Quella senza etichette

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spezie colorateSharani Zadeh, questo è il mio cognome. Tranquilli, come dico sempre se sapete pronunciare la parola “shampoo”, Sharani vi verrà facilissimo. Mio padre è originario della città di Masjed Soleiman nel sud-ovest dell’Iran; ma solitamente quando mi chiedono nello specifico da dove venga, rispondo da Teheran (perché purtroppo di molti Paesi sappiamo solo quello che i media preferiscono farci conoscere). Mentre mia madre è italiana, di Roma. Questa mescolanza piuttosto eclettica, si è sempre espressa chiaramente nel pranzo della domenica: immaginatevi mia nonna, contadina del Gran Sasso, difendere a gran voce le lasagne; mentre mio padre (cuoco iraniano) fare del kebab d’agnello un’esperienza mistica. Da qui sono nati i nostri pranzi “interculturali”.senza etichette

In realtà l’influenza iraniana non si è mai manifestata in modo eclatante nella mia quotidianità; ho ricevuto un’educazione di stampo cristiano-cattolico, e non parlo il Farsi. Però i miei genitori hanno sempre premuto per farmi conoscere la storia, le tradizioni e l’arte persiana; la consapevolezza della fragile posizione politica e culturale del Paese è arrivata dopo, da “autodidatta”.

Nella mia famiglia si esprime attraverso sfumature, che se analizzate racchiudono ragioni più profonde. Ad esempio mi è sempre rimasto impresso, durante le feste in cui tutta la famiglia si radunava in Europa, come le mie cugine, appena venute dall’Iran, si toglievano il chador con un gesto risoluto, quasi liberatorio; mentre gli uomini non erano mai sprovvisti di bevande ad alto tasso alcolico.

mercato interetcnicoE’ il velo di tristezza negli occhi di mio padre che mi ha fatto prendere coscienza; è stato costretto a lasciare il suo Paese per motivi prevalentemente ideologici, poiché ha sempre sostenuto la ferma convinzione della separazione tra religione e politica; e come sappiamo ciò non è accaduto. Ogni tanto cerco di immaginare come sia non essere riconosciuto cittadino della propria patria, avere la conferma che i tuoi figli non vedranno mai, senza correre seri rischi, il luogo in cui sei nato e cresciuto. Ma soprattutto il dolore di non poter essere presente al funerale del proprio padre; cerco di immaginare, ma non ci riesco. Molte volte mi sono sentita rivolgere questa domanda: “Ti senti più italiana o iraniana?”; mi viene naturale rispondergli con un altro quesito; sul mio passaporto c’è scritto cittadinanza italiana, e mi ci sento, però ogni volta che percepisco il profumo del thè nero, o ascolto qualcuno che saluta in iraniano, io mi sento ugualmente a casa. Allora cosa significa, una cosa esclude l’altra? Da qui nasce il mio astio per le etichette, che più ad identificarmi servono solo a relegarmi.

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