Femminicidio, è tempo di fermarsi

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Se gli ultimi dati – 179 casi, secondo il rapporto EU.R.E.S. 2014 – fanno rabbrividire, uno dei recentissimi femminicidi, avvenuto in provincia di Viterbo, impone un’aggiuntiva riflessione morale, sociale e “legale”.
Premesso che bisogna sempre rispettare la legge, e consequenzialmente una sentenza emessa da un giudice, al contempo la società civile non può rimanere inerte, e inerme, di fronte alla brutalità di un crimine, ripetuto da un uomo la cui libertà, seppur cristallizzata da una norma legale (nel rispetto, in primis, degli artt. 13 e 27 della Costituzione), non trova motivo d’essere quando limita la libertà altrui o, peggio ancora, quando quella libertà la elimina per sempre, deprivando della vita una persona… una donna.
Se, quindi, le forze in campoleggi (fra cui il contestatissimo decreto sul femminicidio: D.L. 93/2013 convertito frettolosamente nella L. 119/2013; nonché la c.d. Convenzione di Istanbul, ratificata in Italia dalla L. 77/2013), piani d’intervento, associazioni, trasmissioni televisive, libri e persino le stesse segnalazioni delle future vittime (il 51,9 % delle donne uccise aveva segnalato o denunciato le violenze subite) – non riescono ad arginare questo crimine del quale, invece, si registra un’impennata, si dovrebbe quanto meno ragionare sul modo di evitarlo laddove vi siano gravi e accertati precedenti, come nel caso del viterbese.

Scorcio di Sutri, uno dei borghi più belli d'Italia.

Scorcio di Sutri, uno dei borghi più belli d’Italia.

A Sutri la trentunenne Brunilda Hoxha, madre di tre figli, ha trovato la morte, per mano (armata di coltello) del compagno, l’albanese Agaj Asilan, di 53 anni, col quale conviveva da circa un mese. Le indagini hanno portato alla luce il precedente: il cinquantatreenne aveva già ucciso, nel 2001. All’epoca, vittima era stata la moglie alla quale, dopo vent’anni di matrimonio, aveva spaccato il cranio.
L’uxoricida sconta nove anni di galera che, evidentemente, non sono stati sufficienti a recuperarlo, ad impedirgli di commettere pressoché lo stesso reato.
Qui entra ancora in causa l’art. 27 della Costituzione, in particolare il comma 3: Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato.
Le finalità intrinseche e lodevoli di questo dettame, quali risocializzazione, reinserimento nella comunità, reintegrazione, rimangono quindi un faro per il legislatore, e un punto fermo per tutti.
Ma questo concetto, la cui genesi serba in ogni parola il profondo impegno dei Padri costituenti, se da un lato ci conforta ricordandocene la lungimiranza, dall’altro appare lontano dagli odierni e cruenti fatti criminosi (in gran parte aventi luogo in famiglie che, in Italia, sembrano risentire della visione del giurista Arturo Carlo Jemolo, secondo il quale “la famiglia  è un’isola che il mare del diritto dovrebbe solo lambire”), o quanto meno lontano da tutti coloro i quali continuano a macchiarsi di tali delitti, spesso reiterandoli, come nel caso del borgo viterbese che, purtroppo, non rimane l’unico. Altri uxoricidi lo hanno preceduto e, alcuni tra questi, anche dopo aver intrattenuto, mentre erano in carcere, lunghi rapporti epistolari con le future vittime. Legami che attirano anche altre donne, le quali rivolgono la loro attenzione addirittura verso criminali efferati. È il caso, ad esempio, di Angelo Izzo (co-autore del massacro del Circeo e, da semilibero, autore del massacro di Ferrazzano) o dell’ottantenne Charles Manson (mandante di numerosi omicidi, tra cui uno dei più efferati della storia degli Stati Uniti d’America, durante il quale perse la vita, insieme ad altre quattro persone, Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski) del cui imminente matrimonio con la 26enne Afton Elaine Burton, non si può non rimanere sconcertati, pur volendo considerare la turbolenta storia della ragazza.

Ma questo tipo di rapporti (ricorrente fra l’altro anche per il genere femminile: ne sono esempi Amanda Knox e Daniela Poggiali, l’infermiera di Lugo di Romagna accusata di aver ucciso trentotto pazienti), si mostra perlopiù circoscrivibile ad altre dinamiche delittuose le quali, seppur allacciate al femminicidio dal filo funesto dell’orrore, da questo si discostano per l’origine del legame relazionale, fondato essenzialmente sulla notorietà del criminale. Diversamente, altro non è che amore, quel sentimento insondabile, non contemplato da alcuna legge umana ma depositario della ragione di ogni accadimento, e di ogni sforzo atto a comprenderlo.

 

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    La passione civile e l’ impegno verso i più deboli fanno dello scrittore una persona eccezionale nel variegato universo del giornalismo di questo paese. Non molla, Antonio, non si arrende. Scruta le notizie fino all’ ultimo minuto, le soppesa, le palesa a tutti, chiedendo così a tutti di fare qualcosa per le parti malate della società, per togliere i deboli ad iniquo calvario. Non so se molti fanno veramente qualcosa di concreto per evitare le sciagure di cui qui si tratta ed altre di vario genere. Dubito, e per molti motivi: rassegnazione, paura di ritorsioni, senso immaturo di essere lontani e protetti da tali mostruosità, indifferenza verso gli umani eventi e le umane sofferenze, e quant’ altro che tutti noi conosciamo. Io, generalmente, quando vengo a conoscenza di fatti efferati e di fatti criminosi che maturano in contesti che sembrano impenetrabili dalla Legge, dalla legalità, dal civismo, mi adiro perché uno stato non dovrebbe mai contenere in sé queste sacche di barbarie. E l’ ira si porta dietro tutto il mio senso d’ impotenza verso eventi che, più ci penso, meno capisco come possiamo affrontare e come prevenire in modo efficace. Mi chiedo come sia possibile che certe donne, e son mica poche, vadano ad intrattenere rapporti epistolari e poi amorosi con chi ha ucciso ferocemente: quale inspiegabile moto dell’ animo le porta a questa sconcertante spiaggia? Bisognerebbe cercar di capire a fondo : forse vi si potrbbe trovare la chiave del silenzio delle donne di fronte alla violenza che su di loro si abbatte, siano esse povere e non istruite, siano altamente acculturate, persino avvocatesse. Mi chiedo come uno stato attento e accorto verso i suoi cittadini possa rimettere in libertà in breve tempo chi ha gia’ colpito e ucciso in modo tanto efferato. L’ obbligo scolastico è lungo dieci anni e serve o servirebbe primariamente a formare cittadini consapevoli e retti. Come si può pretendere che un adulto, che ha ormai una sua personalità saldamente strutturata e sue consolidate caratteristiche psicologiche e di personalità possa modificarsi nel medesimo arco temporale richiesto per la formazione dell’ uomo e del cittadino a partire dai cinque-sei anni d’ età? E’ questione di elementare buon senso, non di ardue speculazioni psico-pedagogiche! Come si può circondarsi di ” analisti ” che valutano socialmente reinseribile un soggetto che ripete lo scempio non appena si sente libero? Vale e resta la regola dei Costituenti che vuole la pena come tempo di rieducazione, però bisogna dotarsi di personale molto preparato e competente in materia di recupero umano, psicologico e sociale, la qual cosa mi sembra purtroppo lontana dalla realta’ anche nelle istituzioni che accolgono e accudiscono la vita quotidiana dei cittadini. Lo vediamo ogni giorno. Le azioni da sviluppare nel contesto dei femminicidi sono tante, sono difficili, sono ancora lontane dal costrutto e dalla fattività’ che, a mio modesto avviso, servono, nonostante la generale presa di coscienza e la condanna che suscitano. Penso che oggi più donne si decidono, almeno, a denunciare, ed è già tanto. Ma alla loro richiesta di aiuto bisogna far seguire un percorso ferreo di protezione della loro persona e di punizione esemplare e congrua pur se rieducativa dei colpevoli. Bisogna formare personale veramente competente per seguire queste donne e questi uomini, prima che la loro evidente debolezza li riporti al punto di partenza. Chi può vedere e intuire la pericolosità di certe situazioni deve essere messo nella condizione di denunciare senza timori, ché si sa quanto sia facile in questo paese la cosiddetta ” fuga di notizie ” che terrorizza non poco la gente comune, magari il vicino che tiene famiglia, la vecchietta che vive sola e spaurita. Nel mio mestiere ho visto situazioni in cui forse nemmeno l’ assistenza sociale e sanitaria che seguiva direttamente casi non meglio definiti ” in difficoltà ” ha saputo o voluto prevedere il peggio, puntualmente capitato. Mah, se penso a coloro che puntano il dito contro chi ha almeno il coraggio di dichiarare le difficoltà, l’ intrico micidiale delle incompetenze e delle insolvenze, la difficoltà del cittadino che si trova solo davanti a spaventosi muri fatti più d’ acciaio che di gomma, non solo mi adiro maggiormente perché non è di tanta ignoranza che le vittime hanno bisogno, ma pure mi avvilisco pensando alla pochezza di certe persone che col loro superficialismo vanno ad indebolire ancor di più il coraggio di chi qualcosa comunque ha fatto e forse intende ancor fare, a suo rischio e pericolo, nonostante tutto e tutti. Mi chiedo se chi dall’ alto di non si sa che sminuisce e dichiara deliranti le persone che tentano di mettere i dovuti puntini sulle i ad eventi complessi e difficili, a situazioni diverse fra loro ed umanamente incomprensibili, si siano mai trovate di fronte ai casi d’ispecie , e si siano magari mai trovate a testimoniare o sottoscrivere con coraggio certe situazioni. Vi assicuro che ho visto giovani operatori diventare improvvisamente maturi e consapevoli di fronte ad eventi che a quell’ età manco passano per l’ anticamera del cervello. Li ho visti piangere e tremare, ma non li ho visti indietreggiare d’ un sol passo, nonostante i timori e il sorrisino derisorio di certi colleghi che seraficamente ripetevano a questi poveri eroi che la vita professionale l’ avevano appena cominciata: – Ma chi te l’ ha fatto fare? Potevi fare il tuo mestiere e basta! Perché cercarsi rogne? Mica t’ avevano chiamato per primi a testimoniare! Impara: non vedo, non sento, non parlo!
    Erano figli di gente modesta, non certo glorificata da lauree plurime, famiglie oneste e basta, che furono perentorie nel dire a quei giovani che prima di tutto essi dovevano fare ciò che è giusto in sé. Poi si vedrà.
    Non fu facile per chi stava loro vicino come persone anziane d’ età e professione, lenire le loro ansie, l’ angoscia per ciò che avrebbero affrontato, la paura d’ aver inteso male, la paura di non poter più vivere come prima. Dico solo che grazie al cielo (e solo chi veramente ha provato puo’ ringraziarlo senza sentirsi un verme asociale) stavolta era toccata ad altri una nuova e dura sorte da affrontare. Quando ogni argomento decadeva di fronte alla loro sconsolata dispersione non restava che ripetere il saggio vecchio aforisma, generalmente accettato e consolatorio: ” A ciascuno la sua croce, e se tutti ci rechiamo in piazza per deporla al pozzo e confrontarla con quella altrui, ognuno tornera’ a casa propria con la sua croce sulla spalla”. Quei giovani erano disorientati, dispersi, spauriti, tuttavia non ebbero mai dubbi di aver agito secondo l’ irrinunciabile principio di giustizia.

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    • Antonio

      Grazie per l’incoraggiante commento, Viviana. Purtroppo il tema principale di questo scritto – carcere a vita a chi si macchia di tale reato – non diviene prioritario (come altri di pari urgenza) per la Politica, tuttavia responsabile di non essere capace di fermare il colpevole che, piuttosto, viene rimesso in libertà.
      Il caso di circa due settimane fa, avvenuto a Napoli – un uomo, con precedenti per aver ucciso la prima moglie, spara tra la gente e ferisce la donna da cui si stava separando – rimarca per l’ennesima volta che la rieducazione e la risocializzazione, seppur lodevoli nel proposito umano, non possono essere perseguite mettendo a repentaglio l’incolumità delle persone, sia vicine che lontane.

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  2. Antonio Capolongo

    Ieri – durante la giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne – Raffaella Presta (avvocato penalista, specializzata in diritto di famiglia) ha ricevuto un colpo di fucile, mortale, esploso dal marito. Emerge una lunga storia di maltrattamenti, purtroppo simile a tante altre, forse tutte, per interrompere le quali, o almeno per tentare di farlo, le persone più vicine alle vittime (e ai carnefici) non possono che raccontare, ad un esperto e/o a un giornalista… prima che sia troppo tardi.

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