11 Modi per sopravvivere ai propri genitori

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Ironicamente ispirato dai miei genitori

624ddd36gbc7c98aeaef4&690Tutti sanno quanto sia difficile, per un genitore, affrontare il temibile periodo dell’adolescenza di un figlio. Si sa anche che, spesso, i figli non aiutano in questa ardua impresa, mostrando insofferenza, voglia di ribellione, molto egocentrismo e un pizzico di ruffianeria.

Credo, però, che ci sia un periodo, nella vita di un figlio, di cui nessuno parla mai. Quel momento tra la fine dell’adolescenza, in cui la mitologica figura del genitore è stata smontata, riportata su un piano umano, e rimontata con i dovuti e coerenti canoni, e l’avvio di una nuova famiglia in cui il figlio passa “dall’altra parte della trincea”.

A causa della crisi economica, dell’instabilità finanziaria, della difficoltà di legarsi ad una persona che possa diventare effettivamente “l’altra metà della mela”, questo periodo si è allungato e, invece che durare uno o due anni… cinque nel peggiore dei casi, ora dura dai sei ai dieci anni, se non di più. Ma cosa succede in questo periodo evolutivo? È possibile che i genitori, per quanto affettuosi, inconsciamente desiderino che i figli prendano la loro strada e, altrettanto inconsciamente, cerchino di allontanarli con la “violenza”?

Io credo di sì.

Chi, come me, è cresciuto con due genitori diametralmente opposti dal punto di vista affettivo, cioè un genitore coccolone e musone, ma che vi difenderebbe a spada tratta se non fornito di carro armato in ogni situazione, e l’altra affettuosa come la Rottermeier di Heidi, sa che per quanto ti possano voler bene, in qualche modo, cercano entrambi di farti capire che “forse è ora che te ne vai”. Ognuno a modo suo e il più in fretta possibile. Possibilmente cercano di prepararti a questa dura realtà già da piccolo, ricordanti che sei figlio loro, che la loro porta è sempre aperta per te, ma che faresti meglio a varcarla in fretta.

Partiamo dall’inizio: l’infanzia. Quando sei bambino ti senti sempre amato, coccolato, e i miei genitori, per me erano irraggiungibili. Tuttavia, c’erano delle situazioni, degli atteggiamenti che io credevo “normali”, ma che nelle “altre famiglie” non avvenivano… e non ne capivo il motivo.phon11

  1. Attenti al phon!

    Qui mi rivolgo a tutte le ragazze/donne che mi leggono e che hanno o hanno portato i capelli lunghi. Per me sono sempre stati motivo di vanto ma, con mia madre al comando del phon era un incubo. La scusa era sempre la stessa: “Siamo in ritardo!”. Noi eravamo sempre in ritardo e, a detta sua, sembrava fossimo attesi da giorni immemori. Poi arrivavamo puntualmente con minimo 20 minuti di anticipo. Tutto questo portava ad un violento massacro a colpi di phon. Cascasse il mondo almeno una o due botte in testa con il phon erano d’obbligo ogni volta che mi asciugava i capelli. Alle mie lamentele, poi, rispondeva con un “Se non ti sta bene impara ad asciugarteli da sola!”. Ecco il primo segnale rivelatore: se non ti piace come faccio qualcosa, fattelo da sola. Tradotto: impara ad arrangiarti!

  2. L’infarto quotidiano

    Altra esperienza traumatica, non tanto per l’azione, quanto per aver scoperto che le altre mamme non facevano così. Visto che sono sempre stata bassa di statura, la doccia per me era come le cascate del Niagara: meglio evitarla. Quindi dritta nella vasca da bagno! Io entravo e come ogni papera che si rispetti ero perfettamente concentrata sul mio elemento naturale, l’acqua, quando mia madre arrivava e si spalmava con il massimo rumore possibile sulla porta vetrata del bagno facendomi prendere un infarto. Dopo le prime 5/6 volte, che hanno causato pianti angosciosi, a seguire mi ci sono abituata e da qui ho capito il vero significato della frase “Ciò che non ti uccide di fortifica”. E se sopravvivi a tua madre che riesce a rendere spaventoso anche il bagnetto serale, puoi andare nel mondo a testa alta!

  3. La minaccia del cibo

    Per questo punto esistono due varianti: i bambini che non mangiano e i bambini che mangiano. Nel primo caso molti bambini fanno i capricci a tavola e rifiutano il cibo. La conseguente minaccia è la tipica “Se non mangi tutto quello che hai nel piatto niente TV/ Videogiochi/Play Station… “ Già qui l’odio scatta feroce come una pantera e il bambino comincia a nutrire seri dubbi sul reale affetto dei genitori. “Che vuol dire? Se mangio due penne, mi fai le moine e i complimenti come se avessi vinto un Nobel e se non le tocco mi tratti come un condannato nel braccio della morte?”. La seconda situazione è la più rara e quella che conosco meglio. Oltre ad essere una nanerottola, sono pure una buona forchetta e sono stata la gioia di mio padre, che mi metteva nel piatto qualunque cosa e io mangiavo, bastava non dovessi rincorrerlo. Mia madre aveva scoperto che su questo argomento ero molto sensibile e, quando mia nonna o qualcun altro le diceva che ero molto silenziosa e non piangevo mai, lei rispondeva così: “Adesso ti faccio vedere come piange. Tamara, stasera non ti preparo da mangiare! Stasera, a letto senza cena!” Io ovviamente non ne capivo il motivo e piangevo disperata. Una volta arrivata a casa mi fiondavo al frigorifero e arraffavo tutto ciò che era commestibile anche crudo e filavo dritta in camera. Anche in questo caso il messaggio era chiarissimo: “Io ho il comando del cibo. Mi devi obbedienza oppure impara a cucinare!”

  4. L’abbandono (in)volontario

    Siamo al punto più esilarante e terrificante. Quanti di voi, da bambini, hanno avuto il terrore di perdersi o essere dimenticati da qualche parte? Sicuramente almeno il 90% di voi. Io ho perso questa paura a 4 anni, quando mio padre, intento a giocare a carte con degli amici, alla fine della partita si è dimenticato di avermi portata al bar con lui e mi ha lasciata là! Ci sono rimasta solo una mezzoretta, nemmeno il tempo di accorgermi che ero stata erroneamente dimenticata, che lui era già tornato a prendermi. La terribile minaccia “Se non ti comporti bene ti lasciamo qui.” Con me non aveva alcun effetto. La risposta era ovvia “Papà l’ha già fatto”. La cosa si è ripetuta altre tre volte. A 5 anni sono stata dimenticata in un altro bar. A 12 anni mi hanno dimenticata a scuola. A 19 anni, il giorno dell’orale della maturità, mi hanno dimenticata al bar, al termine degli esami. Per mio padre è un arte dimenticare cose e persone! Messaggio subliminale: impara ad orientarti e a sopravvivere in completa solitudine.

  5. Mangi a casa?

    Torniamo a parlare di cibo, questa volta da un altro punto di vista. Dall’età di 14 anni mi diletto con la cucina, ma di certo non è partito tutto dalla passione per l’arte culinaria. Avendo come presupposto la minaccia del cibo e, di conseguenza, la necessità di riuscire a nutrirsi, ecco che il resto del messaggio “vedi di sopravvivere” arriva ancora una volta da mio papà. Durante il periodo del liceo, per tre giorni alla settimana (al terzo anno, poi per 6/6 al quinto) rientravo verso le 14:00. Mia mamma mangiava presto perché poi correva al lavoro e mio papà mangiava verso le 12:00. All’inizio, credevo che mia mamma ce l’avesse con me perché sul tavolo c’erano due biglietti “Il pranzo è nel forno. Sandy” (per mio papà) e “Il pranzo è nel forno. Mamy” (per me). Il pranzo nel forno per una anno non c’è stato. O meglio. Il mio pranzo evaporava nel nulla. Dopo un anno di caccia al tesoro/pranzo, chiedo spiegazioni. Soluzione dell’arcano: papà mangiava tutto e io a secco. Scoperta la truffa placchiamo il colpevole e la reazione è stata “Ma mangia a casa?”. Il concetto viene ribadito: se vuoi sopravvivere meglio che il pranzo te lo prepari da sola.

  6. Le barzellette sporche

    18 anni compiuti e i vostri genitori si sentono liberi di osare e sanno che potete capire perfettamente certi doppi sensi. Proprio qui comincia la vera guerriglia per sbattervi fuori di casa. Tutte quelle occhiate, sorrisetti maliziosi, battutine sussurrate, vi vengono allegramente sbattuti in faccia. Il risultato, sperato e spesso ottenuto, è il vostro desiderio di abbandonare il caldo nido per non avere certe immagini davanti agli occhi. Qui non c’è distinzione tra mamma e papà, solo una lieve differenza di azzardo nelle battute e nelle barzellette. Non c’è limite orario, non fa differenza se siete seduti a tavola o concentrati al pc, se state bene o se avete appena finito di abbracciare l’amico Walter (wc). La cosa che conta è raccontare l’ultima di Pierino sentita al bar o “chi ha fatto cosa e con chi”. Senza contare le battute trasversali tra moglie e marito, mentre tu, figlio, sei seduto tra i due capotavola e devi cercare di cenare! In conclusione: pensa un po’ da dove sei venuta!

  7. Il primo cellulare (dei genitori)

    cellulariTipico argomento del XXI secolo: il cellulare. Nel 2002 ho ricevuto in regalo il mio primo cellulare, l’intramontabile Nokia 3330. A quel punto, avevo firmato la mia condanna a morte. Mio papà ha preso il suo secondo cellulare e, un anno dopo, anche mia mamma si è unita a noi. Dopo più di dieci anni di spiegazioni, serate passate a far vedere come funziona il telefono, cellulari che cambiano e, ora touch screen, siamo giunti al desiderio di fuga dalla fatidica domanda: come faccio a mettere il promemoria? Qui siamo già alla fine del travagliato percorso di apprendimento. Prima vengono le mattine con i tuoi genitori che ti svegliano alle 6:00 o le 7:00 per chiederti di trasferire tutti i numeri della rubrica da un telefono ad un altro. Nemmeno sai se sei vivo, figuriamoci cosa riesci a fare con un telefono. Quel maledetto promemoria rimane la tua croce: ogni volta che i tuoi genitori cambiano il cellulare ecco che ritorna il problema. Messaggio subliminale: resterai qui finché non avremo imparato. La reazione opposta è inevitabile.

  8. Mi insegni ad usare il Computer?

    Stessa problematica del cellulare, solo con molte più funzioni e tranelli. Dopo 5 anni che si esercitano al pc ancora non hanno capito come si manda una mail, cercando di usare Facebook, sanno solo fare i giochini e ti riempiono i messaggi privati di link a articoli, immagini e video da andare a vedere. Se non volessero farti uscire di casa, l’altra alternativa sarebbe quella di mandarti in manicomio! Nel periodo in cui ho avuto la brillante idea di lasciarli iscrivere a Facebook è stato un macello. Ogni due secondi avevo uno dei due che urlava il mio nome perché voleva mettere una fotografia, mandare un messaggio, aprire un link, far partire un video… Ad un certo punto sono sicura che pure il frigorifero fosse in grado di utilizzare il PC. Ovviamente loro no. Sotto testo: se te ne vai di casa saremo obbligati ad imparare da soli e sarai libera. Questa è una delle motivazioni più valide!

  9. La patente

    Patente! Quella meravigliosa tessera plastificata che si cela segretamente e gelosamente nel portafoglio. Il simbolo della libertà. Sfortunatamente per me non è arrivata a 18 anni ma a 23. Fatto sta che, prima di quella, avevo la scusa del “Sono motorizzata bicicletta, come ci vado a fare la spesa?”. Ora non più. Proprio in questo momento parte la grande contraddizione dei miei genitori: non puoi usare la macchina per uscire per i cavoli tuoi perché è pericoloso… ma puoi usare la macchina per guidare fino in centro città a fare delle commissioni, attraversare mezza provincia perché mi serve proprio quella cosa che sta là, portarmi fino a quel determinato paese perché è là che…! Come? La prima volta che ho preso l’autostrada da sola sembrava che avessi commesso un reato di lesa maestà… e dopo due giorni sto girando la provincia… Bene. Se vuoi essere lasciata in pace e non dover girare il mondo vedi di trovarti un lavoro e di avere un percorso fisso da fare!

  10. La doccia

    credo-che-non-gli-piace-fare-la-docciaQuesto evento ha sorpreso anche me. Fino a pochi anni fa, quando facevo la doccia (io oppure qualcun altro), la regola era “Non aprire alcun rubinetto, perché gli rubi l’acqua!” Da qualche tempo a questa parte, sembra che la battaglia per liberarsi di me si stia giocando di nuovo sul campo Marte del bagno. Come a voler dire: se non ti paghi la bolletta vatti a lavare da un’altra parte! Ora la scena è questa: io apro l’acqua, questa si scalda ed entro in doccia. In quel preciso istante si accende la lavatrice, l’acqua per lavare i piatti, si decide di mandare l’acqua in Africa… Il risultato è intuibile: acqua gelida o rovente! Esco dal bagno guardo mia mamma e… “Scusa stavi facendo la doccia? Non mi sono accorta”

  11. Una botta e via!

    Siamo all’ultimo scontro, quello finale. Dopo la fatidica affermazione di qualche mese fa “Andrò a convivere” è arrivato il colpo di grazia. Due botte in testa nel giro di tre giorni. Preparatevi, voi tutti che, come me, state cercando una via di fuga verso la libertà, perché ogni oggetto devierà la propria naturale traiettoria verso la vostra testa o articolazione a sancire la definitiva vittoria dei vostri genitori. “Se vuoi sopravvivere fuggi!” Dopo una gomitata in piena fronte e una pentola sulla tempia, mi sono arresa. Andrò a convivere!

Tutto ciò che ho raccontato sono stati incidenti domestici avvenuti involontariamente nell’arco di 25 anni, quindi non prendetevela e non gridate alle violenze su minore, non ce n’è bisogno. Sono sopravvissuta a tutto in modo eccellente. Vi invito, però, a prestare attenzione ai segnali in casa vostra. Che da voi sia già in atto la battaglia per rivendicare gli spazi genitoriali e non ve ne siate accorti?

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Una letterina “intima” ai genitori che poteva essere spedita diversamente, magari tramite posta tradizionale ma, a questo punto, sarebbe “interessante” conoscere il punto di vista dei destinatari.

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    • Tamara V. Mussio

      Questo articolo non voleva essere una serie di lamentele nei loro confronti, tanto che con i miei genitori ne ridiamo spesso, ma solo un piccolo pretesto per raccontare le “famiglie NON mulino bianco”, la normalità in una famiglia. Ci sono famiglie dove ci si fa scherzi, famiglie che amano viaggiare, famiglie che amano gli animali… In ognuna di queste si potrebbe trovare il lato ironico/negativo della questione. Per avere il parere dei diretti interessati, se ne può parlare. :)

      Rispondi
      • Antonio

        Delle precisazioni non c’era bisogno, è tutto molto chiaro. Grazie, comunque, di avermi dato conferme di un mondo che si avvita su e stesso, ancora adesso empiricamente.

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