Le mille vite di Marika

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Quando nacque, nessuno lo credeva possibile: che, dopo tanta prole, i coniugi Imparato avrebbero ancora trovato la forza di mettere al mondo delle creature.

In un piccolo paese del sud, alla fine degli anni settanta, in quell’epoca storica in cui lo Stato italiano conosceva la possibile e difficile arte dell’integrazione del “diverso” nella realtà scontata della presunta ordinaria comunità sociale, Marika, col suo carico di stranezza, faceva il suo neanche timido ingresso nella famiglia Imparato.

“Non era nei programmi familiari”, erano soliti affermare padre e madre, laddove, investiti di domande dai curiosi del paese, non sapevano, non avendone la prontezza, come giustificare quell’arrivo inaspettato, ma per certi versi, ancora una volta, cercato per colmare il vuoto della loro solitudine, quella nella quale dovettero imbattersi abbastanza presto, dopo un matrimonio riparatore e di fuga dalle rispettive famiglie di origine.

Marika nacque in un inverno rigido, ma in una giornata di sole, dopo una nevicata storica per un sud abituato al tepore anche nella fredda stagione. Era da poco caduta l’ultima neve di quell’anno, quando il papà di Marika, in un urlo primitivo e liberatorio, trovò la forza di esprimere tutta la felicità e l’orgoglio per la nuova nata, fino ad allora repressi per imposto contegno sociale da un paese chiuso in se stesso e al mondo. Ad Eugenio poco importava che quella creatura fosse la quinta in ordine di apparizione terrestre e che il suo lavoro di artigiano avrebbe dovuto trovare uno sbocco produttivo più ampio in vista delle nuove aumentate esigenze alimentari del nucleo ingranditosi al femminile.

Eugenio, in quella giornata di neve e luce, dovette essere l’uomo più felice della terra.

Di donne al suo fianco ne aveva avute parecchie. Non solo la moglie Ludovica e le figlie Claudia e Rosaria, ma anche tutte quelle che avevano preceduto il principio della vita matrimoniale e che, a dire dei suoi più vecchi e cari amici, non erano state poche. E non perché Eugenio fosse un apollineo esemplare di bellezza maschile, al cui cospetto non rimaneva altro che cedere, ma perché Eugenio, almeno così si diceva, sapeva ascoltare e andare oltre, sapeva sentire, fermarsi, leggere nel cuore delle donne.

Qualcuno malignò che la mamma di Ludovica dovesse essersi messa seriamente di impegno nelle sue segrete stanze, quelle stesse in cui voci popolari la concepivano artefice potente di fatture e magie, poco prima dell’incontro fatale tra la figlia e il sapiente Eugenio.

Solo con potenti e continui rimescolamenti di pozioni dagli ingredienti di discutibile commestibilità, si diceva in paese, Eugenio avrebbe potuto invaghirsi di una pur bella, ma difficile, donna come Ludovica a tal punto da principiare un cammino di condivisione di intenti e familiarità di vita.

Ludovica era bella, di quella primigenia bellezza che appartiene a certe donne del sud. Nulla di costruito, se non dietro quella naturale e primordiale affascinante oscurità dei suoi colori, quella stessa che incantava e stordiva e faceva paura. Occhi nerissimi, dietro cui storie di durezza al femminile muravano il fondo dolce di un pozzo troppo profondo perché Eugenio potesse, nella sua vita, scoperchiarlo e godere dei magici e umidi effluvi che da quelle recondite profondità sarebbero potuti salire alle umane genti, lui incluso.

Quando Marika nacque, balzò evidente agli occhi di tutti la somiglianza indiscutibile con quel materno atavico e, per molti, senza dio alcuno. Marika cresceva, nel suo piccolo paese natio, bella e ribelle. Della madre i lineamenti taglienti si configuravano, nel suo approssimarsi all’adolescenza, in forme più morbide, in curve, quasi a volere smorzare i toni di un ribellismo femminile troppo urlato per una giovane donna nata anche da un seme paterno più silente e docile.

Spesso, nei suoi giochi di bimba e, poi, nei suoi confronti giovanili con i pochi coetanei del paese disposti a creare con lei favolosi mondi di ingenua perdizione, in cui diventare altro senza paura alcuna, non perdeva la materna connotazione delle sue origini, laddove urlava prepotentemente per fare valere le sue opinioni ancora instabili quali canne di minoranze fragili al vento dei più.

Altrettanto spesso, ritrovava la pace e la sua paterna derivazione, laddove, nei momenti in cui si sentiva satura dei rumori dell’esterno, si rifugiava dentro di sé e provava ad ascoltarsi, con la stessa pazienza devota del suo papà verso il femminile, altro da sé. Lì, Marika non era più solo Marika: era una, due, tante, mille facce di un essere donna che ancora non conosceva per tangibile esperienza del mondo reale.

Irrimediabilmente convinta che essere donna nella quotidiana realtà significasse esserlo nelle modalità materne, non riuscendo nella naturale ribellione alle femminili origini, non trovava altra uscita che fuggire. E farlo con la ricca dimensione onirica che qualcuno, in alto, doveva averle concesso per salvarsi.

Così Marika sognava di essere donne diverse ad ogni confronto pubblico a cui la vita, per leggi necessarie, la sottoponeva, e fingeva di esserlo, ogni volta, con tanto ardore da non lasciare adito a dubbi nell’ignaro spettatore di turno circa la sua identità. Queste sue fughe dal reale assoluto, in cui la possibilità di uscire da sé non si sarebbe potuta declinare che in poche, rare accezioni, incominciarono a turbare la famiglia e il paese e, nel tempo, Marika divenne una scomoda presenza, il segno tangibile che rende, nell’ottusità di molti, talune famiglie fuori dallo sguardo di Dio.

Eppure se solo qualcuno avesse potuto leggere dentro il cuore di quella giovane donna, vi avrebbe certamente trovato un fondo illuminato.

Persino Eugenio faticava a entrare, ma, a differenza degli altri, sapeva intimamente che quell’ultima figlia portava con sé un dono prezioso, l’abbattimento del muro e un sentiero, di spiritualità intriso, attraverso cui raggiungere gli umidi effluvi schermati, con maschile forza, dalla bella moglie Ludovica.

Che quel sentiero comportasse l’estraniamento della figlia verso mondi suoi, era il prezzo da pagare.

In viaggio verso mete limitate dagli angusti confini territoriali di un sud che papà Eugenio e mamma Ludovica non osavano varcare in un’idea di fedeltà assoluta e totalitaria alle origini, Marika, dai finestrini di un’automobile incapace di contenerle tutte, quelle creature della provvidenza, suoi fratelli e sorelle, vagava senza oppressione alcuna verso lidi tutti suoi e, spesso, quando, lungo gli impervi sentieri, scorgeva rocche possenti o resti diroccati di antiche dimore di passati latifondisti, fantasticava senza sosta.

E, per un incanto la cui chiave d’accesso era nota solo a lei, diventava principessa e dominatrice assoluta del regno dell’oscurità, in cui la sua bellezza si faceva accesa e sfrontata, come se, solo agli inferi, le fosse concesso di godersi un’estetica del bello femminile che non poteva che essere dannata.

Nel calore delle fiamme infernali veniva risucchiata e nulla del reale intorno, neanche le urla delle sue sorelle o i marcati materialistici discorsi di interesse di fratelli poco inclini alla dolcezza paterna riuscivano a scuoterla e a riportarla in famiglia.

Marika si proteggeva: dalle delusioni familiari e del mondo, dalle sue paure, dalla sua voglia di vivere e di varcare i confini conosciuti.

E nel proteggersi rafforzava identità nascoste attraverso confronti con la realtà in forme di rischio alquanto contenuto.

In questa modalità, che le dava respiro e le accendeva sorrisi improvvisi, aveva incominciato a dialogare con gli ignari avventori di una piccola locanda che offriva ristoro e possibilità di alloggio in un antico casale posto esattamente di fronte la lunga terrazza su cui quella piccola donna, stanca di abitare oscuri manieri, ma ancora in famiglia, svolgeva faccende domestiche, improvvisandosi donna e madre dalle mille attività casalinghe.

I forestieri che, in quella locanda, pernottavano, potevano imbattersi, se un colpo di fortuna li avesse degnamente assistiti, nei surreali dialoghi con la giovin signora che sapientemente faceva loro credere, nelle lunghe assenze di padre e madre rassegnati alla sua condizione di stranezza congenita, di essere già madre di una numerosa prole, di avere da poco ultimato l’ennesima discussione con un marito ottuso e chiuso alle innovazioni del mondo femminile, non ultime quelle di vitale connotazione estetica, di avere messo al letto l’ultimo nato dell’ingombrante nucleo familiare, quello affetto da una patologia rara e di impossibile risoluzione terapeutica.

La triste realtà vedeva, invece, Marika ancora fuori da tutto: dalla conoscenza degli uomini, dall’amore, dalla scoperta del potere femminile di generare, di trasformare la realtà senza bisogno di fughe, di empatizzare e di condurre a sé l’universo maschile, lungo il filo sottile di quell’alchimia nota come fascino.

Ludovica ed Eugenio ritenevano che Marika sarebbe stata quella per sempre e che nulla ne avrebbe potuto stravolgere le sorti già segnate da un anomalo percorso punteggiato da insoliti interessi.

Ludovica, in particolare, pareva cedere alla rassegnazione della probabilità statistica di certi strani figli, laddove, da qualche parte, sentiva di non essere del tutto estranea a quella situazione familiare e provava a chiudere quel sentire.

Nello sfiorire della sua giovinezza, Ludovica, che già in passato, aveva avuto crolli di momentanea assenza dalla faticosa quotidianità di un vivere solitario e buio, nonostante l’ascolto maschile dell’uomo scelto per la vita in comune e gli schiamazzi di un numero non indifferente di figli, venne colta da malore cedendo pesantemente alle sue ansie e fornendo al cuore una valida giustificazione per un black-out momentaneo, ma abbastanza serio da destare la preoccupazione familiare, generale e medica.

Nel giro di qualche ora, la bella e oramai matura Ludovica, almeno nei segni lasciati dal tempo e dalla fatica sul fisico non più giovanissimo, fece il suo ingresso in ospedale. Non più per dare alla luce nuove creature, ma per se stessa.

Nella sua assenza, Marika si sentì persa, come se, fino a quell’istante, la sola presenza di quella madre bella e ribelle fosse bastata a esimerla dallo scegliere di vivere e di vivere come una donna, piuttosto che come un’altra.

Uno sgomento senza fondo alcuno si impossessò di Marika, conducendola lungo un’idea tanto banale nella sua semplicità, quanto schiacciante nella sua commovente veridicità per una giovane donna assente dalla vita e dalla storia: Marika era altro da Ludovica.

“Chi sono?”, Marika si chiese.

“Di che colore sono?”, si domandò ancora, come una bimba risvegliatasi alla vita, col corpo adulto e le femminee forme, prendendo coscienza di non sapere che colore dare a quell’altro da Ludovica.

Non più nero, ma cosa? Rosa, rosso, giallo, viola, turchese? E, in questo principio di coscienza, si sentì persa, vuota, fragile, senza scheletro. Le parve di sentire quegli umidi effluvi che la madre serbava gelosamente in fondo a un cuore tenuto nascosto per paure trasmesse di madre in madre. E si accorse di non avere forma, che, per potersi bagnare in quelle acque, senza ataviche paure, avrebbe avuto bisogno che qualcuno le avesse insegnato come fare a contenerle.

Mamma Ludovica non era stata capace di farlo né con sé né con quella strana e difficile figlia.

Marika ebbe un gran freddo, mentre fuori dalla finestra un vento di scirocco soffiava prepotente verso direzioni ignote. Sapeva che nessuno avrebbe potuto rincuorarla e, in questa solitudine, sentì la sua amarezza e si chiese se appartenesse anche al mondo. Con le prime lacrime di coscienza, quelle calde che vengono giù a solcare i visi di chi sa che, talune volte, umano rimedio non c’è e che tocca solo entrare nel fluire della vita, quella vera, scappò fuori dall’ospedale.

Un signore alto, solido, dallo sguardo vitreo, fermò la sua corsa e, mosso a tenerezza da tanto limpido dolore in un corpo di donna, le chiese cosa avesse.

Marika non rispose, ma nell’osservarlo pensò che sarebbe stato l’ideale compagno della regina dell’oscurità, se solo fosse comparso qualche istante prima di quell’improvviso risveglio.

Quello strano signore conosceva esattamente il caso di mamma Ludovica: sarebbe stato lui a operarla, seppe rivelarle in un istante di confidenza giunto rapidamente dopo l’urto.

La regina e il re della notte parlarono a lungo.

E, nel rientro verso casa, accompagnata da una famiglia, di cui incominciava solo in quel momento a scorgere gli esatti contorni, non tutti esattamente nitidi e chiari, si sentì meno sola.

E non perché al suo fianco ci fossero Eugenio e le sue creature, né perché ci fossero le altre facce del fantastico mondo di Marika.

Semplicemente perché Marika, quella unica e vera, principiava ad esistere.

Lasciò che gli altri la precedessero lungo il cammino verso casa e si fermò ad ascoltare il vento caldo e a sentirlo sul suo corpo come se anche quello aiutasse a darle sostanza, a definirla.

Si disse che fosse davvero il caso di provare a capire quale delle mille facce scavate nella materia plastica della sua molle esistenza fosse davvero quella di Marika.

Sorrise e corse verso casa.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

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