Vorrei morire

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Erano trascorsi circa otto anni dalla prima volta in cui avevo tentato di emulare Didone, quando ascoltai – rimanendone completamente rapito – la romanza “Vorrei morire”, le cui strofe andavano imprimendosi nella mia mente, destando il ricordo mio più remoto e ineffabile, mal sopito negli abissi dell’animo.

Tischbein[1]Poco dopo quel tentativo, mi misi sulle tracce di colei che fu la prima a compiere l’estremo gesto, al fine di comprendere il mio partendo dal suo e, soprattutto, l’aggiuntivo tormento indotto dal mancato epilogo.
Grazie a tale bramosa ricerca, mi imbattei nell’istruttivo testo il cui contenuto – preannunciato già dal titolo: Imitando Didone – mi appassionò a tal punto da farmi quasi dimenticare ciò che pochi giorni prima avevo tentato di mettere in atto.
Dalla vorace lettura-studio dei casi riportati, scoprii che il mio non vi era contemplato, o meglio, che la mia variante casalinga ne aveva compromesso l’esito.
L’apprensione di questo dato, scientifico, amplificò la delusione ma, tuttavia, quel gesto, seppur fallito sul corpo, non aveva lasciato senza ferite la mente, la quale – carica del nuovo bagaglio – cominciava a meditare un secondo e più oculato tentativo.
All’epoca, nonostante la mia formazione mi portasse ad applicarmi – in tutti i campi logici – con metodo scientifico, ne sbandii l’approccio proprio nell’atto il cui esito mi interessava nel profondo; e forse l’enigma risiede proprio lì, nelle viscere, in cui si trova la parte più misteriosa e insondabile di ogni essere umano, vivente o morente che sia.

L’origine di quel desiderio

Quando misi in atto il piano, avevo pressappoco ventidue anni, età in cui, generalmente, si è nel pieno della vita; non per me, che mi sono sempre sentito nel pieno della morte, dato che oltre la metà dei miei anni l’avevo trascorsa in tal senso. Avevo, infatti, poco più di nove anni quando sentii sorgere in me quell’insopprimibile desiderio di anticipare la mia dipartita.
A provocarmelo fu la singolare percezione di un torto subito, il quale, seppur circoscrivibile alla sfera fanciullesca, mi dischiuse in un istante l’intero universo dei mali che avrebbero poi minato la mia e le altrui vite.
A nove anni, quindi, cominciai a percepire il mondo che mi si andava disvelando nella sua bruttezza, certo non indotta da disagi economici (la mia famiglia conduceva una vita pressoché agiata) né legati al luogo in cui vivevo da sempre, anzi, il piccolo paese agreste era incastonato in una landa talmente florida e bella da meritarsi l’appellativo di “Felix”.
Che quello sarebbe poi diventato uno dei posti più degradati al mondo, al punto persino di cancellare col fuoco il pregiativo epiteto latino, era impensabile a quei tempi.
Ma il punto, quando si parla di suicidio, si compone di svariate sfaccettature, sebbene l’essere consapevoli di abitare in un territorio disumanizzato non può che avvalorare quel gesto – forse compiuto preconizzando il futuro –  ma, comunque, la deleteria genìa che l’ha ridotto in questo stato non conta così tanto. La sua manifestazione malvagia, in fondo, non è molto dissimile da tante altre espresse da progenie di pari risma, disseminate in ogni parte del mondo, costituite da individui che hanno sempre esercitato su di me una sorta di soffocamento.IMG_6519

Nel tempo (o nel frattempo) ho tentato di contrastarli, ma forse non fino in fondo come avrei dovuto; in tal caso, chiedo scusa a tutte le persone buone che ho avuto l’onore di incontrare in questa mia vita tormentata, nei cui tratti ho intravisto ancora altro, durante i rarissimi momenti di serenità, quando spesso dicevo, rivolgendomi all’unica persona che mi abbia mai sentito pronunciare frasi del genere: “Guarda, stiamo in Paradiso”.

Marcello
                                                                                                                                                                                                                

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