materasso nudo. L’uomo si avvicinò; su di esso, una foto del litorale e di quella torre della sua Lisbona.

Foto di Cartier-Bresson.

Foto di Cartier-Bresson.

Forse soltanto un istinto, ma pensò che lì avrebbe incontrato la donna. Era una calda mattina primaverile, con il sole alto e il cielo azzurro. Da lontano, una volta giunto, intravide Elettra, con una sottana rossa, in ginocchio, nel punto in cui le onde si arrestano un istante prima di ritornare al loro mare. Restava così, con la sua immagine riflessa in un nuovo specchio, il mare davanti a lei. I raggi del sole addosso, la sabbia umida e l’acqua salata che accarezzavano le sue gambe, creavano un contatto con quel mondo, ora che era uscita allo scoperto. Il corpo godeva, finalmente salvo, della libertà di sorprendersi, senza rituali preparatori e inibitori: la sua mano si muoveva per far scivolare la sabbia tra le dita, i suoi occhi erano distratti dalla scia bianca degli aerei e dal movimento dei pesciolini grigi che si rincorrono lì dove l’acqua è bassissima. Le sue braccia sottili, tatuate con farfalle colorate, restavano in trepida attesa di una carezza spontanea e dell’attimo in cui avrebbero avvolto colui in grado di toccare, sinceramente, ogni punto di quel corpo, che ora avvertiva come una parte di lei, provocandone una reazione unica e meravigliosa.

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

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