Genova per noi

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Genova per noi, recitava una famosa canzone di Paolo Conte.

E Genova per noi lo è stata in questo Capodanno di transizione verso nuove maturità. Noi, una coppia giovane, in cammino verso un’età adulta complessa, complessa perché nuova e perché porta con sé qualche inevitabile saluto e a me i saluti non sono mai piaciuti.

Genova, recentemente alluvionata e risorta dalle sue macerie, un’araba fenice di matrice proletaria che non dimentica l’umiltà suggellata da uno dei suoi carruggi e cantata dall’amato De Andrè in tanta parte del suo intimo repertorio.

Genova e i suoi silenzi, quelli delle solitarie figure che ne animano il centro in una liquidità che è molto di più di una difficile condizione esistenziale, è parvenza di acqua che scorre eterna sotto la terra, quasi a rammentare l’instabilità umana e il rischio di cadute.

Genova e i suoi poveri Cristi, quelli che, a partire dal porto antico fino alla dimensione rarefatta degli anfratti degli alti palazzi diroccati e decadenti, popolano, in religiosa contemplazione verso un mondo invano affaccendato o con sorrisi carichi di speranza di fronte ad amori sbocciati o sinceri, una città ricca di storia, quella stessa che fa la gente.

Foto 1 Genova e la sua via del Campo, Genova e il suo cantautorato, complesso, profondo, dolente e in cerca di porti, nuovi porti, verso cui fare rotta partendo da madri difficili. Come quella a cui, con disperazione sommessamente urlata tra le righe di una lettera, si rivolge Luigi Tenco, quando alla sua, di madre, chiede di rispondere alla sua richiesta di una giacca da spedire, di rispondere anche con un rifiuto, ma di rispondere, come se dalla voce della madre dipendesse la certezza del suo esistere. Come quella che De Andrè vede nella stessa città fino al compimento del suo trentacinquesimo anno di età, quasi la chiusura di un ciclo, come cicliche sono le sue strade, per sua stessa ammissione in parole senza tempo scolpite nel museo del Campo 29 Rosso, tappa obbligata per chi sa che Genova e la musica viaggiano lungo la stessa onda.

Foto 3Genova e i suoi odori forti, odori di cibo e tufo, odori di terra bagnata e di acqua marina, odori di fritto e di città lontane, odori di piscio e cemento, citando il grande Fabrizio. Odori di strada e di vita vissuta, la stessa che dal basso sale verso le finestre alte, sempre più alte, di palazzi antichi chini su se stessi e su vite al margine, su “graziose” sedute in attesa di professori senza età, su scugnizzi del luogo che, come nella Napoli più vera, si fanno lungo i carruggi, imparando la difficile arte dell’esistere.

Genova e il suo cibo antico, il suo pesto che si fa umile pasto nelle minestre di storiche trattorie dove le trofie, formate da sapienti mani e sostanziate da farina di castagne, ondeggiano in piatti in cui rintracci la terra in insospettabili aggiunte, di patate, borragine e teneri fagiolini. Genova e le sue friggitorie, quelle in cui il pesce fresco si esalta in fritture ben calibrate e sapientemente pastellate, quelle in cui De Andrè conduceva un giovane Cristiano per acquisti di cartocci dal sapore antico.

Genova di notte, quando il teatro si spegne e resti tu col tuo compagno a chiederti chi sei e, nel vento che dal porto sale a rammentarti la tua decadente corporeità, riscopri l’importanza dell’attimo. Un bacio, un abbraccio, una lacrima.

Genova per noi.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Mariarita

    Quando torni, Alessandra, a pennellare davanti ai nostri occhi scorci di vie delle tue “Città Invisibili”?

    Rispondi

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