Giosué Carducci e quel pianto da sempre così antico

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“Sei nella terra fredda, sei nella terra negra…”
Quanti figli aveva Carducci? Dodici. Lo so, è una battuta vecchia come il mondo, che in sede di esame di maturità viene spesso rispolverata. Ma se questo può servire a diffondere la poesia, e a farla ricordare ai nostri giovani, allora ben vengano anche le battute, su un tema tanto delicato quale quello della morte di un figlio.

Sto parlando di “Pianto Antico”, la poesia di Giosuè Carducci, che a scuola ci hanno fatto imparare a memoria e che forse, per il nostro animo “leggero”, dovuto ai nostri pochi anni, non abbiamo mai letto o recitato con il dovuto pathos. Sì, perché questa lirica si eleva ad esempio universale di amore paterno, gridando a gran voce lo strazio per la morte del proprio bambino. Un pianto che è “antico” perché è lo stesso provato dagli uomini di ogni tempo di fronte al cessare di una vita.

L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.

Si tratta di una breve ode composta in quartine di settenari, col quarto verso sempre tronco. È stata scritta nel giugno del 1871 e fa parte della raccolta “Rime nuove”. Carducci esprime tutto il suo dolore per la morte del figlio Dante, avvenuta l’anno precedente. Il 9 novembre 1870, a soli tre anni, il bambino è morto, probabilmente di tifo, nella casa paterna di via Broccaindosso a Bologna. Bisogna ricordare che a quei tempi, a causa delle limitate conoscenze mediche, la mortalità infantile era molto elevata.

Scrive Carducci, al fratello Valfredo, il 10 novembre 1870, il giorno dopo il tragico evento:

“Il mio povero bambino mi è morto; morto di un versamento al cervello. Gli presero alcune febbri violente, con assopimento; si sveglia a un tratto la sera del passato giovedì (sono otto giorni), comincia a gittare orribili grida, spasmodiche, a tre a tre, come a colpi di martello, per mezz’ora: poi di nuovo, assopimento, rotto soltanto dalle smanie della febbre, da qualche lamento, poi da convulsioni e paralisi, poi dalla morte, ieri, mercoledì, a ore due”.

Dante era il primo e unico figlio maschio, venuto dopo Beatrice e Laura, e nato dal matrimonio del poeta con Elvira Menicucci. L’anno successivo la composizione di questa lirica, nel 1872, nasce anche Libertà.

Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

È un periodo difficile per Carducci che nel febbraio dello stesso anno aveva perso anche la madre, Ildegonda Celli, venendogli così a mancare, nel giro di appena nove mesi, colei che gli aveva dato la vita, e colui al quale egli l’aveva trasmessa.

Nel testo, il poeta contrappone al piccolo defunto l’albero del melograno, antico simbolo di fertilità, che ha prodotto dei nuovi germogli e a cui l’estate ridà nuova vita con il calore e la luce del sole. Dante, figlio di un corpo sciupato dal tempo, unico dono di una vita che ormai il poeta sente inutile, giace nella fredda terra di un cimitero e non potrà più vedere la luce, né godere dell’amore del padre. Il rapporto antitetico fra la vita e la morte, associa la prima ad immagini chiare, luminose quali “luce”, “calore”, e connota invece la seconda con motivi oscuri e dolorosi, quali “pianta inaridita”, “terra fredda”, “terra negra”. Nelle prime due strofe infatti, prevale l’aspetto vitale, rappresentato dalla “pargoletta mano” e dai colori vivaci; ma già l’espressione “muto orto solingo” fa presagire lo sviluppo negativo, come avviene nelle due strofe successive, dove la terra diventa “inospitale”, gelida e buia, e rivela una concezione materialistica della morte.

Carducci concepisce l’andamento ritmico di questa poesia come quello di una nenia struggente e malinconica. È un dialogo intimistico col figlio, al quale direttamente si rivolge. È una “favola” che gli racconta, quasi in punta di piedi, come se il bambino potesse ancora sentirlo, e potesse spaventarsi. Sono parole dolcissime sussurrate da un padre che, anche nella morte, ha voluto preservare il suo “ragazzo”, “cullandolo” con il potere della fantasia. Evitando di parlargli, in maniera brutale, della perdita di ogni sua speranza.

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Per Rocco di Pescara: è bello sapere che il melograno del Carducci esiste ancora, che ancora c’ è quel muto orto solingo dove un tempo squillava invece la fresca voce di un bimbetto che tendeva la manina verso i rossi melograni. Fa tanta tenerezza immaginarlo. Fa venir la voglia di prendere al volo un treno , scendere a Bologna e trovarlo quell’orto con quel melograno bagnato di lacrime, e starsene lì , nell’ ombra di affetti perduti cercando di ritrovar sé stessi. Grazie Rocco per aver condiviso questo tenero dettaglio.
    Per quanto riguarda il discorso sulle razze umane io continuo a non capire come si possa ancora continuare a parlar di ” razze” all’ interno dell’ umanità: gli studi di genetica hanno dimostrato ampiamente e da un bel po’ di tempo che le razze umane non esistono. Esistono geni differenti per ciascun individuo. Inutile dunque parlare di ” razza” quando parliamo di persone. Che dire poi del fatto che gli antropologi , già molti anni fa, molto prima degli immensi contributi della genetica, avevano indicato che homo sapiens, quell’ uomo che duecentomila anni fa ha abbandonato la Valle di Afar in Africa per colonizzare tutto il pianeta alla ricerca di nuovi territori per sfamare i suoi piccoli che cominciavano ad essere sempre più numerosi grazie al salto qualitativo dell’ intelletto di homo, ebbene, quell’ uomo da cui tutti direttamente discendiamo leggevo che aveva una carnagione simile al colore del caffelatte, un colore di cui restano tracce ancora sul corpo nostro, ad esempio nei nostri nei e nelle lentiggini che indicano in poche parole i tentativi della melanina di rivestirci la pelle per proteggerci dal sole, nelle macchie scure o rossastre che molti neonati presentano alla base della nuca e che generalmente svaniscono col tempo, nel colore assai più chiaro della pelle con cui vengono alla luce molti piccoli neri che col passar delle ore scuriscono di molto la loro pelle, una pelle adattatasi a difendere l’ uomo dai raggi piu’ intensi che illuminano il nostro mondo. Ma ciò che stringe di più il cuore quando sento parlar di ” razzismo” è l’ aver guidato la manina di tanti scolaretti sorridenti con mille e mille sfumature nella pelle, negli occhi, nei capelli ed aver potuto osservare, con commozione e meraviglia, a pochi centimetri di distanza, il candore del palmo di quelle manine che si presentavano invece nere, caffelatte, gialline o rosee sul dorso, manine che tentavano di scriver per bene le prime paroline della nostra lingua e volevan la guida della mano ferma e precisa della persona di cui loro si fidavano per portare a casa, orgogliosi e dignitosi, le loro paginette riempite di A, di B, di C, MAMMA, PAPA’… Io posso ben dire che l’ unica mano ” diversa” era la mia, uniforme nella sua chiara grana che lasciava vedere le vene grosse e blu, soprattutto quando la mia giornata di cura faticosa volgeva al termine e non aveva magari più la fermezza del mattino. Orbene tutti quei piccini apprendisti dei primi umani saperi guardavano per un attimo incuriositi la mia mano solcata da vene blu, che gli anni rendevano via via più evidenti, eppure nessuno di loro s’ è mai sognato di dirmi che avevo le mani ” diverse”, che ero “diversa”. Mi accettavano com’ ero, così come loro s’ accettavano l’ un l’ altro aiutandosi fra loro, giocando fra loro, litigando fra loro come i bimbi han sempre fatto anche quando le classi erano” monocolori”. A loro bastava stare assieme, imparare assieme, avere il mio piccolo aiuto che li faceva sentire capaci, grandi, che avrebbe garantito i complimenti e i baci dei loro multicolori genitori all’ uscita della scuola, quando i piccoli, grandi lavoratori della conoscenza sfoggiavano gioiosamente ed impetuosamente davanti agli occhi di mamma e papa’ i loro piccoli e preziosi quadernini testimoni di tanta capacita’, di tanto impegno. Il mio e’ un mestiere duro e difficile, ma che può insegnare che al mondo esistono molte cose per cui val la pena di vivere e penare.

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  2. Rocco - Pescara

    In un paese libero, teso verso il libertinaggio culturale, in molti hanno apprezzato le canzoni di Jhon Lennon ma in pochissimi comprendono le parole di Happy Christmas “for rich and the poor one” … and so happy Christmas for black end for wite, for yellow and the red ones. Purtroppo da noi, quando vediamo persone di pelle scura o nera i sapienti del vuoto parlano solo di uomini di colore mettendo insieme anche i gialli cinesi e i pelle rossa delle Americhe pre-colombiane, che ora sono negli U.S.A. Traducendo in italiano,Jhon Lennon augura Buon Natale a tutti gli esseri umani, nati di diversi colori: Neri, Bianchi, Gialli e Rossi. Gli uomini di grande cultura, fautori del politicamente cretino, parlano solo di “visi pallidi” uomini bianchi, tutti gli altri sono solo di colore. A proposito di Carducci, quel melograno esiste ancora in un muto orto solingo dentro il cortile di un palazzo di Via Broccaindosso a Bologna.

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  3. Collazzo

    Ahaha 6 nella terra fredda, sei nella terra negra.
    Che poi non si dice “negra”, bensì “di colore”. Carducci razzista ante litteram.

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    • loris

      Non si capisce come questo ” Collazzo” rida del dolore e delle parole di uno dei più grandi lirici italiani. Era molto meglio se tal ” Collazzo” risparmiava ai lettori il suo totale disuso della lingua italiana : negro e non nero si scriveva nell’ ottocento riferendosi a ciò che è scuro.Negra peraltro necessita nella poesia in oggetto per la rima baciata. Oggidì solo infantili battitasti svuotati di concetti sostituiscono vocaboli con numeri, sillabe con segni matematici, digrammi e trigrammi con K,W,Y,X,J ecc…Tuttavia si tratta quasi sempre di leggiadre conversazioni tra scioccherelle femminucce che accorciano l’ erta fatica dell’ epressione corretta e corrente per scambiarsi velocemente ridicole ricettine di cosmetici da “spignatto” casalingo. Se il nostro ” Collazzo” e’ un maschietto, come desinenza lascerebbe intendere, necessita di corpose ripetizioni di Lingua Italiana poiché lascerebbe pensare che non conosce nemmeno tutto l’ alfabeto. Non parliamo neanche di ortografia che i raccapriccianti accorciamenti vanno miseramente a sostituire, ché un che è oggi un ostacolo lessicale insormontabile per molti nutriti a tastiera e telefonino.
      Come si possa deridere un genitore dolente e, giocando alla cavolo via, accusarlo pure di razzismo, è materia per approfondimenti neuropsichiatrici che hanno il compito di vagliare la norma o non norma delle capacità mentali e delle condizioni psichiche. Una sola può essere la scusante di tanto sganghero: un’ età assai minima. In tal caso , caro il nostro “Collazzo” è bene che ti confronti con babbo e mamma tuoi. Essi non potranno che dirti che quando si scrive, si deve scrivere con le parole: saranno petulanti, si sa, si sa. Ma vedrai che babbo e mamma saranno invece severi cerberi quando, accorgendosi di ciò che stai lì a deridere, ti diranno:- Scellerato figlio che fai? Ridi di tragedie e sofferenze? Guarda che tuo nonno mi ha sempre insegnato che si sa sempre dove si è, mai si può sapere dove si sarà-.
      Rifletti piccolo” Collazzo”, rifletti sempre prima di smascherare le tue flebili facoltà.

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    • Viviana Alessia

      È passato un mesetto e Collazzo non scrive piu un bel niente.
      Ma la situazione va analizzata per bene, anche alla luce della ripresa degli studi personali in criminologia e antropologia criminale che intendo portare finalmente a termine.
      Il Collazzo potrebbe essere un valido argomento di tesi d’ ambito.
      Dunque, il Collazzo esprime un incipit ridanciano ben definito cui subito segue il cuore gelido della famosa lirica” sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra”. Gli studi di profilazione son ardui e il lancio di un profilo deve essere di squadra, secondo le collaudate tecniche di Quantico. Tuttavia tento l’assolo, per ovvi motivi , non ultimo quello dell’ insipida inconsistenza di Collazzo. Ma io sono una profilatrice che non trascura le cosiddette stupidaggini perché in esse si celano sovente le peggiori bestialità: si dice infatti che è meglio aver a che fare col cattivo che con lo stupido. Pertanto proseguo con l’ analisi. Collazzo si appende di seguito all’ infelice affermazione che taccia il Carducci di razzismo ante litteram. Non ci casco: il soggetto butta apposta la palla fuori campo per barare sul fatto che se la ride di una creatura morta anzitempo. Sta qui il nocciolo che rode il Collazzo. Collazzo insegue persone nel suo delirio malvagio. Non e’ interessato a parole e razzismi, per niente. Può inseguire la creatura verso cui il Collazzo esprime evidente disprezzo solo perche’ essa giace fredda e muta in luogo tetro ed inaccessibile alla vita: la losca risata iniziale e’ prova inequivocabile del sacrilegio. È antropologicamente e psicologicamente grave gioire della morte altrui, soprattutto se si tratta di un piccolo innocente. È un’inclinazione sadica accompagnata quasi sempre da azioni successive atte a procurare nuovo sadismo. Roba da isolamento in cella di massima contenzione.
      Collazzo può anche inseguire la figura genitoriale tanto gravemente colpita. Il cambio di obiettivo non cambia il potenziale e l’ espressione del sadismo, anzi vi aggiunge un delirio di rancore che non avendo motivazioni rende il nostro soggetto noto ancora più infame e malvagio. Il manicomio criminale si profila netto all’ orizzonte, non c’ è scampo.
      Va ricordato che un bullo carico di sadismo vive in famiglia forme estreme di violenza, come ha ben illustrato il professor Frabboni proprio sulle pagine dell’ Undici tempo fa. La violenza subita in famiglia si ripercuote infallibilmente sui più deboli nella societa’.Chi più debole di un bimbo morto? Di un padre sofferente per la perdita?
      Ma quale mai sarà il motivo scellerato per cui uno vive bullismi in famiglia? Qui vengono in soccorso studi americani condotti con vaste e diverse campionature. È generalmente il padre il procuratore di inaudita ferocia familiare, un padre generalmente tarchiato, grossolano e imbranato , taciturno e ingrugnito, giunto in un luogo nuovo a fianco di una compagna che gli ha predisposto una pessima presentazione: il classico cervo dalle lunghe ramificazioni cornee che non ha uno straccio di lavoro, né di aitanza maschia. La compagna quivi l’ ha convinto a rifugiarsi con lei dopo che una comunità vasta ha scoperto che la irrequieta donna cornificava a destra e a manca, privilegiando comunque il suo protettore amico di partite e merende del padre. Si aggiunga che la donna è orfana di madre e perciò lasciata alla mercé delle sue voglie e delle bavose voglie altrui. La donna in esame esprime un forte sentimento di invidia e distruzione verso le altre donne che hanno la madre e verso quelle che possono attaccarsi al braccio di un bell’ uomo giovane, alto e aitante, piuttosto notato dal genere femminile e da questo generalmente connotato come f..o. Invidiatissimi i frutti del bell’ amore che sprizza da tutti i pori delle collaudate coppie vicine.
      Ovvia la violenza malcelata del soggetto donna che sto analizzando e che e’ diventata in seguito madre in modo ammalato ed innaturale, come vedremo. Il mal di vivere si traduce immancabilmente in un abbandono della prole al padre, all’ insofferenza per la vita familiare sostituita con impegni lavorativi e sociali di massima visibilità: ecco dunque la violenza e la pericolosità del Narciso. A riprova il fatto che, non potendo distruggere la vicina ( perché magari più alta e prestante) a suo vedere circondata da tanta e bella famiglia, la belva si scaglia sui di lei figlioletti, con furia devastatrice che richiede ripetuti nterventi di pubblica sicurezza, non sbaglio vero Collazzo? Per placare la bagarre la donna scodella generalmente diversi marmocchi che però tradiscono la paternità via via crescendo. Ed è l’ inferno cui accennavo piu’ sopra: soli in casa col cervide umiliato, i piccoli subiscono angherie di ogni sorta, pestaggi, umiliazioni. Ovvio l’ odio che nasce in costoro per un orco del genere e il rancore sotterraneo per una madre assetata di mondanità e visibilità mediatica da comparire persino su tutti i necrologi possibili ed immaginabili presentandosi come: ” Nome e Cognome personali e famiglia Cognome del marito”. La segreteria telefonica di casa parimenti comunica che si sta parlando con famiglia che porta il di lei cognome seguito da quello del marito. E’ evidente una spiccata perversione intrapsichica e il rschio di dissociazione mentale e’ sempre più accentuato. Marito di fatto cancellato da qualsivoglia ruolo. Forse il soggetto più a rischio internamento, anche perché lo si ritrova generalmente in tutti i bar e le sagre col bicchiere di vino in mano e l’ aspetto truculento. Perennemente incerto nell’ incedere e terribilmente a disagio: classico pesce fuor d’ acqua! Ma la giunonica consorte porta a casa un fracco e una sporta di quattrini, come al solito. Così le cose procedono come sempre e come sempre i ” figli” diventan grandi e grossi, ma difficilmente affidabili. Casomai meglio perderli che trovarli.
      Dunque, povero Collazzo, una umile e delicata visita agli ultimi parenti che saranno forse disposti a qualche rivelazione, una visita ai vecchi vicini di casa che hanno assistito a verità che ti sono state o nascoste o mistificate, un’ attenta analisi delle foto tue, di fratelli, di sorelle, di altri ancora per vagliare il soma e la familiarità presunta e veritiera. Infine un periodo di cura intensiva affidata ad esperti di bullismo, sadismo, ossessivita’, sopraffazione e forse si potrà avviare un nuovo corso di vita, magari lontano da una famiglia apparentemente per bene, legata e patinata come le famigliole degli spot televisivi, ma profondamente guasta, marcia nelle fondamenta. Non avete certamente ingannato nemmeno i distratti e operosi nuovi vicini della nuova città cui siete nuovamente e certamente approdati ancora senza il consueto e ovvio motivo di lavoro, considerato che tutti voi fate sicuramente esattamente ciò che facevate prima di trasferirvi e ormai grandi. Non e’ di giovamento il nuovo sbarco, vero? Si sa che la gente corre da un posto all’ altro e riferisce ciò che una famiglia di sbandati cerca inutilmente di dissimulare spargendo infamia su chi è da molto prima in posizione altamente visibile, trasparente, cristallina: è la dirittura e l’ onestà che vi turba e disturba, vero? Già, onestà e dirittura infastidiscono molti farisei, falsi e bugiardi, inutilmente cacciati dal tempio dal Cristo ben due millenni fa. Eppure stanno ancora qua, a ruminare gelosia, a digrignare per rabbia i sozzi denti.
      Ma attenzione ché a legarsi coi pezzenti lestofanti, fannulloni e invidiosi della nuova città in cui i fuggitivi cercano generalmente nuove luci sparpagliando in modo demenziale ombre e calunnie inutili sugli invisi invidiati si rischia solo di fare la consueta fine che fan tutti i penosi casi dei bugiardi scellerati che riempiono i programmi in giallo.
      Collazzo come vedi da quattro sgangherate parole che facevi meglio a tenere per te, molto di te e della tua famiglia si può ricavare. E s’ è ricavato il peggio. Vedrò di presentare il progetto di tesi al vecchio, famoso criminologo che mi ha illuminato lungo un percorso di studi assai faticoso e a volte decisamente ributtante.

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  4. Viviana Alessia

    ” Pianto antico ” non si può tuttavia commentare. Si può solo ascoltare col cuore il vibrare delle parole, semplici, incisive, taglienti. Si possono vedere con gli occhi della mente le immagini dapprima solari e vitali, quindi buie e disperate che riempiono in un batter d’ ali quell’ orticello che nessuno cura, nessuno ravviva più.
    ” Sei ne la terra fredda, ne la terra negra”: parole terribili che devi dedicare a un figlio, parole che ti riempiono di un gelido vuoto che non puoi trattenere nell’ anima perché ti porterebbero rapidamente alla pazzia.
    ” Né il sol più ti ralegra, né ti risveglia amor”: quanto strazio nel vedere la luce solare, nel sentirne il calore mentre tuo figlio giace gelido nelle oscure e fredde viscere della terra; nessun bacio, nessun abbraccio, nulla di ciò che arde nella forza di quel viscerale e potentissimo amore che senti per quel tuo figlio può risvegliarlo e riportarlo fra le tue braccia, alla letizia della primavera, al sole che illumina e riscalda il corpo e lo spirito.
    È una poesia unica. È un battito d’ amore e morte che ferma ogni pensiero, ogni passo.
    E rimani lì sospesa e sbigottita tra alterne immagini e un profondo quanto inatteso senso di impotenza, di gelo, di ombra nera, disperazione irrimediabile.
    Quando ero piccola e venivo portata in visita alle tombe dei defunti di famiglia, mi è capitato di leggere talvolta su piccole lapidi vegliate da angioletti di pietra di leggere questa poesia. Ne riportavo un disagio profondo e misterioso già allora anche se, essendo cresciuta in un paesello di poche anime ero abituata ai tre giorni di veglia dei defunti che venivano tenuti in casa, alla cruenta saldatura del coperchio della loro bara, alla cerimonia dove il turibolo emanava più e più volte l’ aroma dell’ incenso che di morte appunto sapeva; ero abituata alla fossa in cui corde grosse guidate da mani forti e abbrunite calavano la bara sino in fondo, molto in fondo; ero abituata al ticchettio lieve delle prime manciate pietose di terra che i parenti e gli amici lanciavano sulla bara, ero abituata al sordo, cupo rumore delle palate di terra e sassi che gli uomini in fretta gettavano poi su quel sarcofago.
    Per tutta la mia adolescenza e per tutta la mia giovinezza non riuscii invece ad avvicinarmi ad un cimitero, a guardare un funerale: un tremore e un orrendo senso di gelo mi prendevano i visceri e le membra. Ero madre di bimbi già grandicelli quando sentii di non provare più quel sentire che separava irrimediabilmente il mio
    vivere da chi se ne andava. Portai così i miei figli sulle tombe dei loro bisnonni e vi posai con loro i fiori appena raccolti.
    Oggi mi chiedo se la mia infanzia, libera e selvatica, non mi abbia in qualche modo preparata agli strazi della mia maturità.
    Oggi mi chiedo se l’ orrore che per lunghi anni provai di fronte ai luoghi e rituali della morte non fossero un presagio di ciò che il destino aveva già tessuto per me.

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