Simha Rotem: “Il passato che è in me; Memorie di un combattente del ghetto di Varsavia”

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Un testo davvero prezioso, una lettura per tutti, in primo luogo per le giovani generazioni, spesso, non per loro colpa, carenti di formazione storica (specie degli eventi del Novecento); un potente richiamo oggi, visto che la Giornata della Memoria -al di là dei propositi di chi la istituì nel 2000- pare essere diventata spesso vuota celebrazione o magari pretesto per ciniche strumentalizzazioni ed accostamenti privi di contenuto tra fatti, luoghi, persone, storie.
copertinaIl passato che è in me; Memorie di un combattente del ghetto di Varsavia, è uscito di recente con Salomone Belforte Editore (collana Studi sul sionismo), Livorno, pp.242, €. 20,00. Autore: Kazik Simha Rotem, uno degli ultimi protagonisti ancora in vita di una vicenda gloriosa.
E’ la storia nota -almeno nelle sue linee essenziali- di un gruppo di circa duecento ragazzi ebrei i quali, dal 19 aprile al 16 maggio 1943, opposero una strenua resistenza allorché i nazisti decisero di distruggere il ghetto ebraico di Varsavia (da loro istituito nell’ottobre 1940), dove sopravvivevano -in mezzo ad indicibili sofferenze- 50.000 persone degli originari 360.000 abitanti ebrei della capitale polacca, un terzo della popolazione cittadina. Armati solo di pistole e bottiglie Molotov, i resistenti misero in conto di morire, ma con le armi in pugno, anziché arrendersi allo spietato nemico che aveva invaso ed occupato il loro Paese fin dall’1 settembre 1939. Meglio lottare alla disperata agguantando una sia pur flebile speranza di salvezza piuttosto che andare incontro ad una fine certa nei campi di sterminio della cui realtà essi -giovane avanguardia in una moltitudine incredula e disorientata- erano da qualche tempo a conoscenza. I coraggiosi ribelli riuscirono a tener testa alle SS per circa un mese. Fu la prima azione armata su larga scala nella storia delle invasioni naziste. Dopo la sconfitta, mentre il ghetto veniva distrutto, i sopravvissuti furono salvati e fatti fuggire, attraverso le fogne, da uno dei capi della rivolta, Simha Rotem, detto Kazik (19 anni).

Il testo è un autentico memoir di guerra: dall’organizzazione clandestina, alla durezza dei combattimenti, all’incredibile salvataggio dei correligionari da parte dell’Autore, al proseguimento della lotta attraverso la partecipazione alla rivolta di Varsavia l’anno successivo, fino al drammatico dopoguerra.

kazik1Alcune notizie su Kazik, giunto a Roma il mese scorso per presentare il suo libro.
Egli (classe 1924!) nacque nella capitale polacca (sobborgo di Czerniakow) da una famiglia ebraica autoctona, sia per parte di madre che di padre. Il nome e cognome originari sono: Szymon Ratajzer. A quattordici anni comincia a farsi strada in lui uno spirito sionista, grazie, in primo luogo, alle testimonianze scritte e fotografiche di alcuni amici di famiglia, gli Steins, emigrati nella Palestina mandataria alcuni anni prima. Allo scoppio del conflitto mondiale ha 15 anni. Si salva per miracolo durante un bombardamento tedesco del settembre 1939, nel quale vengono uccisi diversi suoi familiari. Nel 1942 entra in contatto con l’appena costituita ŽOB (Zydowska Organizacja Bojowa, Organizzazione Ebraica di Combattimento), di matrice socialista, artefice dell’insurrezione del ghetto. Szymon è ben presto conosciuto col nome di battaglia di Kazik (diminutivo di Kazimierz, cioè Casimiro) per i lineamenti da gentile che gli consentono di uscire dal ghetto senza essere notato, oltre che per la parlata polacca priva di inflessione yiddish; caratteristiche che fanno di lui l’ideale staffetta della Resistenza Ebraica, col compito poi di facilitare, nel prosieguo della vicenda, i passaggi tra le macerie del quartiere ebraico e di tenere i contatti con la Resistenza all’esterno. Consegue ben presto, grazie all’abnegazione e all’intraprendenza, una rilevante posizione all’interno del movimento e collabora con i principali esponenti, a cominciare da Yitzhak Zuckerman (nome di battaglia: Antek). L’attività di Kazik come capo delle staffette dello ŽOB e come collegamento con la Resistenza polacca generale sarà preziosa anche per l’opera di soccorso a quegli Ebrei che, dopo la distruzione del ghetto, incredibilmente ancora vivevano – nascosti- a Varsavia e luoghi vicini. Durante l’epoca della Resistenza affronta tremende difficoltà, a cominciare dall’antisemitismo di cui tutta la società polacca è impregnata, compresi i militanti antinazisti.
Nel 1947 giunge, attraverso l’immigrazione clandestina, nel costituendo Stato di Israele ed assume nome e cognome biblici: Simha (Gioia) Rotem, dal nome di un cespuglio dai fiori profumati, amato dal Profeta Elia.
Era stato lo stesso Antek a chiedere al suo antico braccio destro, nella primavera del 1944, una sorta di primo resoconto della loro drammatica esperienza; proprio nel periodo in cui i superstiti della rivolta vivevano alla macchia poiché i nazisti ancora spadroneggiavano nel Paese.kazik2b
Quasi un quarantennio più tardi gli antichi compagni di lotta, fondatori, nel 1949, del kibbutz israeliano “Lohamei Hagetaot”, cioè il kibbutz dei “Combattenti del Ghetto” -noto pure perché sede di un notevole centro studi sulla Shoah, secondo per rilevanza solo allo Yad Vashem di Gerusalemme, sorto qualche tempo dopo-, lo invitano a terminare la sua opera di narrazione; il cui originale ebraico è tradotto in inglese per la Yale University nel 1994.

La presente edizione è un testo ricco e completo -con un’utile appendice cronologica, nonché breve ed esaustiva bibliografia-, curato da Anna Rolli, autrice delle note e di un’illuminante prefazione. La vicenda di questi ragazzi è inquadrata in un preciso contesto storico / politico/culturale. La vitalissima cultura ebraica, sviluppatasi in Polonia negli anni ’20 e ’30 del Novecento -nonostante la crescita dell’antisemitismo, le accuse, i boicottaggi, le discriminazioni- fu distrutta dall’occupazione tedesca che, come scrive la studiosa, pose fine ad una civiltà portando alla disgregazione della struttura sociale ebraica.
Ma la resistenza all’invasore cominciò ben presto ad organizzarsi in diverse forme, cementata da un forte spirito di solidarietà e fratellanza, che il lettore può conoscere e rivivere con forte emozione attraverso le pagine del nostro Autore. Espressione di questo spirito di vita e libertà furono i giovani combattenti del ghetto. Il diario di Kazik è un resoconto in presa diretta, espresso in uno stile asciutto, privo di retorica come si addice ad un vero eroe. A volte pare quasi che l’A. nasconda di proposito i propri sentimenti: rivive, con tono all’apparenza distaccato, quegli istanti durissimi durante i quali egli e i compagni, soli al mondo, s’imponevano di non cedere all’emozione e alla paura per poter andare avanti. Ma l’umanità, i comuni sentimenti, i timori, affiorano inevitabili ….

Toccanti i quadretti familiari, all’inizio del racconto, che ci mostrano una Polonia contadina, con le immagini affettuose della famiglia; in primo luogo i nonni, materni e paterni. Vicende personali s’intrecciano coi tragici eventi di cui è protagonista il Paese.

WAR & CONFLICT BOOK ERA:  WORLD WAR II/PRIONERSE, spesso vissuto senza sconti e condizionato dall’incalzare inesorabile degli eventi, l’atroce dilemma, il dramma, condiviso tra i membri del gruppo, non senza contrasti talora forti, di scelte molto difficili -anche dal punto di vista etico-. In primo luogo, il sentimento di colpa per non aver aspettato abbastanza e dunque per non aver salvato un numero maggiore di persone; la tragedia di abbandonare innocenti al proprio destino: “Le strade non erano altro che rovine fumanti….Una volta vidi un mucchio di cadaveri ed udii il pianto di un bambino. Avvicinandomi scoprii una donna morta e tra le sue braccia un bambino ancora vivo. Rimasi immobile per un attimo, poi ripresi a camminare…”.

Una variegata umanità (ri)prende corpo. Pensieri e sentimenti espressi con assoluta sincerità, come l’indifferenza dei polacchi in generale per ciò che accadeva “dall’altra parte” della città.
Incontriamo i personaggi sinistri della polizia ebraica del ghetto; la bella ed intrepida Dvora Baran, il primo amore di Kazik, morta in combattimento poco più che ventenne; i due coniugi Antek Zuckerman e Zivia Lubetkin; quest’ultima sempre premurosa con lui, una vera “madre ebrea”…e tanti altri che il lettore amerà via via che li incontrerà, perché, ben presto, gli diventeranno familiari.
I difficili rapporti, in quanto ebrei, come sappiamo, con le organizzazioni della Resistenza polacca.
L’incredibile ritrovamento dei genitori Ratajzer, alla fine del conflitto.

La sensazione di essere straniero in Patria, come sradicato; l’inevitabile, naturale scelta verso il Paese che si andava ricostruendo nella Terra dei Padri. E anche i primi anni da persona libera nel nuovo Stato furono difficili. Rinascere, passo dopo passo, gli dà la forza di andare avanti, consapevole che quel passato è parte integrante della sua esistenza, è il “perno” ci spiega questo mirabile testimone intorno al quale ha continuato a ruotare il suo piccolo mondo. L’esperienza continua, tutto sta ancora accadendo.Gęsia_Street_in_Warsaw_after_the_war

La rilevante forza morale e di esempio sprigionata dalla storia di Kazik è irrobustita dalla postfazione del Prof. David Meghnagi, psicoanalista e studioso di Ebraismo, docente presso l’Università Roma Tre, dove ha dato vita e dirige il Master internazionale di II livello in Didattica della Shoah.

Al termine del nostro testo è riportata la Lectio magistralis che egli tenne, in apertura del Corso, il 26 gennaio 2010. La lezione è incentrata principalmente sulla figura di Marek Edelman, anch’egli combattente del ghetto, morto nel 2009, ben conosciuto da Meghnagi, sia di persona, che tramite le sue numerose opere. Il Professore ci fa rivivere l’esistenza avventurosa di questo “eroe /antieroe”, in parte molto simile a quella di Simha Rotem. Ma -e tale confronto rende il libro davvero completo e formativo- sono poste in luce anche le differenze tra i due personaggi. La decisione, assunta da Marek, di restare in Polonia, dove svolgerà con competenza ed abnegazione, la professione di medico, nonostante l’incompatibilità con il regime comunista; regime che non mancò di emarginarlo perfino quando ricorrevano le celebrazioni della rivolta del 1943; la preziosa militanza in Solidarnosc a inizio degli anni ‘80. I rapporti problematici con lo Stato di Israele (a fronte del sionismo di Rotem e di altri) , pur mantenendo egli, al di là della forte posizione dialettica, un costante affetto verso gli antichi compagni che avevano compiuto l’aliyah, in particolare Zivia Lubetkin.kazik5b

Un testo da meditare, da far proprio da parte delle persone di buona volontà, giovani e non.
Un contributo che, proprio nella postfazione di Meghnagi -ma è un tema ripreso dallo stesso Simha Rotem in un’intervista rilasciata qualche tempo fa-, per un verso, smonta un radicato pregiudizio; per un altro verso ci rammenta una verità importante. Il pregiudizio è quello secondo il quale non vi sarebbe stata resistenza ebraica durante il nazismo. La recente memorialistica e storiografia hanno posto in luce come gli ebrei “ dove hanno potuto, hanno combattuto al fianco dei loro connazionali non ebrei, con una percentuale più alta fra tutti i popoli”. Nei ghetti, nelle foreste dell’Est Europa, tra i partigiani spagnoli, francesi, italiani…. per non parlare della Jewish Brigade, inquadrata nell’Ottava Armata dell’Esercito britannico.

Per limitarci ai giovani di Varsavia (questa è la verità importante), giova ricordare come quest’esperienza -all’apparenza fallita, quasi donchisciottesca- in realtà sia stata fondamentale tessera (certo non l’unica, beninteso) nel variegato mosaico dell’ethos nazionale israeliano. In quell’intervista, rilasciata a Maurizio Molinari, riferendosi ai tagliatori di teste dell’ISIS, cresciuti in molti casi nella pacifica Europa -come i tedeschi che, “i più colti d’Europa, divennero un popolo di bestie”-, Simha Rotem avverte: “Bisogna combattere, sapersi difendere, non abbassare mai la guardia, come facemmo noi…e come fanno i giovani marinai israeliani che rischiano la vita per il popolo ebraico….”.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. bruno cazzuli

    Sto leggendo il libro ” IL PASSATO CHE E’ IN ME ” . E’ una storia molto toccante e
    rabbrividisco ad ogni pagina.

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  2. Anna Rolli

    Cara Mara, ti ringrazio molto per la tua recensione bella ed esaustiva. Un cordiale saluto anna rolli

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