Giuseppe Ungaretti e il suo Natale di guerra

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Il Natale, come tutti gli anni, giunge puntuale e non transige. Non chiede se siamo pronti, oppure se ne avvertiamo o meno lo spirito. Arriva e basta. Eppure, non sempre il periodo di festa, enfatizzato da luci, decorazioni e shopping sfrenato, coincide col nostro stato d’animo.A volte non si avrebbe voglia di festeggiarlo, il Natale, e si preferirebbe che, almeno fino al prossimo anno, saltasse il suo appuntamento. È quanto deve essere accaduto a Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 1888- Milano, 1970) nelle festività del 1916, di cui riportiamo la poesia “Natale”.

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

 

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

 

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

 

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

 

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

Ungaretti è tornato a casa dal fronte della Prima Guerra Mondiale, è in licenza e sta trascorrendo il Natale a Napoli, a casa di amici. La guerra ha concesso un momento di tregua, ma il poeta è straziato dal dolore per la morte dei suoi compagni e dagli atroci eventi che egli ha dovuto vivere. In questi pochi versi, volutamente privi di punteggiatura, si ritrova colui che è considerato il fondatore dell’ermetismo, ovvero una corrente letteraria attiva in Italia a partire dagli anni Venti dello secolo scorso. Tale movimento cerca di restituire al linguaggio della poesia una sua dimensione essenziale, scabra e talvolta volutamente oscura, al fine di rendere novità alla parola abusata.

In “Natale”, Ungaretti esprime tutta la sua tristezza per una guerra brutale che non risparmia nessuno. Egli quindi non ha voglia di prendere parte allo spirito natalizio, di passeggiare per le strade affollate di gente. Dall’analisi delle proprie emozioni l’autore ha tratto enunciazioni essenziali che hanno portato alla distruzione della metrica tradizionale. Lo strumento fondamentale diventa l’analogia; mentre in questi versi i pensieri risultano “frantumati”, quasi a voler dare l’idea di un singhiozzo. Tale ritmo raggela l’animo del lettore e contrasta con l’immagine del caminetto, il quale pare evocare le emozioni che mancano. Si tratta di una poesia costruita sulla metafora e sulla similitudine. I versi sono divisi in cinque strofe di diversa lunghezza. D’altra parte, la guerra del Carso è sempre stata fonte d’ispirazione per questo poeta, il quale ha scritto diverse poesie proprio mentre si trovava in trincea.

“Natale” viene composta il 26 dicembre 1916, quando l’Italia è entrata in guerra da più di un anno e lo stesso poeta ha già conosciuto gli orrori del suo evolversi. A Napoli, in casa di amici, egli non riesce proprio ad immergersi nella “normalità” della vita di tutti i giorni; i brevi versi del componimento sono sempre alla ricerca di un termine “scavato” ed esatto. Sono poche parole che interrompono il silenzio e si caricano di significato.

Ungaretti è stanco, nel fisico e nella mente. Non intende “tuffarsi” nel “gomitolo di strade” che richiama il caos vissuto in trincea. Paragone se stesso ad un oggetto, privo di coscienza, desideroso soltanto di rimanere al caldo, accanto al focolare di casa che può regalargli momenti di pace. Avverte la necessità di rimanere solo, in totale “assenza di dolore”, perché sa che presto dovrà tornare a combattere. Il “qui” del focolare e del calore emanato, si contrappone ad un “là” riferito alla trincea, dove regna solo freddo e crudeltà. Con l’illusione di trovarsi in un “nido” accogliente, il poeta desidera rimanere vicino al camino, osservando le “capriole” fatte dal fumo, ovvero le sue evoluzioni.

Questa poesia appartiene alla raccolta “L’allegria di Naufragi” del 1919, diventata nel 1931 “L’allegria”, una sorta di diario che esplora vicende autobiografiche del poeta alla luce delle sue esperienze di guerra.

E così, questo deve essere stato il triste Natale vissuto da Giuseppe Ungaretti nel 1916. Inevitabile, per chi, come lui, ha sempre considerato la poesia strettamente legata alla biografia. È vero che l’esperienza del soldato lo ha notevolmente condizionato, praticamente in quasi tutti i suoi scritti, però in questi versi egli ha trovato modo di dare voce al suo vero stato d’animo, evitando di aggregarsi a quei “buonisti a tempo determinato” in cui ci si trasforma tutti, quando si sente giungere il periodo natalizio. Il fatto poi che egli abbia parlato di un focolare e del suo tepore, porta ad affermare che, nonostante tutto, il vero spirito del Natale lo avesse colto.

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fiorella modeo

    E’ bellissima e suscita un’atmosfera particolarissima:il desiderio di un Natale intimistico e raccolto che si adatta anche alla realtà odierna e alla sensibilità di coloro che per motivi diversi dal Poeta anelano a simili atmosfere. Anche io l’ho proposta ai miei alunni, cercando di sollecitare quelle corde speciali dell’animo per una giusta comprensione. Non so se ci sia riuscita realmente, perché nei bambini, fortunatamente, sono assenti quelle esperienze specifiche che innescano il processo di empatia con l’autore.

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