Note di commento

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Il fatto. Nel giugno dello scorso anno, precisamente il 4 giugno 2013 di prima mattina, a Piacenza, Andrea Albanese  lascia la macchina nel parcheggio e si recava al lavoro. E’ una giornata molto calda  di inizio estate…Nell’abitacolo della autovettura, legato al seggiolino, Andrea porta il figlioletto Luca di due anni.

Come verrà accertato nel corso del processo che seguì, la temperatura all’interno della autovettura diviene presto altissima, circa 60 gradi, ed il bimbo, rimasto esposto per oltre otto ore ai raggi del sole, muore dopo lunga agonia. Il padre era sicuro di aver lasciato il piccolo Luca all’asilo, prima di recarsi al lavoro, ma così non era stato.

Il dramma esplode in tutti i suoi aspetti tragici quando il padre si rende conto che d’aver dimenticato il bimbo, legato al seggiolino all’interno dell’auto, e che la morte era stata causata dal suo omissivo comportamento.

Nella fase preliminare del processo, il perito incaricato dal GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) e quello della difesa sono concordi nel ritenere che “al momento del fatto Andrea Albanese era completamente incapace di intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria ‘amnesia dissociativa’”. Il GIP, aderendo a conforme richiesta, proscioglie l’Albanese per non essere imputabile .

legeg-uguale-per-tuttiNote di commento. La vicenda del piccolo Luca, legato al seggiolino e dimenticato dal padre, ha interessato tutta l’opinione pubblica e tutti i giornali ne hanno parlato, prendendo posizione a favore di un’interpretazione fatalistica o di una situazione di addebito di responsabilità. Tutti, comunque, ne hanno evidenziato la gravità.

Escluso che si possa trattare di un’ipotesi dolosa di reato ed identificato nella colpa l’elemento soggettivo, sia pure di grado elevato, sembra opportuno seguire l’orma del giudicante piacentino, astenendosi, quindi, dall’esprimere giudizi esclusivi di natura psicologica o più strettamente giuridica.

La decisione ha una sua esistenza ontologica e poggia il suo presupposto nella ricorrenza o nella non ricorrenza della imputabilità dell’imputato. Sul piano del contenuto,  l’”amnesia dissociativa” , limitata al fatto di causa e provvisoria nella sua espansione temporale, si rappresenta come l’impossibilità di rievocare fatti importanti, inerenti la personalità, dovuti a trauma o a disturbi psichici.

Invero a fronte di una colpa gravissima, accentuata dal rapporto affettivo (padre-figlio) e dalla tenerissima età della vittima, sta la personalità del colpevole, che pure è il padre ed è portatore di un alto sentimento, quale è quello di una consapevole generazione.

In una situazione siffatta vengono in un virtuale conflitto l’interesse generale della società alla tutela della persona (nell’ipotesi “de qua”del bambino) con il dolore strettamente individuale (cioè del padre del bambino). Il processo, che è già una pena, e qualsiasi misura afflittiva, irrogata all’agente, appaiono privi della funzione di rieducazione voluta dalla Costituzione e rivolti piuttosto ad una punizione ingiustificata di fronte ad un dolore immenso del padre coinvolto ed anzi autore inconsapevole della morte del proprio figliolo.

Ecco, quindi, che le due perizie psichiatriche, significativamente concordi, trovano il loro supporto in una transitoria “amnesia dissociativa” così come la decisione di proscioglimento di Andrea Albanese è del tutto coerente con la sua conclamata incapacità di intendere e volere al momento del fatto. La stessa pena risulta per così dire umanizzata e non è rivolta a creare altri e irriducibili dolori nell’ambito della famiglia.

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