Uno spunto per riflettere

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Quest’estate è arrivata alla redazione de L’Undici una mail di denuncia in cui una ragazza italiana raccontava un’esperienza personale riguardo alla discriminazione di genere. La ragazza che ci ha scritto non è riuscita a portare avanti la sua rivendicazione nelle sedi appropriate. Ed ha pensato di rivolgersi alla nostra rivista , visto che si propone come spazio libero, dedicato all’informazione con passione, competenza e leggerezza. Sull’Undici non esiste però una rubrica deputata a questo genere di posta, con lettere scritte in prima persona in cui si parla di diritti lesi, di rimostranze o di ingiustizie. Ciascuno dei contributor e redattori si è dimostrato sensibile all’argomento. E io, come donna, ho pensato di raccontare brevemente la storia di questa ragazza perché non volevo essere l’ennesima persona a sbatterle una “porta in faccia”. Purtroppo non abbiamo altro da offrire che ospitalità, poche risposte, nessuna soluzione. Però sull’onda di questo stimolo e grazie ad un progetto approfondito svolto al lavoro sull’Imprenditoria Femminile, ho sentito l’esigenza anche di andare ad analizzare dei dati sull’occupazione delle donne e le differenze di trattamento, anche economico, nel nostro paese.

Ringrazio quindi la nostra lettrice, che mi ha offerto l’occasione per parlare di un argomento così importante eppure mai trattato su queste pagine.
Quella che segue è la sua storia in sintesi e qualche dato per capire come sia la situazione delle donne che lavorano in Italia.

La Signorina Esse – così abbiamo concordato di indicarla – è una donna italiana che non ha ancora 40 anni. Ha deciso, per avere maggiori opportunità lavorative, di iscriversi ad un corso di specializzazione professionale. Il settore di interesse, però è per tradizione prettamente maschile. Unica donna fra tutti gli studenti del corso, fin da subito nota atteggiamenti fortemente maschilisti e sessisti. Durante i 6 mesi in aula è costretta ad ascoltare battute a dir poco infelici, per non dire disgustose, a sfondo sessuale, o offensive per una donna. E questo non solo fra i colleghi nei momenti di pausa, ma anche in presenza dei docenti, che non hanno mai fatto nulla per arginare la situazione. In più, racconta di aver subito anche avance al limite della molestia, di cui però nessuno vuol parlare. Non interrompe il corso, però, perché vuole ottenere l’attestato di frequenza e il titolo di studio specialistico, per aprirsi nuove opportunità, magari all’estero. Si fa forza e prosegue.
Al termine del periodo di lezioni in aula è previsto anche uno stage pratico in un’azienda convenzionata. Ma nostra lettrice non riesce a fare lo stage, perché le aziende le han sempre preferito ragazzi. Alla fine nessuna azienda l’ha accettata. L’Ente organizzatore non ha mosso un dito per garantirle quello che le spettava come diritto, per poter concludere l’iter formativo. Senza stage, tutto vano. Ora la Signorina Esse, ha dovuto cercare l’aiuto presso un legale, perché nessuna struttura pubblica, compreso l’ente organizzatore dei corsi, la provincia e la regione in cui vive, nessuna azienda, nessun collega di corso o insegnate, le ha potuto o voluto dare una mano. Nessuno ha dato seguito alle sue mail con richiesta di spiegazioni o di sostegno.
La sua tristezza è stata, ci dice, che anche chi era pienamente cosciente della concretezza delle ragioni espresse e della discriminazione subita, non abbia mosso un dito, forse per paura di ritorsioni o semplice menefreghismo. “Per poter fare una denuncia servono testimoni e quando ti trovi il vuoto intorno è brutto davvero. Perché ti rendi conto che sei in un sistema malato, in cui la donna fa fatica ad inserirsi.” Queste le parole di Esse che si è sentita discriminata come persona e come donna.
“L’Italia non è pronta in certi ambienti ad accettare la diversità.” Aggiunge, specificando di essere omosessuale.

cartoon_uominidonna-300x169Temo che l’Italia non sia pronta ad accettare l’uguaglianza. Fra sessi, fra credo religiosi, fra razze, fra origini geografiche.
In primis fra uomini e donne. Ecco alcuni dati estrapolati da una ricerca sull’occupazione femminile effettuata dalla Comunità Europea nel 2013.

Situazione Italia.
• Il 46,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavora.
• La media europea è del 58,6%: siamo penultimi fra i paesi della comunità.
• Il 27,1% delle donna abbandona il lavoro dopo la maternità.
• Contratti atipici: 12% donne contro 7,6% uomini.
• Su 100 laureati: 60 sono donne.
• Ma a un anno dalla laurea:
- 32% delle donne ha un lavoro stabile
- contro il 45% degli uomini
Stipendio medio donne: € 984
- stipendio medio uomini: € 1.263
• A 5 anni dalla laurea:
- 78% delle donne lavora
- 86% degli uomini lavora.

La storia di Esse e questi dati, dovrebbero essere spunti di riflessione per ogni persona, a prescindere dal sesso, dall’età, dal genere e dall’orientamento sessuale.
Tutti gli uomini sono uguali, ma qualcuno è più uguale di altri. Qualcuna lo è meno.

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. napocapo69

    95% dei morti sul lavoro uomini
    80% degli infortuni sul lavoro uomini
    tasso d’assenteismo 7% maschile contro contro 10% femminile (ISTAT 2012)
    40 ore medie settimanali lavorate da un uomo, contro 32 per le donne (ISTAT 2012)
    21% di uomini che fanno straordinari (oltre 40 ore settimana) contro il 9% delle donne (ISTAT 2012)

    E potrei continuare.

    Faccio notare un dettaglio tecnico (in merito al dato dei laureati che trovano lavoro citato dall’autrice); il 32% del 60% è pari al 45% del 40%; c’è quindi un eccesso di laureate e ciò significa che verosimilmente ci sono troppe donne che prendono lauree inutili da un punto di vista lavorativo, semplicemente perché non c’è mercato. Non c’entra nulla la parità.

    Chiudo con una chicca sui contributi INPS; la maternità, la malattia, e anche una parte della pensione di cui godono le donne ex-lavoratrici; esse, ed ovviamente la reversibilità, sono pagate con l’eccesso di cassa dei contributi previdenziali maschili; e questo a anche a parità di stipendio, perché il sistema è concepito perché un uomo versi più di quanto preleva e l’opposto per una donna.

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  2. Antonio

    Ottimo articolo. Quando non si viene educati a distinguere un essere umano – nella fattispecie una donna – da un oggetto, accade che retaggi culturali deteriori non siano mai abbattuti o, anche se abbattuti nella forma, sopravvivano nella sostanza, la stessa di cui si nutre quel potere, che viene da lontano, costituito da uomini, o meglio maschi, ai quali ancora oggi non si può che opporre pensieri decisi, a partire da quello partorito da una delle donne più determinate in tal senso, Mary Wollstonecraft, che così si espresse: “Se gli uomini spezzassero con generosità le nostre catene e si accontentassero dell’amicizia razionale invece dell’obbedienza servile, troverebbero in noi figlie più rispettose, sorelle più affettuose, mogli più fedeli e madri più ragionevoli, in una parola, cittadine migliori.”.

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  3. AeRRe

    Discorso interessante, reale nei diversi ambienti lavorativi (anche nel mio è così) e umiliante. Una di quelle cose di cui si parla spesso, al vento. Ma non molliamo.
    Sarebbe stato altrettanto interessante e vero leggere anche la lettera originale di Esse.
    Grazie Marinda, bella iniziativa.

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    • Marinda

      Cara AeRRe, sai che prima di pubblicarlo, Esse ha fatto leggere l’articolo al suo legale, per non incorre in accuse di diffamazione? Comunque forza donne e forza brave persone. Che ce ne sono per fortuna.

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      • AeRRe

        Buona idea: con certe persone non ci si tutela mai abbastanza.
        Da ignorante in materia, e forse ingenua, credo che avrei pensato che, non facendo nomi, non ci sarebbero stati gli estremi per alcuna recriminazione.

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