Francis Bacon. Studio di ritratto di Innocenzo X

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L’efferata rappresentazione dell’uomo come sismografo delle rivoluzioni artistiche di un secolo. Un capolavoro moderno dal carattere classico nato da una vita dispotica, incontenibile. Vita. Vissuta, condannata nell’arte incontrata a Parigi osservando l’opera di Picasso e facendo la scelta che lo avrebbe segnato per l’eternità, quella di diventare pittore.

Francis Bacon, irlandese di nascita, è stato uno degli artisti più eccentrici del mondo. Definito da molti come il pittore del sadismo, del terrore e della morte, come il più duro, il più implacabile artista lirico del ventesimo secolo dell’Inghilterra. Tormentato dalla carne e dalla corruzione, la sua opera strepita nella fragilità e nel marciume della vita. Quella vita che lui stesso ha vissuto sempre ai limiti della moralità, in un succedersi vorticoso di esperienze estreme, tormentate, selvagge. «Non c’è tensione in un quadro» scrisse Bacon nel 1955 «se non c’è lotta con l’oggetto». E da questa lotta l’oggetto, l’immagine dell’uomo, nascono distorti, sfigurati.

L’ossessione per il ritratto di Papa Innocenzo X dipinto da Diego Velázquez nel 1605 e che Francis Bacon non volle mai vedere. Mai.

L’opera è parte di una serie di dipinti sullo stesso tema creati tra il 1950 e i primi anni del decennio successivo, per un totale di circa quarantacinque quadri. Uno dei più grandi artisti del secolo passato e l’ispirazione agognata per una massima autorità in una posa scomposta, nella pittura, il sogno tragico del potere rarefatto dalla solitudine. Una pregiata personalità vestita di bianco e viola mostra la faccia di un teppista terrorizzato. Sul nero della tela precipita una figura ai limiti dell’urlo più feroce. La bocca è distorta in un grido e come prima parte del corpo umano, più degli occhi celati dagli occhiali, posta come immagine dell’anima umana.

Dipingere pericolosamente. Non è mai il volo ma lo schianto. È il folle entusiasmo per l’imperfezione. Il limite ondivago di ogni rottura nelle disperate parabole della mente. Strabilianti astrazioni precipitano immortali sopra un fondo oscuro. L’abisso del nero sostiene la luminosa e crudele forma. La sofferenza è mediata dalla forza vitale.

Nell’anima della sua opera la contaminazione. Gli elementi autobiografici, le fonti iconografiche, le fotografie anonime. Tensione, isolamento, libri di storia, film, la riflessione esistenziale sul vivere contemporaneo. La rielaborazione.

La pittura come viaggio figurato nell’interiorità dell’individuo e al tempo stesso, nell’attualità di una società sconvolta da un grido anonimo dentro una gabbia, esibito nella deformazione all’estremo di una fine.

L’arte, si riflette nello specchio di un horror in cui il protagonista si dissolve urlando, si abbatte, si frantuma nei rottami di una vita che il potere trasforma in illusioni per accontentarci.

Arte come ritratto. Arte che va amata e mai compresa. Arte della carne, che nasce nei vortici violenti della creatività. Arte famosa, oggi venduta, costosissima, intuita o incompresa, come un io interiore, come l’io esteriore.

Sono lame nell’aria della notte intorno le cortigiane falsità della mente. La rabbia. Vibra il vuoto. Lo schianto. Per liberarsi dalle sbarre di un destino prevedibile ma sconosciuto, sciabole. Sciabole di giallo.

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 Francis Bacon: “Studio del ritratto di Papa Innocenzo X, di Velazquez” 1953

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Nikki

    Complimenti. Bellissimo. Ho avuto la fortuna di vedere il quadro di Bacon in questione ed ora ne ho capito il senso. Grazie

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