Corruzione

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“La corruzione è l’arma della mediocrità”, sosteneva Balzac.

Sulla corruzione, nel Paese europeo più incistato di malaffare (probabilmente insieme alla Grecia), non si dovrebbe avere un atteggiamento fumoso, cialtronesco e omissivo. Di leggi sull’anticorruzione ne vengono annunciate a scadenza mensile (l’iter dell’ultima è ferma al Senato a causa di qualche indicibile accordo “nazareno”); ogni Governo sembra sul punto di attuare un compromesso con i soldi svizzeri; la voluntary disclosure inerente ai denari parcheggiati nei paradisi fiscali è l’ennesimo provvedimento - un po’ più articolato in verità - per denominare il famigerato scudo fiscale.

Eppure l’Italia è ancora ferma, incurante della Convenzione penale e civile sulla corruzione di Strasburgo, risalente al 1999, e che istituì il Greco (un organo di controllo interno al Consiglio d’Europa). Il Belpaese aderì al Greco solo nel 2007, prova, ove ce ne fosse bisogno, di quanto la corruzione sia vista dalla nostra classe dirigente come un tema da rimandare anziché da affrontare con prontezza e decisione.

Raffaele Cantone, presidente dell’A.N.AC., acronimo di Autorità Nazionale Anticorruzione, meriterebbe un’attenzione maggiore, piuttosto che una mera presenza di cartongesso nell’agenda pubblica del Paese. L’A.N.AC. ha inglobato in sé l’Authority sui Lavori pubblici che si è dimostrata talmente inutile oltreché dannosa da avere due ex presidenti coinvolti in indagini giudiziarie di corruzione: uno è stato arrestato, l’altro indagato. Paradossale e deprimente.

Raffaele Cantone

Raffaele Cantone

Tuttavia, se accanto alle cene da mille Euro di derivazione pidin-berlusconiana scimmiottando “Lamerica” e compiendo bellamente un voto di scambio strutturale; se accanto agli annunci, il parere su tutto, le idiozie sul Paese in ripresa; dunque, se accanto al guazzabuglio perenne frammisto di propaganda nordcoreana, vi fosse un’attenzione ai temi importanti di questo Paese, si è certi che la corruzione e la nuova authority summenzionata avrebbero il posto che si meritano. Il centro.

Sarebbe già importante che, oltre alle alchimie di bilancio, dirimenti se si vuole restare in Europa (se non si volesse restare lo sarebbero di meno), vi fosse un Governo con un programma stringato il quale si impegni a occuparsi di tre temi, anziché di spaziare, durante le logorroiche campagne elettorali, dal femminicidio alle quote latte. Bene, tra questi tre temi, ci sarebbe senz’altro la corruzione.

Le leggi in Italia sono tante, alcune di esse sono scritte accuratamente, molte sono inefficaci. Quelle sulla PA (pubblica amministrazione) rappresentano un esempio conclamato di questo andamento ondivago: dalle intenzioni buonissime di un comma alla sconcertante realtà di amministrazioni opache e ricolme di conflitti d’interesse.

Cantone, col suo eloquio guascone e accattivante, cerca di esporre, privo di un tono declamatorio, le sue ambizioni e i suoi propositi. Spiega senza catechizzare, affabula senza esondazione della retorica, ravvisa, evitando l’accademia, alcuni buoni provvedimenti di passati e presenti Governi – su tutti la legge 190 del 2012 (che modifica, in alcune parti, la nota legge sul procedimento amministrativo, la numero 241 del 1990) e il decreto legge n.90 di corrente anno. E da uno che ha seguito indagini importantissime contro i Casalesi, non ci si poteva che aspettare un robusto senso della realtà.

In primis c’è la trasparenza. Invocata da tutti i partiti e poco praticata. La forte sensazione è che chi voglia perseguire la trasparenza nei comportamenti pubblici sia bollato come un povero onesto a cui manca tutto il resto (cultura e cervello) e, dunque, si rifugi in essa. “Il politico onesto è quello capace” scriveva Croce, una citazione usata come un’arma da coloro i quali sono inclini all’italiota illecito e che presuppongono di essere competenti ma un po’ birichini in fatto di legalità.

Benedetto Croce

Benedetto Croce

Quello del politico geniale ma leggermente malandrino è il principale luogo comune per giustificare demeriti, inadempienze, corrività e delinquenze della classe dirigente (povero Benedetto Croce!); un po’ come cianciare a sproposito di Tortora quando si parla di inchieste giudiziarie; o di populismo per colpire qualcuno che afferma semplicemente la verità.

Cantone, in questi mesi (è stato nominato a marzo 2014 a capo di questa autorità), ha cercato di fissare alcuni capisaldi della lotta alla corruzione. Ad esempio, leggi e commi (in particolare l’art.37 del Decreto legge 24 giugno 2014 n. 90) che dovrebbero chiarire concetti importanti come il nodo delle stazioni appaltanti tenute all’adempimento di regole imprescindibili e invitate a trasmettere all’Autorità, per ciascuna variante in corso d’opera, i seguenti atti:

–          Relazione del responsabile del procedimento

–          Quadro comparativo di variante

–          Atto di validazione

–          Provvedimento definitivo di approvazione

Bellissimo, ma attuabile?

Ad ogni modo, sono tre i passaggi su cui il Presidente Cantone vorrebbe concentrarsi con la sua l’Autorità anti-corruzione.

 

  1. L’identificazione dei settori sensibili e il controllo delle nomine di chi dovrà effettivamente vigilare sulla corruzione nell’ambito di un’amministrazione. Spesso, nel quadro di un ente locale, vengono nominati, come responsabili della prevenzione della corruzione e della trasparenza, i meno autorevoli. Il Presidente auspica, inoltre, una maggiore collaborazione con le scuole della PA in modo che le lezioni sull’anticorruzione siano vere, e non fasulli rabbuffi (o pistolotti come li ha definiti lui stesso) dell’ennesimo super esperto di turno.
  2. La trasparenza (di nuovo): perché crea quell’accesso civico da molti cittadini implorato, incentivando il meccanismo degli open data. Non è più possibile rinchiudere l’accesso agli atti nel recinto dell’interesse diretto.
  3. L’integrità delle persone, eliminando i conflitti d’interesse e i soggetti condannati a ricoprire incarichi di responsabilità. Cantone promuove sanzioni “reputazionali” molto più efficaci di “una multa”.

pa2Eppure, qualcosa stride ogni qual volta che Cantone parla. Da un lato, lo sforzo di Cantone, la consapevolezza di avere leggi scritte bene (alcune) e applicate male, il candore nell’ammettere che la corruzione è ineliminabile, grimaldello di ogni potere che (non) si rispetti; in contrapposizione, il senso tragicomico con cui i politici e una parte dei cittadini continuano a comportarsi, tra sentimenti laschi e scuse per andare avanti. Tra e su tutte: “il fisco è ingiusto”.

Sono ancora molte in Italia le amministrazioni, le giunte e i sindaci indagati (se non condannati) per abuso d’ufficio – ossia uno dei reati più odiosi, e meno punibili e puniti, per chi combatte la corruzione nella pubblica amministrazione – e le possibilità che ha questo magistrato sono poche al cospetto del pantano italiano. Il sospetto è che Cantone sia stato messo lì in preda a un’annuncite delirante modello “Giuditta Renzi”; senza dimenticare che colui (Renzi) che ha nominato Cantone, è lo stesso che mise alla porta Gratteri (il procuratore anti-‘ndrangheta di Reggio Calabria) in un nanosecondo dopo aver baciato la pantofola di Napolitano, scegliendo al posto suo un oscuro funzionario di partito quale l’attuale ministro della Giustizia, il pidino Orlando.

Alcune inchieste ultime hanno fornito l’occasione per un approccio meno pessimistico sulla corruzione. Nei due casi di cronaca più conosciuti degli ultimi mesi, Expo e Mose, le richieste di patteggiamento (ovvero di sostanziale ammissione del reato da parte degli imputati) hanno avuto un percentuale di oltre il 70%.

L'ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni è l'unico imputato dello scandalo Mose a cui è stato rifiutato il patteggiamento da parte del giudice dell'udienza preliminare.

L’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni è l’unico imputato dello scandalo Mose a cui è stato rifiutato il patteggiamento da parte del giudice dell’udienza preliminare.

A testimonianza che, laddove la magistratura opera con competenza e serietà, essa si vede riconoscere dagli stessi inquisiti  la prova tangibile della propria inattaccabilità.

Alcuni concetti introdotti da Cantone, anche con delibere ad hoc dell’authority che presiede, sono innovativi per il complesso spesso omertoso della PA italiana. La figura del whistleblower, ossia colui che fa le soffiate, e il contrasto al pantouflage, la pratica di chi passa senza soluzione di continuità da una carica pubblica a un ruolo in un’azienda privata, potrebbero rappresentare interessanti punti di partenza nella lotta alla corruzione in Italia, dove la commistione pubblico-privato e la paura di denunciare sono all’ordine del giorno

È altrettano ovvio che servirebbe un legislatore capace di tramutare sacrosanti propositi in leggi ferree, lineari, semplici.

Del resto, l’obiettivo dei politici e dei dirigenti nuovi, se provvisti della volontà alla serietà, una volta eletti o nominati in un ente, dovrebbe concentrarsi sul controllo dei dirigenti e dei dipendenti dell’organismo pubblico a cui sono stati destinati. Senza promesse mirabolanti e piani stellari in campagna elettorale che troppi debiti hanno lasciato sul groppone di Comuni, Province, Regioni e enti pubblici.

La nuova classe dirigente italiana dovrebbe essere un po’ meno brillante e telegenica, ma più vigile. Controllare di più il dirigente d’area piuttosto che discorrere in TV citando Bad Godesberg, Max Weber o i prodigi del libero mercato.

Considerato il nuovo corso politico tra una Leopolda, un Circo Massimo e un Duomo infestato da Lega e Casapound dell’el negher al rogo, si evince che la serietà è ancora un capo di abbigliamento ai margini della sfilata.

 

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

Cosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Jeremy, le tue profonde parole mi hanno rinviato a un concetto che mi incalza e mi attanaglia la mente, compendiato nella frase di Corrado Alvaro: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.”.

    Gli onesti nei quali ripongo fiducia – oggi affascinati dalle bighe – stanno cadendo nella trappola della distrazione costruita ad arte, e questo mi dispiace perché si corre il rischio di non trasmettere alcun sensato valore agli onesti a venire, che potranno trovarsi nella condizione di essere non solo emarginati, ma addirittura scacciati, anche fisicamente, e non solo dalle mafie (aduse a minacce di morte), ma da una società non più aggregabile e ormai intrisa della disperazione di cui parlava Alvaro.

    Non ti chiedo espressamente quali siano, oltre alla corruzione, gli altri due temi della triade che dovrebbe occupare i pensieri di chi occupa le poltrone del Governo; da un lato perché mi auguro di leggerne in tuoi futuri scritti, dall’altro perché, in fondo, potrebbe non essercene bisogno, chissà…

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