Da William Helburn a Richard Avedon: la fotografia di moda degli anni ’50 e ’60

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Quali sono i fotografi che hanno determinato la moda degli anni Cinquanta e Sessanta? Molti suggerirebbero il nome di Richard Avedon, il quale lavorò persino con le icone di stile e di eleganza come la compianta Marilyn Monroe, Brigitte Bardot e Sophia Loren; oppure Irving Penn e Lilliam Bassman. Ecco, il nome di William Helburn non figura tra le prime scelte. Tuttavia la sua è stata una ricerca della perfezione degli abiti e delle modelle in un ambiente urbano, com’è appunto New York, al quale diede un’immagine inedita e seducente.

Oggi il fotografo è giunto alla soglia dei novant’anni, e la casa editrice statunitense Thames & Hudson, vuole ricordarlo con la pubblicazione di un volume iconografico, dal titolo William Helburn: Seventh and Madison: Fashion and Advertising Photography at Mid-Century, dedicato interamente alla sua arte. Perché William Helburn ha scattato fotografie di moda, ma del tutto anticonvenzionali rispetto al suo tempo. L’artista è riconosciuto, infatti, con l’appellativo di «Mad Man», giacché la sua follia risiede nella scelta dei luoghi, insoliti e talvolta pericolosi, dove ha letteralmente collocato le sue modelle. Così, si possono trovare fotografie scattate su un divano in mezzo alla Quinta Strada nell’ora di punta, o modelle nude in pelliccia sotto una tormenta di neve. Genio o sregolatezza? A voi l’ardua sentenza!

"Dovima Under the El", William Helburn (1956).

“Dovima Under the El”, William Helburn (1956).

«Il mio metro di giudizio per capire se una foto funzionava era il livello di shock: più era alto, più lo scatto era azzeccato», dichiara William Helburn, il quale ha scelto delle donne bellissime affinché il suo lavoro avesse una resa migliore e di maggior impatto visivo. Così, fra le sue muse c’è Dovima – pseudonimo di Dorothy Virginia Margaret Juba –, che diventò una vera e propria supermodella, quando ancora questo status non era riconosciuto e per la quale il fotografo ebbe una vera e propria venerazione: «Stupenda e in perfetta sintonia con il mio obiettivo», spiega.

Ciò nonostante Dovima non è l’unica alla quale il fotografo americano si sia ispirato. Infatti, ha intessuto rapporti di collaborazione anche con le altre modelle come Jean Shrimpton, che è apparsa persino nelle riviste patinate come Vogue, Harper’s Bazaar e Vanity Fair, Suzy Parker, un personaggio di punta della rivista di moda Life e protagonista di alcune campagne pubblicitarie come quella per Chanel. C’è poi Lauren Hutton, la quale in seguito ha intrapreso la carriera cinematografica, Sharon Tate, che è diventata celebre grazie alla pubblicazione delle fotografie che la ritraggono sulla copertina del quotidiano dedicato ai militari Stars and Stripes, e molte altre.

Eppure questi nomi riportano certamente alla memoria la moda degli anni Cinquanta e Sessanta, e la fotografia a essa connessa poiché, come hanno sostenuto le due studiose del genere Patrizia Calefato e Antonella Giannone: «La fotografia si lega quindi alla moda fin dai suoi stessi esordi e ne diventa rapidamente strumento essenziale di diffusione e di propagazione». Infatti, le riviste di moda hanno un ruolo centrale in questo settore in cui l’immagine è decisiva e pone l’accento sulle abilità creative degli stilisti del tempo. Per questo motivo, sostengono ancora le studiose: «La promozione e il successo dei marchi importanti sono dipesi in maniera determinante dall’abilità del fotografo di individuare di volta in volta temi, motivi, suggestioni cui la moda potesse ancorare la sua seduzione».

In realtà, la moda raggiunge il suo culmine solo quando crea un momento in cui le persone possono identificarsi con essa, influenzando sia

“The Skirt’s the Thing” , William Helburn (1958).

“The Skirt’s the Thing” , William Helburn (1958).

sui comportamenti sia sugli stili di vita. Così, se da un lato la moda ci propone un mondo in cui l’aspetto esteriore è di primaria importanza, dall’altro, invece, è la fotografia a documentare il periodo storico di riferimento e a conferire il carattere di veridicità. D’altronde, come ha affermato Claudio Marra nel saggio Nelle ombre di un sogno. Storia e idee della fotografia di moda (Bruno Mondadori, 2004): «L’aspetto documentativo e illustrativo è solo una parte ben limitata del lavoro che essa svolge. Decisamente più rilevante è appunto il contributo costitutivo che deriva alla credibilità del sogno dal potere di analogon, di indicalità e di simulazione espresso dalla fotografia».

Ma allora qual è il ruolo della fotografia negli anni Cinquanta e Sessanta e, soprattutto, quali sono i contributi che ha apportato alla moda? In effetti, dopo il disordine generato dalla seconda guerra mondiale, negli anni Cinquanta e nel decennio successivo la società è caratterizzata dal consumo di massa e dalle dinamiche di produzione di serie, che coinvolgono persino il mondo della moda giacché nascono le tecniche per realizzare l’abbigliamento prêt-à-porter con prezzi molto competitivi. Di conseguenza la fotografia ha un ruolo importante, poiché celebra le nuove creazioni degli stilisti come Christian Dior, il quale ha lanciato un nuovo stile detto New Look, al quale si rifà anche Cristobal Balenciaga sebbene quest’ultimo abbia deciso di liberare la donna trasformando la silhouette, ampliando le spalle, cancellando il punto vita ed eliminando il corsetto. Solo la fotografia, dunque, esalta queste creazioni, che danno una nuova immagine della femminilità.

Così, gli atelier diventano i luoghi in cui nascono e si sviluppano i nuovi comportamenti sociali. Essenziale è, infatti, l’idea dell’abito che descrive la cultura e lo stile da imitare a tutti i costi, anche da parte delle donne della borghesia che non possono permettersi i modelli creati dagli importanti stilisti, ma che vengono riprodotti quasi fedelmente dalle sarte di fiducia. Ad accrescere tale fascinazione sono le fotografie degli artisti citati in precedenza, come Richard Avedon e Irving Penn, che, come ha sostenuto Claudio Marra nel suo libro, elaborano uno stile fotografico in cui: «Il concetto d’immaginario poteva in sé contenere l’equivoco della fuga, del rifiuto della moda a impegnarsi concretamente sul “qui e ora”, mentre invece quello di comportamento, pur senza precludersi la prospettiva del desiderio realizzato, si dimostra più adatto a riportare in terra il paradiso, a mondanizzare il più possibile il grande sogno della moda».

Irving Penn

Irving Penn

Infatti, gli studiosi Gloria Bianchino e Arturo C.Quintavalle, nell’opera Moda. Dalla fiaba al design (De Agostini, 1998), pensano che: «A unire gli elementi che caratterizzano la cultura fotografica della moda ormai internazionalizzata dalle riviste statunitensi, sono i metodi di ripresa e gli schemi compositivi presi a prestito direttamente dal mondo della cinematografia». Tuttavia, Irving Penn: «Si trova a vivere il sottile tormento della scelta fra una dimensione immediatamente operativa e un’esperienza di ricarica estetica lontana dalle impostazioni di mercato», dice ancora Marra. Ebbene, la scelta della seconda strada sarà per lui vincente, poiché sarà ricordato fra i più importanti fotografi di tutti i tempi. Una scelta che è immediatamente riconoscibile nelle foto in cui i ritratti dei personaggi celebri si alternano alle fotografie di gruppo là dove l’etnografia si mescola alla moda.

Non sembra essere della stessa opinione Richard Avedon, il quale, più che orientarsi all’opera e alla sua estetica, preferisce dirigersi sul piano del comportamento, influenzato dai suoi studi iniziali in filosofia e, soprattutto, dall’esperienza come fotografo della Marina Militare. Lo spirito d’innovazione che caratterizza gli anni Cinquanta e Sessanta è, quindi, importante per la sua carriera, nella quale sperimenterà un modo particolare di concepire le figure delle modelle che non sono più immobili come delle statue, ma vive e dinamiche nel loro modo di agire. D’altronde lo dichiara apertamente: «Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra. Ho una grande fede nella superficie che, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce».

Alla luce di quanto si è detto, sembra chiaro che lo stile fotografico si dirama in molteplici direzioni, nelle quali è tuttavia protagonista la moda tra il sacro e il profano, tra l’esaltazione degli abiti e la natura umana. Perché, come ha sostenuto William Faulkner: «Scopo di ogni artista è arrestare il movimento, che è vita, con mezzi artificiali, e tenerlo fermo ma in tal modo che cent’anni dopo, quando un estraneo lo guarderà, torni a muoversi, perché è vita».

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