Contro la pena di morte

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La condanna all’impiccagione della giovane iraniana ventiseienne Reyḥāneh Jabbāri riporta alla ribalta in tutta la sua drammaticità e atrocità la barbarie della pena capitale.

La pena capitale è quasi una passione diceva Robert Fisk, perché chi  la pratica e la esegue si avvicina ad una dipendenza come l’alcool o il fumo  e si può curare solo con l’astinenza assoluta.

Reyḥāneh Jabbāri Malāyeri è stata giustiziata nell'ottobre 2014 in Iran. E' stata giudicata colpevole di omicidio per aver pugnalato il suo connazionale Morteża ʿAbdolʿali Sarbandi che aveva tentato di usarle violenza sessuale.

Reyḥāneh Jabbāri Malāyeri è stata giustiziata nell’ottobre 2014 in Iran. E’ stata giudicata colpevole di omicidio per aver pugnalato il suo connazionale Morteża ʿAbdolʿali Sarbandi che aveva tentato di usarle violenza sessuale.

Come possono esserci motivi di giustificazioni alle esecuzioni, attraverso l’impiccagione, iniezioni letali, taglio della testa, sedia elettrica, lapidazione, e un tempo non molto lontano, nella Spagna fascista del generale Franco degli anni settanta, con uno strumento medioevale e crudele come la garrota. Sono tutte forme barbare e incivili.

Fu Cesare Beccarla che nel 1764 affrontò il problema della pena di morte e la sua presa di posizione  portò il Gran Ducato di Toscana, nel 1786, e poi tanti altri,  ad abolirla. Forse nel condannare a morte un proprio simile c’è qualcosa di inumano e  di selvaggio.

“Questa inutile prodigalità di supplizi, scriveva Beccaria nella sua opera ‘Dei delitti e delle pene’, che non ha mai reso migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo ben organizzato”. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?. Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi… Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini  l’arbitrio di ucciderlo?.

Beccaria diceva anche che la pena di morte è una pessima scelta perché non previene i delitti anzi li moltiplica e offre all’opinione pubblica l’esempio di un atto simile a quello che ha commesso il crimine, anzi ancora più repellente ”quando la morte eseguita per legge è inflitta con  istudio e formalità”.

L’Italia ha abolito la pena di morte nel 1889 mentre “la civile” Europa ancora per decenni userà ghigliottina, garrota, cappio e fucilazione. In Italia gli uomini, le donne e i giovani hanno compreso da molto tempo, prima ancora di molti altri europei, il grande valore civile e morale della battaglia contro la pena di morte.

Cesare Beccarìa (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794)

Cesare Beccarìa (Milano, 15 marzo 1738 – Milano, 28 novembre 1794)

Anche nel nostro Parlamento c’è sempre stata una convergenza di forze politiche di sinistra, centro e destra sulla proposta universale di moratoria contro le esecuzioni capitali in vista della completa abolizione della pena capitale.

La Commissione dell’ONU per i diritti Umani su iniziativa del Governo Italiano, presieduto da Romano Prodi ha approvato qualche anno fa, a maggioranza  assoluta, una risoluzione che chiedeva una moratoria delle esecuzioni capitali. Per la prima volta un organismo delle Nazioni Unite decretava che il problema della pena di morte riguardava la sfera dei diritti umani e che la sua abolizione costituisce “un rafforzamento della dignità umana e un progresso dei diritti umani fondamentali”. Da allora migliaia di persone hanno salvato la loro vita perché altri Stati hanno abolito la pena di morte..

Gli Stati in cui vige ancora la pena capitale si fanno forti di alcune ragioni senza fondamento tra cui quella di considerare la pena capitale un forte deterrente e ciò per  la paura di essere giustiziati e quindi coloro che dovrebbero commettere un crimine  non arriverebbero ad  uccidere. Quindi per molti Stati la condanna  a morte  è utile.

Altra ragione sta nel fatto che, giustiziando il criminale, questi se non fosse messo a morte ma in prigione e poi liberato, potrebbe uccidere ancora . I criminologi americani hanno dimostrato, dati alla mano, che la pena di morte non ha diminuito i reati più gravi

C’è anche  una ragione utilitaristica e cioè se uno viene ucciso lo Stato risparmia perché se lo tenesse  in carcere tutta la vita la spesa per la comunità sarebbe troppo elevata. Negli Stati Uniti (è veramente democratico uno Stato in cui vige ancora la pena di morte?) la media dell’attesa nel braccio della morte è di sei anni e quindi lo Stato risparmia.

Coloro che sono contro la pena di morte contestano questa convinzione  con argomenti di carattere etico. Prima di tutto in uno Stato moderno democratico la pena non deve basarsi sulla legge del taglione: “Hai ucciso e quindi devi essere ucciso”, ma lo Stato  deve impegnarsi nel metter in atto tutti i mezzi per redimere e migliorare colui che ha commesso il crimine, in modo che possa inserirsi nella società.

condanna a morteUn altro argomento di carattere etico è quello che appartiene alle riflessioni del filosofo Norberto Bobbio e che rappresenta la ragione più forte: “non uccidere” e quindi lo Stato non si può trasformare in assassino “uccidendo legalmente chi ha ucciso illegalmente”.

Coloro che sono per la pena capitale non si rendono conto di un inquietante paradosso: uccidono legalmente in nome della sacralità della vita. Ma se la vita è sacra non si dovrebbe, per nessuna ragione al mondo, toglierla mai.

C’è poi un altro aspetto relativo alla pena di morte, altrettanto inquietante: quello ”dell’ irreversibilità della pena capitale”. E’ successo spesso che un condannato per il quale è stata eseguita la condanna a morte è risultato innocente.  Oggi, più che mai, con l’uso del DNA si è scoperto che in alcuni Paesi sono state assassinate persone innocenti.

Diceva il giurista Antonio Cassese che “La pena di morte costituisce la negazione della cultura moderna dei diritti umani, una cultura che si incentra sul rispetto della vita e della dignità della persona”. Bisogna porre nuovamente con forza la battaglia contro la pena di morte perché troppi sono ancora, gli Stati che la praticano, purtroppo,  anche quelli che si definiscono “democratici”.

 

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