Genio e stravaganza: il diario di Jacopo Pontormo

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L’idea che il temperamento creativo e artistico trascini con sé stranezza, depressione e a volte follia è molto antica e fu meditata già da Ippocrate e Aristotele i quali si chiedevano perché gli uomini che si sono distinti nella filosofia, nella vita pubblica, nella poesia e nelle arti fossero prevalentemente malinconici.

Pontormo: Ritratto di alabardiere Paul Getty Museum Malibu

Pontormo: Ritratto di alabardiere Paul Getty Museum Malibu

I Greci associarono la “melancolia” a un eccesso di bile nera, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendeva secondo loro il carattere e la conformazione fisica degli individui, e la posero sotto il dominio di Saturno, un pianeta che per l’astrologia porta con sé valori di gravità, di introversione, di insoddisfazione e di privazione. Il presupposto di Aristotele si basa su ragioni fondate ma che non bisogna generalizzare: scorrendo le biografie degli artisti troviamo sì molte esistenze difficili e tormentate, ma anche nomi baciati dalla fortuna e dalla fama e per di più dotati di buon carattere. Un esempio per tutti? Raffaello Sanzio il pittore del potente e irascibile Giulio II, di cui un Vasari adorante diceva nelle sue Vite:”fu dalla natura dotato di tutta quella modestia e bontà (…) d’una graziata affabilità, che sempre suol mostrarsi dolce e piacevole con ogni sorte di persone et in qualunque maniera di cose”.

Per trovare i primi artisti dalla vita sregolata e bohémien, trascorsa tra stati di umore altalenante, fra l’euforia e la depressione, occorre risalire alla Firenze del Rinascimento quando cominciarono a stilarsi le prime biografie degli uomini di genio. Jacopo Carucci (1494 – 1557) meglio conosciuto come Pontormo dal suo paese di origine vicino a Empoli, era figlio di pittore; rimasto orfano di entrambi i genitori entro i primi dieci anni di vita, fu allevato dalla nonna Brigida che, appena adolescente, lo spedì a bottega a Firenze dove imparò il mestiere con professionisti del calibro di Andrea del Sarto.

Pontormo: Deposizione Chiesa di Santa Felicita Firenze

Pontormo: Deposizione Chiesa di Santa Felicita Firenze

Era un giovane molto dotato e ben presto arrivarono le prime commissioni, a cui seguirono incarichi prestigiosi e importanti apprezzamenti, al punto che lui nato “poveretto”, riuscì a guadagnare abbastanza per comperarsi una casa di proprietà. Ed è proprio nella fase matura della vita del Pontormo che il suo malevolo biografo Vasari, dopo aver largamente elogiato la “grazia” e “l’invenzione” del suo lavoro giovanile, comincia a criticarne impietosamente le opere definendo l’artista come un uomo che“non avendo fermezza nel cervello andava sempre nuove cose giribizzando”. Le “fantasticherie” dell’artista erano invece alla base della ricerca di un modo diverso di fare pittura, tramite l’esplorazione di linguaggi nuovi al di fuori degli esempi di Michelangelo, Raffaello e Leonardo, la cui arte nel primo scorcio del Cinquecento, era considerata irraggiungibile al punto che al massimo la si poteva solo imitare.

Il Carucci era malinconico e solitario e non meraviglia che il Vasari, estroverso uomo di mondo, pittore e architetto di successo sotto Cosimo I de’ Medici, non riuscisse a capirne tratti caratteriali molto moderni come il rifiuto di cedere alle esigenze della committenza e la pretesa – per quei tempi assurda – di rifiutare i lavori che non lo stimolavano.

Il parere del Vasari doveva essere condiviso da altri, e forse l’ostilità che sentiva attorno a lui spinse Jacopo a barricarsi in casa nella stanza dove dormiva e lavorava, e a cui si poteva accedere solo con una scala munita di carrucola che lui stesso ritirava in caso di visite indesiderate. Della psicologia di quest’uomo misantropo, vicino a cui non si conoscono figure femminili di rilievo, più che la biografia parla il suo diario, un breve testo di 16 carte tenuto dal marzo 1554 all’ottobre 1556, che contiene anche diversi schizzi preparatori degli affreschi – ora scomparsi – in San Lorenzo a Firenze, ultimo lavoro a cui attese prima di morire.

Pontormo: Studio di volto

Pontormo: Studio di volto

Tutto è scritto in modo irregolare, a volte lasciando giorni e mesi tra un appunto e l’altro. I fogli sono lo scarno resoconto di una mentalità nevrotica e ipocondriaca che segnala, come in una cartella clinica, i propri malanni e i brevi momenti di benessere fisico, annotando anche la poverissima dieta, le variazioni meteorologiche, le lunazioni da cui potevano sorgere “infermità pestifere”, le rare frequentazioni e i progressi nell’affresco, che comunque procedeva a rilento, un giorno un braccio, l’altro una testa, un altro una gamba, un altro ancora una roccia. L’artista era infatti tormentato da un eccesso di perfezionismo che lo spingeva a distruggere e rifare il lavoro appena terminato.

Il 1554 comincia con una brutta caduta che lo costringe a stare a letto un mese; in seguito segnala capogiri alternati a momenti in cui si sente “molto gagliardo e ben disposto”. In ottobre viene colpito da infreddatura e mal di gola, di cui dice di soffrire anche d’estate. Scrutando in continuazione il proprio stato di salute, nel mese di marzo del 1555 Jacopo appunta: “ Lunedì mattina mi si smosse el corpo con dolore. Levami e poi per essere fredo e vento ritornai nel leto e stettivi insino a hore 18, e in tucto dì poi non mi sentii bene”. I richiami al maltempo sono frequenti: doveva soffrire particolarmente le basse temperature che lo costringevano a stare a letto e non lavorare e temeva in particolare il raffreddore “perché uccide o subito o in pochi giorni”, mentre il corpo gli doleva anche a causa della scomoda posizione in cima ai ponteggi. Nemmeno l’intestino lo lasciava in pace, cosa che racconta con dovizia di particolari: “giovedì mattina cacai dua stronzoli non liquidi, e dentro n’usciva che se fussino lucignoli lunghi di bambagia, cioè grasso bianche”. In ottobre si cava perfino la scheggia di un dente sottolineando che dopo riesce a mangiare meglio.

Pontormo: Visitazione Propositura dei Santi Michele e Francesco Carmignano

Pontormo: Visitazione Propositura dei Santi Michele e Francesco Carmignano

Niente abbuffate nella dieta del Pontormo, che suggerisce invece di vivere “d’ogni cosa temperato”: pane, uova, insalate di indivia, radicchio, fichi secchi e cacio, “minestracce”, niente carne rossa ma piuttosto coratella, fegatelli, una gallina, a volte cacciagione, scarso il vino. Molto spesso salta la cena e occupa il tempo disegnando o stando a letto, rarissimamente esce con gli amici o non si fa trovare, al punto da subirne i rimproveri. Svagato e distratto annota: “martedì feci in casa non so che”. L’ultimo ricordo è datato 6 ottobre 1556 e riguarda il lavoro in San Lorenzo dove disegna il torso di un putto, senza avvertire alcuna avvisaglia della morte, che sarebbe sopravvenuta di lì a poche settimane. Gli affreschi sarebbero stati terminati dal suo allievo e amico Agnolo Bronzino.

Dopo la scomparsa di Jacopo sulla sua opera e la sua storia cadde un velo di silenzio che durò più di tre secoli. Il linguaggio innovativo del Pontormo fu riscoperto all’inizio del Novecento, dopo che correnti d’avanguardia come l’impressionismo, l’espressionismo e il cubismo avevano aperto la strada a un’idea anticlassica del fare arte che si esprime – nel caso del pittore toscano – in composizioni e inquadrature prospettiche audaci, nella sperimentazione di colori accesi e brillanti e di mezze tinte inusitate, in figure allungate dai cui volti emerge una tormentata psicologia

Bibliografia:

Rudolf e Margot Wittkower, Nati sotto saturno, Einaudi, 1968

http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Pontormo%20opere/0%20Pontormo%20diario.htm

 

 

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