L’anno prima della guerra. Novembre 1914

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia?

Per capire un anno decisivo della storia italiana, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’anno prima della guerra. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura, sport, cronaca. In aprile Salandra sostituisce Giolitti. All’opposizione il PSI di Lazzari e Mussolini, duri e puri. In maggio il Casale vince lo scudetto. In giugno Calzolari si prende il Giro d’Italia più tosto della storia. Subito dopo la “Settimana rossa”, ma la furia anarchica e rivoluzionaria si esaurisce nel nulla. Il 28 giugno l’assassinio di Sarajevo scatena la prima guerra mondiale. L’Italia tradita dai suoi alleati si dichiara neutrale: l’esercito è logorato dalla guerra libica, gli italiani non ne vogliono sapere di guerra, ma siamo una potenza affamata in mezzo al Mediterraneo. A settembre comincia la campagna interventista: pochi, esagitati e rumorosi. In ottobre Mussolini passa al campo interventista rompendo con il partito socialista. A fine ottobre crisi di governo sulle spese militari.

Oltre l’ombelico italiano.

Se questa Europa ci lasciasse in pace… pensavano i nostri governanti cento anni fa. Anche allora a Bruxelles comandavano i tedeschi, non con la Bundesbank ma con gli stivaloni prussiani. Le pianure delle Fiandre si bagnano di sangue. In tre mesi il Regno Unito ha perso 57.000 uomini, l’Impero germanico 125.000 e la Repubblica francese una cifra di poco inferiore. E non è che l’inizio: mancano ancora quattro anni pieni di massacri insensati.

Anche la Turchia si butta nella mischia. C’è l’ha con la Gran Bretagna che controlla l’Egitto, vuole riprendersi la Libia dagli italiani, vuole raddrizzare qualche conto con il secolare nemico russo. Il sultano Maometto V lancia la guerra santa, che però è guerra turca, visto che i turchi sono alleati dei cristianissimi austriaci e tedeschi. Rispondono con gusto all’appello i beduini libici che gli italiani a casa loro non li vogliono. Detto con il senno di oggi, c’hanno pure ragione. Ma con il senno di allora a noi non sta tanto bene.

La nave senza nocchiere? 

Insomma, gran bordello in Europa. E l’Italia? La nave in gran tempesta è senza nocchiere. Nell’ultimo consiglio dei ministri di ottobre il ministro del tesoro Rubini e il presidente del consiglio Salandra sono venuti alle metaforiche mani per 400 milioni di spese militari che Rubini non voleva autorizzare. Salandra fa finta di dimettersi per rafforzare la sua presa sul governo. Non sia mai che i contabili della Ragioneria generale dello stato si mettano di traverso.

Il due novembre al Quirinale cominciano le consultazioni. Il re sa già che confermerà Salandra, fa finta di parlare con i presidenti di Camera e Senato e con altri politici ma un solo colloquio è importante, quello con Giolitti che il primo novembre, accompagnato da prefetti, autorità e assessori, sale sul diretto delle 20.20 da Torino per Roma. Il giorno dopo si incontra con il re. Giolitti ha il grimaldello del governo. Se vuole, l’incarico è suo, addio Salandra e addio tricolore sventolante sui monti del Trentino. Ma Giolitti non vuole. Gli sta bene Salandra. Forse non ha voglia di mettersi in gioco in una situazione così complicata. Forse spera che la guerra finirà prima che Salandra combini qualche guaio.

Sydney Sonnino (1847-1922). Ministro degli esteri durante la grande guerra.

Sydney Sonnino (1847-1922). Ministro degli esteri durante la grande guerra.

A sera Vittorio Emanuele restituisce il posto a Salandra che può quindi rifare il gabinetto a sua immagine e somiglianza. Agli esteri si assetta l’amico Sydney Sonnino. Conservatore di stampo liberale in economia, comproprietari insieme a Salandra del “Giornale d’Italia”, Sonnino era stato uno dei promotori dell’impresa libica. In agosto era favorevole ad un intervento con gli antichi alleati ma ora è più interessato a gettare le armi nel campo del miglior offerente. Al tesoro, al posto di Rubini, va Paolo Carcano, ex garibaldino nella spedizione dei Mille, un risorgimentale con attributi, non certo amico dell’Austria. Alla guerra resta Zupelli, in buoni rapporti con l’ostico Capo di stato maggiore Cadorna.

Il cinque il nuovo ministero giura nelle mani del re. Lo statuto albertino non prevede la fiducia ma un passaggio in Parlamento è previsto dalla prassi. Salandra non ha fretta di riaprire Montecitorio che è in vacanza da luglio e di cui nessuno sente la mancanza, a parte i socialisti che vorrebbero ricevere un impegno più chiaro a mantenere la neutralità italiana.

Il governo tace, appoggiato dalla stampa dell’epoca che ritiene normale il riserbo dell’esecutivo, come se il popolo italiano non avesse diritto a dire la sua di fronte alla più distruttiva guerra della storia europea. No, non ne ha diritto, perché, secondo la mentalità corrente, il popolo non capisce la politica estera. Il governo lavora sulle “comunicazioni”, unico punto all’ordine del giorno quando riaprirà il parlamento il 2 dicembre. La nazione saprà qualcosa allora, non prima, e solo quello che l’esecutivo riterrà opportuno rivelare.

Il passaggio di novembre apparentemente è solo un italico rimpasto di governo. In realtà il gran pastaio, Salandra, con l’appoggio del suo sodale Sonnino e l’occhio mai troppo assonnato del re, stanno preparando l’intervento. Salandra, che il 14 si ha approvare dal diligente Consiglio dei Ministri l’aumento delle spese militari per 400 milioni di lire, può cominciare a guardarsi in giro con maggiore fiducia, in cerca del migliore offerente a cui regalare il sangue italiano. Intanto, per rastrellare soldi, Salandra impone una tassa anche sui biglietti del cinema.

Gli alpini nel deserto respingono un attacco arabo. Dalla Domenica del Corriere del luglio 1912.

Gli alpini nel deserto respingono un attacco arabo. Dalla Domenica del Corriere del luglio 1912.

Come dice Silvio Bertoldi nella sua biografia su Vittorio Emanuele III, furono in tre i responsabili della guerra, contro la volontà del paese e del parlamento. Salandra, Sonnino e il re. “La vollero, la prepararono, la sottoscrissero segretamente in proprio, come se si trattasse di un contratto d’affitto. La condussero in porto eliminando tutto quanto di opponeva ai loro disegni: maggioranza parlamentare, volontà popolare, voci dei partiti, impegni internazionali, rapporti diplomatici, ogni cosa. Il loro, non fu un piano di preveggenza storica, ma un gioco d’azzardo. Una scelta personale del possibile cavallo vincente su cui puntare e, dopo, una puntata eseguita segretamente, senza avvertire nessuno, a costo di rischi incalcolabili.”

Tutto ciò comincia a novembre. A Berlino fiutano subito che l’aria è cambiata e che si rischia di avere un nuovo nemico. Si parla di sostituire l’Ambasciatore Von Flotow con Von Bulow, che conosce bene l’Italia.

L’agitato scatolone di sabbia.

La proclamazione della guerra santa eccita gli animi in Libia. I ribelli ripartono all’offensiva, aumentando le scorrerie, attaccando le postazioni isolate, costringendo i comandi a ripiegare su posizioni più difendibili. Le notizie che arrivano sulla stampa sono frammentarie ma la situazione è critica. Anche se la Turchia vuole evitare lo scontro con l’Italia, suoi agenti circolano in Libia. L’obiettivo è quello di preparare un duplice attacco sull’Egitto e il Canale di Suez da due lati (Palestina e Libia). Gli italiani iniziano a ritirarsi verso la costa, sottoposti a pesanti attacchi. Il 28 novembre contingenti arabi attaccarono i presidi di Sebha e di Ubari, nel Fezzan. Il presidio di Sebha è annientato; quello di Ubari, assediato da forze nemiche, non può ritirarsi.

La colonia italiana a Beirut ha paura della guerra santa. Il 27 novembre una nostra nave militare, la Calabria, viene spedita sulle coste siriane, pronta ad intervenire, caso mai la Turchia avesse idee strane.

Due divi del cinema muto. Amleto Novelli e Pina Menichelli.

Due divi del cinema muto. Amleto Novelli con Maria Jacobini.

La vita è bella. O quasi.

I prezzi degli alimenti crescono ma per fortuna un grande carico di grano americano è sulla via per la penisola. I trasporti via Atlantico non sono sicuri: i sottomarini tedeschi hanno il grilletto facile e gli assicuratori chiedono premi altissimi. Le forti piogge che in novembre devastano il nord Italia, con allagamenti e straripamenti, lasciando morte e distruzione, cento anni fa come allora.

In questo mese esce un altro dei capolavori del cinema italiano anteguerra. Si tratta di Julius Caesar, firmato da Enrico Guazzoni, antesignano del peplum. 86 minuti di drammone in costume con Vercingetorige, Bruto, Cleopatra, Catone e Marcantonio. Attori protagonisti Amleto Novelli nei panni di Cesare, uno dei maggiori interpreti dell’epoca e Pina Menichelli, ormai proiettata tra le dive del cinema, in quelli di Cleopatra.

Pina Menichelli.

Pina Menichelli.

Nel frattempo a Firenze si aggira come un barbone il poeta Dino Campana. Pochi mesi prima ha pubblicato a sue spese una raccolta di poesie, i “Canti Orfici” col sottotitolo: la tragedia dell’ultimo germano in Italia, dedicato a Gugliemo II. Come dire, il libro giusto al momento giusto. Campana va per Firenze proponendo i suoi versi con scarsi risultati. Pare che strappi la pagina con la dedica all’imperatorino fumino di Berlino. Da anni conduceva una vita errante per il mondo, già con vari segni di squilibrio. I “canti orfici” hanno una storia incredibile. Campana aveva sottoposto il manoscritto originale a fine 1913 al duo Papini-Soffici per una pubblicazione su Lacerba. Soffici lo ricorda come “tarchiato, statura media, sciatto nell’aspetto e rude nei modi, capelli biondo-rame, aria dionisiaca, occhi celesti, faccia rosea, vestito malissimo, di pelli di capra, scarpe scalcagnate, pantaloni di mussolina troppo corti, giaccone pastorale di mezzalana dalle tasche ampie, pieni di carta”. Soffici perde il manoscritto e non vuole perder tempo a cercarlo. Lo ritroverà nel 1971 frugando fra le sue carte. Campana lo riscrive basandosi sulla memoria. Resterà ancora poco a Firenze econtinuerà la sua vita vagabonda, vivendo di espedienti, lavoretti e mense popolari. Durante la guerra avrà una breve intensa storia d’amore con Sibilla Aleramo, la prima femminista italiana, poi sarò solo il manicomio fino alla morte.

Mercurio passa davanti al sole. Giacomo Balla.

Mercurio passa davanti al sole. Giacomo Balla.

Un appassionato di astronomia ritrae a modo suo un raro fenomeno che avviene il 7 novembre, ossia il passaggio di Mercurio sul Sole. Giacomo Balla si attarda al telescopio e cerca di restituire con linee e colori quello che ha visto. Il 1914 è stato un anno molto produttivo per Balla, in cui porterà a termine vari progetti, come la serie delle “Compenetrazioni iridescenti” e “Mercurio passa davanti al sole” ispirata dall’eclissi di sole del 7 novembre 1914, vista personalmente dal pittore.

Vaticano fuori dal mondo.

Benedetto XV continua la sua azione solitaria contro la guerra. Nella sua prima enciclica, pubblicata il primo novembre, “Ad beatissimi apostolorum”, il papa invoca la pace con un richiamo etico ai principi del cristianesimo. Se la prende col materialismo e il socialismo e, come se non bastasse, protesta per la scomparsa dello Stato pontificio. Fa un po’ di minestrone di idee antiquate, destinate per questo a restare tutte inascoltate.

11 novembre, quarantacinque anni per re sciaboletta. Grandi feste per Regno e colonie, tranne che a Bologna e Milano dove le amministrazioni socialiste non imbandierano i municipi. Chi vuole festeggiare, è libero di farlo, dice il sindaco di Bologna. Salandra vorrebbe punire l’affronto ma scopre che non esistono leggi per farlo.

Lo stesso giorno Gramsci riesce finalmente a dare un esame dopo mesi in cui ha sofferto di esaurimento nervoso. Prende 27/30 in Letterature neolatine. Ciò non gli impedirà di perdere la borsa per quattro mesi, mettendolo in gravissime difficoltà economiche.

Il 19 novembre a L’Aquila inizia il processo per la Settimana rossa. Nenni è fra gli imputati. Di fronte ai giudici si definisce “repubblicano e rivoluzionario”. I repubblicani manifestano per la loro liberazione.

Donato Pavesi. Vincerà tutto tra gli anni dieci e venti nella marcia. Primatista mondiale nella 20km. Mancherà solo una medaglia olimpica.

Donato Pavesi. Vincerà tutto tra gli anni dieci e venti nella marcia. Primatista mondiale nella 20km. Mancherà solo una medaglia olimpica.

Podisti e pedate.

Lo sport è confinato all’Italia. Alla 100 chilometri di marcia, organizzata dalla Gazzetta dello Sport, che si tiene il 15 novembre, partecipano solo italiani, molti dei quali arruolati nell’esercito. Si parte poco prima delle tre del mattino da Sesto San Giovanni. La giornata vive un tempo perfetto. Vince il favorito, Donato Pavesi, in poco meno di dieci ore (9 ore 59 minuti 48 secondi). Pavesi era già un noto marciatore. Venticinquenne, la guerra ne arrestò la carriera. Vinse moltissime gare in Italia e all’estero e al suo palmares mancherà solo una medaglia olimpica che avrebbe meritato. Squalificato nella tre e nella dieci chilometri ad Anversa, giunse solo quarto a Parigi nel 1924.

Diamo un’occhiata anche al campionato di calcio. Sta per concludersi la prima fase con i gironi eliminatori. Alla penultima giornata tutte le squadre maggiori si sono agevolmente qualificate per il turno successivo. Il 29 novembre si tiene il secondo derby torinese, una delle poche partite interessanti di questa lunga ed inutile fase eliminatoria. Finisce 7-2 per il Torino. Altri tempi. La supersfida tra Casale e Pro Vercelli viene invece rimandata per nebbia. Alla fine la partita non verrà mai disputata per rinuncia della Pro Vercelli che ha già vinto il suo girone e non ha interesse a perdere tempo.

Interventismo.

Il 5 novembre viene fondato il movimento politico dei Fasci d’Azione Internazionalista, con Michele Bianchi come segretario. Bianchi sarà un futuro quadrumviro nella marcia su Roma e primo segretario del partito fascista. Nazionalismo, azione, gioventù, violenza, comincia quella simpatica fusione di parole e gesti da cui scaturiranno i fasci littori, di cui sarà la suprema levatrice il mascellone ingrugnito del focoso forlivese, il professor Mussolini, come lo chiamano i giornali.

Il salto di Mussolini all’altra sponda bellica ha traumatizzato il partito socialista e scosso la politica nazionale. Il 15 novembre Mussolini fonda a Milano il giornale “Il Popolo d’Italia – Quotidiano socialista”. Il uso primo editoriale è chiarissimo. Contrappone l’Italia dei vivi a quella dei morti (Giolitti, socialisti) e così si avvicina ai nazionalisti, a Salandra, anche se ancora da una prospettiva rivoluzionaria. “Gridare: noi vogliamo la guerra! Non potrebbe essere – allo stato dei fatti – molto più rivoluzionario che gridare abbasso!”

Prima tiratura 30.000 copie, destinate a crescere nei mesi successivi. Il futuro “Testa di Morto in bombetta, poi Emiro col fez e col pennacchio” (Gadda) realizza il suo nuovo giornale a tempo di record. Sponsor dell’evento è Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, uomo di fiducia del defunto ministro degli esteri Di San Giuliano, nonché portavoce di gruppi economici e finanziari interventisti, legati all’incremento delle forniture militari (Fiat, Edison, Unione Zuccheri, Ansaldo ed armatori). Naldi è uno dei più spregevoli voltagabbana della storia patria. Nell’ordine fu giolittiano poi fascista. Coinvolto nel delitto Matteotti, riparò in Francia come faccendiere petrolifero. Ricomparve nel 1943 al fianco di Badoglio.

Il primo numero del Popolo d'Italia. 15 novembre 1914.

Il primo numero del Popolo d’Italia. 15 novembre 1914.

Insomma Mussolini si fece pagare dai suoi nemici storici. E lo mise in chiaro subito. Il 19 novembre L’Avanti! attacca Mussolini come traditore “Chi paga?” Mussolini risponde dicendo che “Io dichiaro che non un centesimo dell’oro straniero è entrato o entrerà nel mio giornale. Il denaro del giornale è italiano, italianissimo e borghese. Il capitale è sempre borghese.” Mussolini non nota alcuna contraddizione, anzi replica pubblicamente che “non esiste capitale proletario” affermazione abbastanza singolare per l’ex leader del socialismo intransigente italiano. Più avanti, comunque, non esiterà ad accettare anche i denari francesi. Il che spiega chiaramente chi è Mussolini: un opportunista violento con un unico saldo principio di fondo: faccio quello che mi pare. Con le donne, i compagni, i camerati, e con l’Italia.

Il partito socialista non è tenero con il suo ex leader. Il 24 Mussolini viene espulso dalla sezione di Milano. La risoluzione viene assunta a Milano nel teatro del Popolo. Impossibile la difesa. Tra fischi e boati, Mussolini non riesce quasi a parlare. “Voi credete di perdermi. Voi vi illudete. Voi mi odiate perché mi amate ancora. Sono e rimarrò un socialista.” Il giorno dopo l’espulsione Mussolini scrive un editoriale contro “la congrega che pretende stoltamente di fermare il corso della storia”, per illuminare il proletariato e per il socialismo. Il tono è incoerente, rabbioso e minaccioso. “Il caso Mussolini non è finito come voi pensate. Incomincia. Si complica. Assume proporzioni più vaste.” Un vero profeta.

La sera dopo si tiene una riunione di socialisti milanesi favorevoli a Mussolini ma si tratta di minoranze. Gramsci e Togliatti stracciano la tessera socialista. Mussolini incoraggia Tasca a compagni a collaborare al suo giornale. Gramsci gli manda un articolo sui contadini sardi che Mussolini non pubblicherà, pur invitandolo a mandare altro. Il 29 la direzione ratifica l’espulsione di Mussolini, non solo per indisciplina ma anche mettendo in dubbio la sua moralità a causa della vicenda dei finanziamenti per il Popolo d’Italia. Prezzolini e Lombardo Radice inviano un telegramma a Mussolini: “Partito socialista ti espelle. Italia ti accoglie.”

 

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