Criminalità Organizzata

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Nel numero de L’Undici di novembre 2014, avevamo lanciato l’idea di un “Governo dei tre temi”, ossia quelli che un esecutivo serio e non affetto da bulimia da annuncio dovrebbe trattare anche sacrificando altre emergenze del Paese. Il primo tema, come scritto, è la corruzione. Il secondo, che verrà trattato di seguito, è la criminalità organizzata.

Cosa pensi dei politici mafiosi?

La domanda contiene già in sé la risposta. Politici e mafiosi sono due termini che non dovrebbero mai essere accostati; l’espressione è un ossimoro in quanto la politica è la gestione del bene comune mentre la mafia è la gestione di un bene particolare e d’interesse per pochi che accumulano a danno dei tanti. La mafia è un’organizzazione come sono organizzazioni i partiti e i movimenti. La differenza sta nel fatto che la prima mantiene la sua organizzazione attraverso ordini imposti da un Capo e/o un’oligarchia, i quali gestiscono i propri mandamenti, ‘ndrine ecc. (ogni criminalità organizzata chiama i propri sottogruppi o sotto-luoghi in maniera diversa) e persegue il suo potere attraverso violenza e coercizione; i secondi, invece, deliberano (o dovrebbero) le proprie linee di pensiero e di azione attraverso l’esercizio della democrazia e il coinvolgimento della più larga fetta di cittadini possibile senza perseguire il loro potere attraverso violenza e coercizione, ma, al contrario, e sempre più teoricamente (purtroppo), mediante la condivisione delle scelte con la più larga parte dei rappresentanti eletti e degli iscritti. Purtroppo, sovente, in Italia, non solo abbiamo avuto e abbiamo politici mafiosi ma vi sono casi di partiti Criminalità organizzata 2nati da “patti scellerati” con Cosa Nostra, come si dimostra nella sentenza di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa redatta per Marcello Dell’Utri in cui si sostiene a chiare lettere che Forza Italia, nel 1994, nacque anche a causa di una precisa volontà di Cosa Nostra che cercava un appoggio politico dopo la fine della Prima Repubblica nel biennio 1992-1993.

È altrettanto chiaro che qualsiasi politico non deve essere mafioso e per non esserlo non bisogna aspettare una sentenza di condanna ma si deve intervenire prima. Se un politico avesse assidue o sporadiche frequentazioni di personaggi mafiosi, già questo sarebbe motivo sufficiente per non fidarsi di lui. Dunque, tenere gli occhi aperti e la mente libera; specialmente al momento delle consultazioni elettorali.

La mafia si trova in tutte le Istituzioni?

La mafia – o gli interessi privati di pochi – ha infettato in passato le Istituzioni; e continua a farlo. Basti pensare che la celeberrima e famigerata Banda della Magliana (ormai tradotta in racconto da una corposa letteratura e cinematografia) custodiva, negli anni Ottanta, il suo arsenale militare dentro un magazzino del Ministero della Sanità. Sarebbe auspicabile rispondere di no alla domanda ma la mafia, Criminalità organizzata 6ad ora, ha intriso la quasi totalità delle Istituzioni. Bisogna, però, discernere. Un’istituzione non è tutta nera o bianca: esistono servitori dello Stato, persone perbene che vi operano e a queste un giovane deve guardare. Nelle Istituzioni coesistono il bene e il male e spesso si avviluppano l’uno all’altro: la storia di Giorgio Ambrosoli (ci sono libri e film che la raccontano) è esemplificativa per comprendere quanto appena affermato. Lì, in quella vicenda eroica e tragica, abbiamo un esempio assoluto di Istituzione, o varie Istituzioni, dove operavano da un lato servitori dello Stato pronti a tutto, persino a sacrificare la loro vita, per dovere e etica della responsabilità – Ambrosoli fu ucciso e il governatore e il vicedirettore della Banca d’Italia, Baffi e Sarcinelli, furono perseguiti dalla Procura di Roma asservita molto probabilmente a poteri extra-statali e massonici (P2); dall’altro lato vi furono individui completamente collusi (a cominciare dall’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti) con i poteri economico-mafiosi dell’epoca, su tutti il villain dell’intera vicenda: il terribile Sindona.

Che cosa pensi dei clan?

Sono una pagina nera del nostro Paese (e non solo) e dobbiamo lottare affinché non vi siano più in futuro clan che controllino un territorio. I clan, quelli che non appaiono in televisione o sui giornali almeno prima di una retata, sono la radice da cui si muovono corruzione, colletti bianchi, i partiti delle tessere, dei soldi, dei voti.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso.

Superata la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso che vuole la criminalità organizzata italiana originarsi dalla vicenda di questi tre cavalieri spagnoli che, per vendicare l’onore violato della sorella, uccisero un uomo e furono condannati e incarcerati nella lontana isola di Favignana (Sicilia), all’epoca territorio spagnolo, all’interno di un carcere fortificato; oggi sappiamo che la mafia nelle sue innumerevoli declinazioni è ovunque. Dalla Sicilia fino alla Lombardia arrivando in Germania e trasvolando in USA e Australia. Territori ritenuti a torto incontaminati – un tempo si vagheggiava che la Toscana e l’Emilia Romagna fossero le Shangri-La d’Italia – sono ormai intrisi della presenza mafiosa delle cosche che siano di origine camorristica, ‘ndranghetista o mafiosa (Cosa Nostra). Senza contare che ormai è molto limitativo parlare solo delle tre suddette. Esistono, attive sul territorio italiano, clan di origine rom (almeno da trenta/quaranta anni), dell’Est Europa (Romania, Albania, Serbia, Kosovo, Bulgaria, Russia, Ucraina), africane (Nigeria, Marocco), asiatiche (Cina, Filippine, India e Pakistan), e gli ultimi arrivati: i sudamericani (Ecuador, El Salvador, Perù ecc.) presenti e in preoccupante ascesa in Lombardia e nelle aree metropolitane milanesi, torinesi e romane.

Tutte diverse per struttura, dinamiche, affari (alcuni dei quali in comune) e violenza. Tutte, però, affini nello sfruttare la risorsa primaria per la loro crescita e diffusione: il controllo del territorio. Un controllo esercitato da qualsiasi clan che nasce e si afferma attraverso una rete iniziale di droga, armi e estorsione. Partendo da questi, poi, prende il via tutta un’altra serie di economie. La cosca o il clan, quando arriva all’affidamento di appalti e a distribuire tangenti, è già uscita dalla strada e è entrata nell’età adulta.

Ogni clan è attento al territorio anche perché lo utilizza come strumento di pressione sociale in modo da impedire che la classe media dei cittadini abbia contezza del danno arrecatogli o, se la possiede, non le venga in mente di ribellarsi. Il territorio diventa persino un luogo di reclutamento: per le nuove mafie o per la camorra campana “classica”, senza la cantera della strada, il percorso di propaganda e di affiliazione sarebbe molto impervio. Non servono leggi o particolari provvedimenti: è sufficiente che i giovani provino indifferenza e riprovazione verso i malavitosi (spesso, invece, eletti come modelli da seguire) e trovino non solo giusti ma affascinanti i valori dell’onestà, del coraggio, della tolleranza e del rispetto del prossimo. Come rendere affascinanti questi valori sarebbe il grande problema da affrontare per un Governo che, invece di concepire piani strategici energetici, industriali o dei trasporti, potrebbe concepirne uno mai trattato. La Strategia per la bellezza dell’onestà. Non approverebbero i burocrati del Fmi o di Bruxelles, più attenti a quegli altri, ma ne gioverebbe, soprattutto in termini economici, il Paese intero.

Perché la criminalità organizzata si occupa di rifiuti?

I famosi in tutto il mondo Casalesi si interessarono di rifiuti perché smaltirli portava (e porta) soldi. Un’immensa quantità di soldi. Trovarono nei territori delle province porti franchi dove interrare e trattare rifiuti in deroga a leggi, salute pubblica e ambiente. La politica non fece niente sia per collusione che per incapacità. Oggi, sappiamo da innumerevoli indagini che viviamo in due tragedie. Alcuni territori sono ormai non utilizzabili per secoli e l’incidenza dei tumori sta falcidiando intere generazioni di cittadini inermi e ignari. La seconda tragedia è Criminalità organizzata 4rappresentata dal fatto incontrovertibile che il mercato dei rifiuti non è più solo ad appannaggio delle cosche ma che, al contrario, è diventato terreno di conquista per gli imprenditori di ogni parte d’Italia che, copiando i metodi della mafia, ne hanno preso il posto. Oggi, i colletti bianchi sono più mafiosi dei mafiosi, considerando che, ormai, la mafia in senso lato ha perso molti dei suoi antichi e oleografici simboli e, dunque, sarebbe più corretto parlare, in generale, di attitudini mafiose. Un esecutivo serio e non affetto da bulimia da annuncio lavorerebbe senza sosta alla progettazione e al potenziamento di una strategia dei rifiuti. Qualcosa, col passare degli anni, si è compiuto ma non è neanche lontanamente sufficiente affinché il mercato dei rifiuti diventi virtuoso per tutti. Cominciare con la chiusura e il riadattamento degli inceneritori uniti a una politica battente e coerente del rifiuto zero sarebbe un ottimo inizio.

Quali provvedimenti adotteresti nell’immediato?

Esistono ulteriori provvedimenti di facile raggiungimento oltre a quelli sui rifiuti. Non sarebbero sufficienti ma i primi che non richiedono costi, risorse umane e particolari tracciati burocratici sarebbero la legalizzazione delle droghe (leggere e non) e della prostituzione. Rappresenterebbe un decimo di ciò che si dovrebbe fare ma costituirebbe un segnale forte che il nostro ipotetico “Governo dei tre temi” lancerebbe alla criminalità organizzata.

Cosa può fare un cittadino?

Da soli siamo al buio.

Da soli siamo al buio.

L’apporto è essenziale. Una rete di  Comuni con il principale scopo della legalità promuoverebbe la sfida al fascino dei soldi e del violento. Da subito, l’incentivazione dello sport con la costruzione di strutture adeguate al complesso sociale di ogni luogo. Auspicabile: denunciare le attività malavitose sarebbe la cosa più semplice e immediata. È ovvio che pochi cittadini sono disposti a perdere pezzi di libertà o rischiare la vita. Dunque, il consiglio è di rivolgersi ad associazioni, comitati civici o, se lo si ritiene, a partiti o movimenti in modo che la denuncia sia coperta da una garanzia di attivismo civile. Sarebbe più difficile per un clan sterminare un intero comitato civico, rispetto che a colpire un singolo individuo. Quando la crisi avrà reciso gli ultimi filamenti di comodità che restano, la civiltà occidentale, in special modo quella europea e italiana in primis, avrà le capacità culturale della consapevolezza. Dopo tutto, una catastrofe economica come quella che si vive poterà i rami secchi dell’individualismo e porterà linfa vitale al cittadino che, per sopravvivere, e non trovando ristoro nei beni, troverà rifugio nel coraggio dei gesti e delle azioni. L’onestà, come recita erroneamente lo slogan di un movimento politico, non andrà di moda ma sarà una necessità.

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