Democrazia, la famosa sconosciuta

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Due numeri de L’Undici fa, avevamo ipotizzato un ideale Governo di un ideale Stato che si impegnasse a trattare tre macro-temi in modo compiuto, invece di concentrarsi, come agiscono solitamente i governi reali che si susseguono nel BelPaese, su svariati provvedimenti da cui poco o nulla si ricava. Dopo la Corruzione e la Criminalità Organizzata, la proposizione finale tratta di una famosa sconosciuta: la Democrazia.Stabilito che la politica economica odierna di un Governo non incide affatto sulla vita delle persone – il fallimento degli 80 euro nati per i consumi niente hanno potuto per arginare il calo vertiginoso dell’inflazione che, a grandi passi, si sta trasformando in una deflazione di carattere strutturale, motore di una disoccupazione anch’essa strutturale.

Stabilita la totale assenza di razionalizzazione della spesa – lo Stato italiano spende quanto e più di prima nonostante l’epopea mediatica e provinciale della spending review, i super commissari come Giarda e Cottarelli, per la verità, quest’ultimo, defenestrato ancor prima di dare senso al suo piano di tagli.

Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review.

Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review.

Stabilito che le scelte di macroeconomia e governance bancaria  - ormai, con la vigilanza bancaria unificata, il centralismo di Francoforte crea e creerà non pochi grattacapi agli istituti della Penisola – cadono dall’alto supremo della BCE.

Stabilito che a breve partirà la Draghieconomics: si darà morfina blanda al sistema europeo (non solo banche ma tessuto produttivo in genere) per un anno o due, inoculando denaro corrente attraverso l’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea – e pensare che chi, solo due anni fa, proponeva questa soluzione, o quella affine degli Eurobond, all’epoca dello spread e dell’austerità dogmatica era bollato come una strega da bruciare.

Stabilito definitivamente che, nonostante la superiore ideologia dell’economia scarsamente generante un effetto sulla vita dei cittadini, il Governo dei tre temi dovrà occuparsi della famosa sconosciuta: meno alchimie di bilancio o misure pseudo-creative di sgravi, investimenti infrastrutturali, ecc.; più cultura politica tesa alla civiltà democratica. Pare giusto ritenere che il nostro Paese non abbia bisogno di nuove sfide economiche o fantasie produttive. Insomma una minore ossessione nei confronti dell’economia di una nazione, una maggiore spinta alla democrazia di un popolo.

Concetto ampio, che vuol dire tutto e niente, dopo secoli che se ne discorre e dopo qualche decennio in cui si è ingenuamente e artatamente ritenuto che la famosa sconosciuta abbia trovato il definitivo e non perfettibile compimento. Ormai è noto, ancorché banale affermare che Fukuyama si era spinto troppo in avanti generalizzando, senza dubbio d’ipotesi, una fine della storia con la vittoria della democrazia. Non aveva fatto i conti, o ne aveva fatti pochi, con il capitalismo e il pan-liberismo assolutorio degli ultimi trent’anni che hanno “prodotto” misfatti: cause della più grande crisi economica dal 1929.

Non uno ma due errori furono compiuti da chi credette di celebrare la morte delle idiosincrasie del globo con la caduta del Muro e la fine dell’impero sovietico. Un errore da scienza pre-galileiana e un errore di tracotanza storica.

democrazia4Un errore di metodo, dunque; e un errore di giudizio, di merito. Si è creduto e così si è insegnato per lo più nelle scuole occidentali ai millennials (i nati tra gli Ottanta e i Duemila) che il mondo avesse avuto una stabilizzazione – la stabilità, altra parola truffaldina del Potere – perché la Terra era lì in America, i liberatori di Wilson e Roosevelt, gli elemosinieri di Marshall, i gendarmi della nostra mente e dei nostri confini. Il sole era l’Europa tolemaica che girava a illuminare l’unica Terra possibile: gli Stati Uniti d’America.

Il giudizio errato sta invece nell’aver creduto che altre forme che avrebbero minato la democrazia sarebbero state sepolte dal progresso della Storia, venerata come un Ribot splendente sempre in corsa verso l’orizzonte dell’uomo migliore.

Pochi avevano fatto i conti con le ondate migratorie, con la rarefazione aggressiva dell’economia e dell’uomo sociale, con lo sterminio delle dinamiche culturali e ideologiche causato dai media, dai social network, e dalla tecnica tout court. In una locuzione (forzata quanto si vuole): la fine della democrazia.

Ad oggi, nonostante sembrerà apocalittico e poco integrato, la democrazia non esiste più. Almeno nelle forme teoretiche apprese da tre, quattro generazioni di uomini e donne occidentali dalla fine della seconda guerra mondiale – nonostante i filtri speciosi e rozzi con cui hanno inculcato le teorie sulla democrazia. E ciò è avvenuto in Europa, non meno che in Italia.

democrazia3È avvenuto in Gran Bretagna, in Francia, luoghi dove le Istituzioni erano da sempre e storicamente più centrate e robuste delle nostre, costruite persino su premesse aliene dalla democrazia – l’imperialismo britannico o la grandeur assolutista dei nuovi Galli -, ma, oltre ogni dubbio, è avvenuto in Italia dopo i primissimi vagiti di una storica Costituente che celebrò l’importante Costituzione italiana del 1948.

Più democrazia significa più istituzioni, non solo quelle propriamente riconosciute magari lavate dalla sporcizia degli accordi indicibili; specialmente il riferimento è a istituzioni in senso lato che abbiano un carattere culturale. Un Governo che punti a un nuovo modello culturale che metta al centro l’integrazione sociale (attraverso lo sport per fare un esempio) sempre più disgregata, non dall’immigrazione ma dall’assenza di alternative.

Ammortizzatori sociali, redditi di cittadinanza, sostegni economici, certamente gioverebbero a una serenità che possa presupporre un impegno nel sociale, nel vivere finalmente lontano da “ansie” di realizzazione che l’uomo europeo vive ancor più di un uomo africano meno avvezzo al culto della carriera economica.

Una siffatta ricetta è senza dubbio affine alle teorie di decrescita felice e riuso dello spazio e del tempo: teorie troppo spesso cestinate dai sacerdoti del prodotto interno lordo e della redditività.

Spostare l’attenzione dall’invasamento, dall’idea di resistere come potenza da G8 sfidando follemente colossi inquinanti come India, Cina o, in proporzioni europee, Polonia, verso temi culturali e sociali: radicare il concetto di scuola sociale, investire nelle attività sportive, rendere affascinante la dialettica democratica attraverso nuove forme di partecipazione politica del cittadino.

Ribellarsi allo stato sociale classico costituito da pensioni ormai trasformatesi in miraggi e ricatti per almeno tre generazioni. Rompere le catene della competitività che ha significato solo disastri aziendali e di risorse umane.

Ciò produrrebbe più contezza della democrazia che nasce quando una società non è ancorata ai problemi dell’economia, mai causa di un’identità civica ma semmai conseguenza.

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