Le parole di un uomo

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Nei pomeriggi di bambina scoprii in un vecchio cassetto un taccuino. Sulla copertina in cuoio erano incise iniziali, simboli e si vedeva che era stato vissuto. Le pagine ingiallite e il colore dell’inchiostro erano diversi, di un’altra epoca. Man mano che andavo avanti nelle pagine in cerca di capire chissà quale segreto, mi rendevo conto ch’erano le poesie che mio padre scriveva quando era giovane. Senza una locazione definita, senza capire il momento storico, le scene, la donna per la quale scriveva e tanto meno lo spirito per il quale era trasportato nella scelta delle parole, virgole e spazi. Era una scoperta e allo stesso tempo una violazione di un segreto. Riposto nel cassetto quel pomeriggio non lo ripresi più in mano per una seconda lettura, così perché non volevo capire e lasciare quelle parole dentro a quelle pagine.

Tempo più tardi, un altro uomo mi fece leggere il proprio taccuino. E mi commossi leggendo del mare, di Mont St. Michel, di un bambino desiderato, della sofferenza e della condivisione che quelle pagine mi trasmettevano. Mi rendevano partecipe di una vita, di uno spazio e tempo diversi, di quello che si nascondeva dietro ogni maschera. La scrittura, piccola e ordinata, senza contesto e allo stesso tempo dentro al contesto, mi facevano scoprire il chi e guardare con altri occhi gli stessi eventi. E ripensai a quel pomeriggio di bambina.

Poi il Capitano, negli scambi di libri e di lettere, scriveva di bellezza, la stessa che intendevo io. La sua scrittura diversa, disordinata, perfettamente collimante con il mio stato d’animo, mi faceva ogni volta ricadere in una nuova lettura, cercando di interpretare qualcosa di diverso, quello che non avevo colto alla prima.

Le parole con l’uomo che ami, quelle scritte, quelle parlate. Le diverse inclinazioni e visioni, le innumerevoli lettere, biglietti, parole lasciate sugli specchi, sul tavolo, su un pezzo di carta, su una bicicletta. E le parole non dette, ma pensate, sentite, i silenzi prolungati che parlavano senza spiegare. E le interminabili letture di mio padre, di corrispondenze scritte a tarda notte, perché la notte parla di noi, fa uscire quello che durante il giorno nascondiamo. Quegli aspetti reconditi, un po’ primitivi, quelli neri, quelli che parlano di sofferenza, o quelli forti, della passione, del colore rosso, della determinazione.

Un uomo è e sarà sempre il mio libro preferito. Ha tutto, la penna di Oriana è per me come Pasolini per V., la Hack per A., la Mazzantini per M. …. Scorre veloce e profondo come un’emozione forte. La politica, la storia di un rivoluzionario, dell’amore verso la libertà e un paese, una storia d’amore struggente e drammatica, come solo certe storie possono essere. E ritorno sempre su questi passi, che mi appartengono, una pagina di un libro, le parole, la carta, e il momento in cui l’hai letto e ti ha marchiato, come se parlasse di una parte di te.

Non so se sono legata così tanto alle parole per quel pomeriggio di bambina, se lui me l’abbia trasmesse, se è stata la lettura stessa, o gli stimoli ricevuti nella mia crescita. So che quell’uomo mi ha ispirata, mi ha stimolata, come altri dopo di lui, ma in maniera diversa.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anna

    Quanto mi emoziona trovare e leggere una lettera, un biglietto, un post-it attaccato alla caffettiera. E’ una mano tesa, un invito ad entrare a piè pari nei pensieri di qualcun altro, anche solo per pochi minuti o secondi.
    Sarà per quello che mi piace tanto scrivere: come se tendessi la mano.

    Rispondi
    • Freida F.

      Anna, sono completamente d’accordo con te. Possono essere anche due parole, incastrate perfettamente nel contesto, e ti perdi in quel mondo…

      Rispondi

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