Per non dimenticare i mandorli in fiore. La poesia di Nazim Hikmet

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Pensando a Nazim Hikmet, ovvero a colui che è stato considerato il più grande poeta turco del Novecento, forse sono altre le poesie che vengono in mente. Hikmet, poeta e rivoluzionario, nonché “comunista romantico”, conosciuto per l’animo indomito che lo ha portato ad anni di lotta e di prigionia in patria, fu in realtà un uomo che credeva nell’amore, nella democrazia e nella forza delle parole. Sarebbe un vero peccato quindi, una limitazione imperdonabile, riassumere la sua attività di poeta nei versi: “il più bello dei mari/ è quello che non navigammo”, senza dubbio la sua lirica più conosciuta. Nonostante sia una poesia di rara suggestione, capace di infondere fiducia nel futuro e donare un lungimirante messaggio, Hikmet non è solo questo. È come quando si visita un paese straniero. Ci sono itinerari turistici, percorsi dalla massa, e tragitti più “intimi”, che permettono di conoscere la storia di un popolo e le loro tradizioni. Ecco, con Hikmet, vorrei evitare gli “itinerari turistici”.

Il Francobollo dedicato ad Hikmet dall'URSS nel 1982

Il Francobollo dedicato ad Hikmet dall’URSS nel 1982

Nazim Hikmet è più di così: è musicalità, è nostalgia di un amore, è poesia che diventa semplice, “pratica”, alla portata di tutti.
Dice cose che ognuno di noi potrebbe pensare, “impastando” concetti dedicati all’amore, in maniera che suonino armonici, ma al tempo stesso inframmezzati da quei “tagli” ermetici che ne contraddistinguono il modo di poetare. Le frasi brevi, per dare modo di assaporare lo scorrere delle parole, senza privare il lettore della possibilità di riflettere su quanto letto.

Versi che si “recuperano” nell’immediato, per la chiarezza dei loro messaggi… Mi sono imbattuta, direi proprio per caso, in “Dimentica i mandorli in fiore”, una poesia che Hikmet ha scritto durante la sua prigionia in Anatolia, nella prigione di Bursa, il 5 novembre 1945.

Ecco, credo sia stato proprio da questi versi, che forse in pochi conoscono, sui quali la critica non ha scritto molto e che io stessa non conoscevo, che mi sono innamorata di questo poeta. Qui sta la peculiarità di Nazim Hikmet, la sua struggente nostalgia per un amore dal quale è costretto a star lontano, che diventa al tempo stesso personificazione di natura, di vita, di libertà.

Le stagioni acquistano una simbologia pregna di significati: amore e morte dell’amore, del poeta stesso, della natura, di qualcosa che segue il suo ciclo vitale e, almeno al momento, dalla sua prigione, Hikmet pensa non potrà più tornare.
Seppur da una cella, egli pone in primo piano il desiderio della sua donna.

“Dimentica i mandorli in fiore”
Dimentica i mandorli in fiore.
Non vale la pena In questa storia
Di ricordare ciò che non può ritornare.
Asciuga al sole i tuoi capelli bagnati:
languidi come frutti maturi brillino
umidi, grevi, i vermigli riflessi.
Amore mio, amore mio, 
siamo 
in autunno.

Personaggio complesso Hikmet, a cominciare da quell’errore anagrafico secondo il quale egli era nato a Salonicco (oggi Grecia) nel 1902, mentre invece il reale anno di nascita è il 1901. Il padre era un funzionario di stato, mentre la madre una pittrice. Politica e arte erano destinate a far parte della sua formazione, un bizzarro connubio che lo caratterizzerà per tutta la vita. Hikmet è stato uno dei primi poeti turchi ad adottare il verso libero, per questo è tanto amato.

Nel 1922 fu condannato per marxismo, poiché già dall’inizio degli anni Venti si era iscritto al partito comunista turco.
Malvisto per la pubblica denuncia dei massacri armeni del 1915- 1922, fu costretto a trasferirsi in Russia in esilio volontario. Da qui, un lungo alternarsi di periodi di prigionia a momenti di grande produzione creativa. Dopo il ritorno in Turchia nel 1928, senza visto, è nuovamente condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare, ma riceve l’amnistia nel 1935. Nel 1938 è condannato a 28 anni e 4 mesi di carcere per le sue attività antinaziste e antifranchiste e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk, primo presidente della Repubblica Turca, morto proprio quell’anno.

Grazie all’intervento di una commissione internazionale, della quale facevano parte anche Pablo Picasso e Jean-Paul Sartre, sconta “solo” dodici anni e nel 1950 viene liberato. In seguito si sposa con una traduttrice, Munevver Andac e, nel 1951, a causa delle costanti pressioni, è costretto a ritornare a Mosca, dove la moglie e il figlio non possono seguirlo.

Tomba di Nazim Hikmet nei pressi di Mosca

Tomba di Nazim Hikmet nei pressi di Mosca

Egli trascorre così il suo esilio in tutta Europa, perdendo la cittadinanza turca per diventare poi polacco. Nel 1960 si innamora della giovane giornalista russa Vera Tuljakova, la passione della sua vita, e la sposa.

Muore il 3 giugno 1963 a causa di una crisi cardiaca, mentre si trova in esilio a Mosca.

È incredibile per chi ha vissuto così tante traversie a sfondo politico, essere ricordato come “il poeta dell’amore”. Eppure, prima di tutto, questo era. Un uomo le cui attenzioni e l’amore erano rivolte alla moglie e, quando non le era accanto, ne rimpiangeva la lontananza, avvertendo la tristezza e la nostalgia per la giovane e bella Vera lasciata a Mosca.
Il suo cuore, già messo a dura prova durante la prigionia, alla fine ha ceduto, dopo soli tre anni di matrimonio.

Chissà cosa pensava Hikmet della vita?
Era ottimista, si evince da questi versi.

Prendila sul serio (la vita)
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni
pianterai un olivo
non perché resti ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Be’, credo che poi, alla fine, quell’olivo, Nazim Hikmet lo abbia piantato. Entusiasta della vita, nonostante tutto, ne ha conficcato le radici in profondità, lasciando un segno rappresentativo nella letteratura occidentale. Osteggiato in patria, molto amato altrove, ci ha lasciato la sua poesia ad espiare il tormento.

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