“Bem vinda” nella Serra Gaucha

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Un cammino tra  storia, tradizioni e ambizioni del Rio Grande del Sud, Brasile

Sud del Brasile. I primi giorni di dicembre. Temperature medie al di sopra dei 25 gradi. Si inizia a pensare alle prossime feste natalizie, mentre lo spazio intorno si decora dei segnali tipici di questa ricorrenza, quasi per creare un legame di intenti e propositi particolari. Natale? E i caldi maglioni invernali, i pupazzi di neve e i miei cappellini stile francese? Mi muovo tra le vie della mia nuova città, con ciabattine a infradito, gonna paulista e “camiseta” colorata alla disperata ricerca del mare, perché in fondo siamo a non siamo in Brasile?  Così la mia difficoltà nel trovare conforto in questa atmosfera che si va imponendo è accentuata dal caldo sole che brilla al mattino, dal guardaroba estivo del mio nuovo armadio e dal fastidiosissimo rumore del condizionatore di aria con il tanto amato “gelo” che nei negozi viene utilizzato come strumento di marketing.

Natale nel Rio Grande del Sud.

Natale nel Rio Grande del Sud.

Qui nel Rio Grande del Sud siamo in piena primavera, benché la temperatura sia già estiva, almeno secondo la mia idea di estate tipica di una città italiana freddissima come L’Aquila. Qui è iniziato il tempo delle mille attese, mentre cambiano gli scenari, i sorrisi delle persone e le loro consuetudini, con un veloce movimento tra le abitudini di sempre e quelle che si ripropongono in questo periodo dell’anno. Siamo nello stato più a sud del Brasile, che si presenta con i suoi tratti salienti legati alle origini, alle tradizioni e alle prospettive future, discostandosi così dai caratteri associati alla nazione di appartenenza. Mi trovo esattamente a Bento Gonçalves, “piccola città” di 120.000 abitanti, nella zona nord est dello Stato, distante circa 150 km e circa tre ore di lungo viaggio in macchina dal litorale, forse uno dei peggiori di tutta la costa brasiliana: così, contro il pensiero comune di amici e parenti salutati prima dell’arrivo, non esiste alcun minimo sentore che richiami le lunghe spiagge bianche, i costumi e i pareo e soprattutto la samba. Vivo circondata da palazzi altissimi, molti in fase di costruzione, che lasciano intravedere montagne e vigneti che si estendono ai lati di percorsi stradali primari e secondari, tra centri commerciali, piccole officine meccaniche, colossi industriali e mercatini di legno con i tipici prodotti agricoli del posto, che preparano una “salada de fruta” dai colori, profumi e sapori naturali, come l’azzurro de cielo dei disegni dei bambini.

Questo è il cuore della Serra Gaucha, dove chiunque non può fare a meno della carne e dell’amato “churrasco”, dello “chimarrao” e della “sobremesa” a fine pranzo. “O churrasco” è simile alla nostra grigliata di carne, legato alle domeniche trascorse in famiglia e con gli amici, con il sole cocente, le bevande ghiacciate e la voglia di condivisione. Già, tale tradizione  accomuna qualsiasi abitante della Serra, di ogni genere, età e discendenza.  Così le passeggiate della domenica mattina sono accompagnate dai profumi tipici della lunga preparazione dello churrasco e dalle chiacchierate in portoghese e in taliano, un dialetto tipico nato dalla fusione tra veneto e brasiliano. La loro passione gaucha non può di certo essere tradita in occorrenza della vigilia del Natale; una cena esclusivamente a base di carne, succeduta da un quantità abbondante di frutta, segno dell’estate appena iniziata, degustata attendendo l’arrivo del Babbo Natale e il momento dello scarto dei regali. Nei giorni successivi si da il via a feste, in mare o in montagna, e a vari balli della tradizione in attesa dell’inizio di un anno nuovo, che porta con sé nuove speranze e aspettative future, accolte con una  fede vissuta nella propria intimità, senza fanatismi o faziosità.

Bento Goncalves, città del Rio Grande do Sul.

Bento Goncalves, città del Rio Grande do Sul.

Converso con la mia prima coinquilina che, raccontandomi delle usanze natalizie della sua terra, collega il mondo che porto con me con questo universo infinito e contraddittorio, distante dalle mie usanze e dalle mie passate esperienze. Le rivolgo mille domande, con il mio fare curiosissimo, approfittando della sua disponibilità che già era evidente nelle sue e-mail prima del mio arrivo; mi riportava  una sorta di lista dettagliata di istruzioni di uso di ogni macchinario presente già in casa. “Per l’acqua calda utilizza il rubinetto a sinistra. Se hai bisogno del cuscino, indicami il modello, la grandezza, la marca, in modo che lo compro io e te lo lascio in camera”. Scelse lei, chiaramente, concedendomi il tempo per diventare un’esperta in merito alla questione. È un ingegnere ambientale di 23 anni, testarda a sufficienza, determinata e schietta, di animo squisitamente gaucho.  Risponde alle mie frequenti domande, selezionando con cura i termini da utilizzare per colmare il vuoto linguistico, e tentando di comprendere i miei discorsi in un portoghese fantasioso con molte incursioni italiane incontrollate. Tramite quelle storie si rende testimone delle tradizioni, legate al natale e alla vita quotidiana dei giorni comuni, che accomunano ogni abitante di questa regione brasiliana, seppure con sfaccettature differenti.

Usciamo insieme ogni mattina alle 7:20 per raggiungere il lavoro, approfittando di quei pochi minuti per vari pettegolezzi, che mi hanno permesso di conoscere la “calcinha fio dental”, ovvero un particolare slip femminile. Si, fu molto “ingrassada” quella conversazione. Già, ingrassada, che qui si usa per descrivere una situazione o una persona divertente, stravolgendo il carattere negativo che assume se tradotto letteralmente in italiano. Appena arriviamo in ufficio veniamo travolte dal rapidissimo movimento di persone, voci e rumori. Una macchina che si attiva e che racconta di un sentimento di rivalsa, testimoniato dal veloce susseguirsi di riunioni, pianificazione e azioni volti al raggiungimento di specifici obiettivi. Ogni giorno viene vissuto come la sola e ultima occasione per lasciare un segno indelebile, partecipando attivamente con la consapevolezza di quanto fu e il desiderio di un distaccamento definitivo dal passato. Forse tale aspetto è ciò che più differenzia questo luogo dalla restante parte del Brasile, e nel particolare dalla fascia nordica. Allo scadere di quella parentesi lavorativa si prosegue con ogni genere di corso di formazione per maturare e approfondire una conoscenza intesa come strumento valido di crescita e cambiamento, sia come singoli individui sia come appartenenti a una stessa regione e a uno stesso stato, e purtroppo, secondo l’idea di molti, a una stessa nazione. Questo desiderio di un costante perfezionamento è accentuato dalla nostra particolare professione, a servizio di una Fondazione che collabora con imprese private, proponendo soluzioni innovative e sostenibili a difesa dell’ambiente, con le difficoltà normali che si possono incontrare in un paese in fase di sviluppo.

La città di notte.

La città di notte.

E così, a fine serata, brillano soltanto i lampioni delle strade e le luci degli altissimi palazzi, mentre già da tempo hanno chiuso la propria attività bar, ristoranti e negozi, lasciando il posto al silenzio in attesa di cominciare all’indomani una nuovo giorno e avere così ancora un’opportunità per salire un altro scalino verso un futuro di libertà, che accomuna e divide allo stesso tempo. Accomuna chi ha il sogno di un mondo diverso inseguito con onestà e vocazione, ma segna una distinzione rispetto a chi, secondo una necessità di sopravvivenza, tenta di accorciare tempi e distanti con le solite pratiche di favoritismi e corruzione.

Allo scadere del ritmo incalzante della settimana lavorativa si giunge al weekend con il desiderio di immergersi in qualcosa in cui riconoscersi, come un nido di protezione e sicurezza. Fervono i preparativi della domenica con i suoi aromi e le voci allegre provenienti dal giardino, mentre c’è chi è in fila al supermercato per gli acquisti dell’ultimo momento; al seguito, nel pomeriggio, ci si riunisce nei parchi o nelle strade, con “o chimarrao”, il gelato guarnito con frutta e granella di nocciola o un “fritel”, fino al calare del sole.

Le giornate si svolgono con lo stesso rituale, come uno schema comportamentale rigido che non lascia spazio all’imprevedibilità di eventi sorprendenti. Ogni cosa sembra sia pianificata conformemente a regole universalmente riconosciute. Si possono in questo modo distinguere i simboli di una stessa appartenenza che si ripropongono severamente, nelle loro diverse manifestazioni, senza trasmettere all’esterno un’immagine di staticità o passività, per la confusione di suoni e colori e i ritmi veloci di una continua trasformazione. Tali particolari segnano i confini netti di una realtà in cui ci si sente liberi di agire e progettare il  futuro, come se al di fuori di queste pareti, il senso di estraneità impedirebbe lo stesso flusso di valori, idee e movimenti “Questa è la Serra Gaucha” – mi raccontano –“…già la Regione Metropolitana è differente”. Si fa riferimento alla zona del Rio Grande del Sud maggiormente industrializzata, dove si trova la capitale Porto Alegre.

Nei miei primissimi passi mi muovevo tra oggetti richiamanti la mia idea, forse stereotipata, del Brasile, e tra quei rituali che la smentivano. Io provengo da un mondo distante e diverso come proiezione al futuro e stile di vita; eppure le mie origini siano molto vicine a quelle di questa particolare regione del Rio Grande del Sud, meta dell’immigrazione italiana, specialmente della popolazione del Veneto, a partire dalla fine del 1800. Forse la confusione iniziale causata dal contrasto tra le mie convinzioni e quanto sperimentato, camminando con la mia gonna lunga, alla ricerca del mare al di la di quelle montagne, trova la sua risposta proprio in queste origini. La determinazione dei primi immigrati, le loro prime abitazioni, la cultura dell’uva e del vino che diffusero, il senso di appartenenza e il sacrificio con cui hanno costruito questo mondo, pietra dopo pietra, non soltanto sono nella memoria di ognuno, ma si possono ritrovare tangibili, a oggi, in diversi ambiti: un’economia incentrata specialmente sul settore industriale vinicolo, le attrazioni turistiche che esaltano quella immigrazione, i cui simboli sono diventati patrimonio artistico della regione, gli infinti  vigneti, la raccolta dell’uva e le feste che la celebrano  nel mese di febbraio. A tutto questo  si aggiungono il senso del dovere e la costanza con cui viene affrontato il presente per lasciare un segno indelebile, come lo sono quelle case lungo il “Caminho de Pedra”. Io perché italiana sono “bem vinda”, sebbene non si riesca a comprendere le ragioni che spingono una ragazza della mia nazionalità a raggiungere questo paese per dare seguito al suo percorso di vita;  in Italia, mi dicono, esistono innovazione, tecnologia, bei vestiti, monumenti storici, città meravigliose, uomini affascinanti, mentre qui si è ancora in piena fase di sviluppo, con i suoi risvolti negativi, tra cui una lentissima macchina burocratica e fenomeni generalizzati di corruzione.

2014-12-03 19.00.51

Città di grattacieli.

Comprendo che la percezione generale dell’occidentalità dell’Italia sia distorta proprio in ragione di questo legame fortissimo con la mia nazione e forse legata a un’apparenza che da noi ha determinato un silenzio quasi distruttivo. Il senso di riverenza e la consapevolezza di una diversità fisiologica, tra i due mondi, determinano una sorta di chiusura nei mie confronti, forse per la paura che ai miei occhi possano emergere carenze, lacune e difetti. Le persone che incontro nelle mie giornate mi chiedono “se gosta” la città, le persone, i luoghi a loro familiari. Sono  consapevoli di non essere pronti ad accogliere chi si colloca al di là del loro abituale vissuto, se non attraverso la semplicità di un sorriso e svariati tentativi di ridurre le difficoltà comunicative. Mostrano un forte attaccamento alla loro terra e un amore verso il mio paese, entrambi base e incentivo per quel  ritmo di vita incalzante che inizia prestissimo, poco dopo l’alba, senza concedere spazio e tempo a un aperitivo in compagnia, alle chiacchiere e al dolce non far nulla nei locali notturni.

Così allo stesso modo si mostra ai miei occhi lei, la mia perfetta coinquilina. Giunge al lavoro, si destreggia tra i mille impegni, per poi concedersi la pausa del “médio dia”, preferibilmente con carne, e riprendere al seguito con lo stesso ritmo. La sera si dedica ai suoi studi o al completamento delle attività lavorative lasciate sospese, con la televisione in sottofondo, concedendosi piccole incursioni su facebook e svariate chiacchiere al telefono con amici. Il venerdì quasi sempre, con la sua valigia, portando i segni della stanchezza della settimana conclusa, raggiunge la sua casa di origine, distante circa 200 km, in autobus, unico mezzo di trasporto a esclusione dell’automobile. Un ricongiungimento con la propria dimensione intima in cui lasciarsi andare, inebriata da quell’atmosfera che ora potrà di nuovo ritrovare nel suo Natale.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Freida F.

    Queste parole si incontrano con tutti i primi momenti di vita degli “espatriati”. Curiosi di conoscere un nuovo mondo e nello stesso tempo attaccati al ricordo delle nostre tradizioni. Ci si senti piu’ indifesi perchè è come se si riniziasse a parlare, con suoni e modi di dire diversi. Bello Fra.

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    • Francesca Graziani

      Si, so che mi comprendi benissimo. La paura, il desiderio di esprimersi, la voglia di cominciare nuovamente. Semplicemente la vita, il suo movimento, ogni singola emozione, di qualsiasi natura. Un abbraccio.

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