Le bambole nell’Antica Grecia: tra gioco e rito di passaggio

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Quest’estate, visitando il Museo di Metaponto, in Basilicata, ho avuto il piacere di osservare alcuni reperti che difficilmente vengono citati a scuola quando si parla di storia, perché considerati superflui.  Informandomi di più sull’utilizzo e la diffusione di questi oggetti nell’antichità, ho scoperto alcuni elementi molto interessanti, che ne spiegano la funzione e il significato rituale: le bambole.

6299149820_e20be44b7c_nPer quanto io sia stata una bambina “anomala” per gli anni 90, considerando che trovavo inutili le bambole e le Barbie perché non potevo farle combattere (ancora non conoscevo il concetto di divorzio), sono sempre stata affascinata dalla passione che alcune amiche e coetanee avevano per questo giocattolo. Riuscivano a passare ore e ore a farle parlare e muovere, inventavano storie e le vestivano e svestivano in continuazione. Io ho sempre amato gli accessori, gli abiti e tutto ciò che era legato a queste donnine, perché potevo inventare, arredare. Insomma… la bambola se ne stava chiusa in una scatola e si giocava con il corredo. Questa è la situazione moderna. Le bambine ci giocano finché decidono che sono diventate grandi e le abbandonano; alcune, invece, continuano a collezionarle o ammirarle per tutta la vita.

La bambola non è un’invenzione moderna.

Bambola snodabile in terracotta

Bambola snodabile in terracotta

Già nell’Antico Egitto erano fabbricate in terracotta, avorio o stoffa e, grazie al clima secco, sono giunte fino a noi delle “pupattole” in tela. Negli stessi materiali e con qualche variante, le ritroviamo anche nell’Antica Grecia, dove sono state rinvenute due tipologie di bambola: una bambola in postura fissa, in piedi, seduta, intenta a qualche lavoro particolare, oppure snodabile. Non abbiamo inventato nulla. Già nella primissima civiltà ellenica le bambole potevano avere arti mobili che potevano essere cambiati in caso di rottura. Le prime erano le più economiche e le più semplici da creare in serie, infatti, c’erano già artigiani dediti alla costruzione di giocattoli. Le più costose erano ad arti mobili in terracotta,  in alabastro o avorio, materiali più pregiati e non alla portata di tutti.
Cosa raffiguravano e quale era il loro scopo?

Oggi, parlando di bambola, la prima immagine che passa nella nostra mente è una bionda super-magra e perfettissima Barbie! Lei è diventata l’obbiettivo e il simbolo di un’era e varie generazioni di bambine. Ha assunto forme, significati, raffigurazioni e ruoli diversi: dalla Barbie veterinaria, alla fiorista, alla sirena, alla regina del Natale, fino a diventare “Mamma Barbie e la piccola Shelly” con il bell’imbusto Ken.

ampollaNell’antichità le bambole dovevano essere un gioco educativo, molto più dei giocattoli per i maschietti. Questi oggetti assumevano le sembianze di donne adulte e SOLO adulte, mai bambine, perché dovevano diventare un esempio di ciò che la padroncina doveva emulare una volta diventata moglie e madre. Nella maggior parte dei casi l’aspetto ricalcava quello delle divinità, belle, perfette e assolutamente da venerare (vi suona nuova?).  Altra limitazione imposta dalla società dell’epoca era che, le ragazze, una volta in procinto di sposarsi, potessero giocarvi ancora fino alla sera prima del matrimonio. Successivamente, questi oggetti non potevano passare in eredità alle figlie, cugine, amiche più piccole… dovevano essere donate alle divinità della casa o dell’infanzia, Era, Demetra o Cerere, come offerta votiva per segnare il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta. Abbandonare le bambole significava accettare la nuova condizione di donna, di trasformazione e crescita personale, sia fisica che psichica. Di conseguenza era un rituale di passaggio obbligato, perché non scelto volontariamente dalla ragazza ma scelto e imposto dalla famiglia e dai matrimoni combinati.
Tornando alla visita fatta al Museo di Metaponto, ricordo in esposizione il corredo funerario di una bambina non ancora entrata nel mondo degli adulti. Nella sua tomba sono state ritrovate alcune bambole snodabili e non solo. Come d’usanza, le fanciulle morte prima del matrimonio venivano sepolte con abiti, gioielli e corredo da toeletta piccolo ed essenziale, a ricalcare le sepolture delle donne e ad indicare il passaggio rituale non avvenuto. I corredi presenti, però, erano due e di dimensioni diverse, perché il primo corredo piccolo era della defunta, il secondo in miniatura, era di una delle bambole. Giusto per sottolineare che, in circa duemila anni di storia, sono cambiati solo i materiali e le tecniche di costruzione: le bambole, soprattutto dei ricchi, erano arricchite da gioielli, corredo da toeletta, mobili, abiti e ninnoli abbinabili e acquistabili separatamente. Insieme a questi elementi, poi, si potevano trovare anche animali in terracotta, astragali (dadi fatti di ossa), ma erano giocattoli più adatti alla sepoltura di un maschio. Anche nella morte, i Greci segnarono chiaramente la differenza tra maschio e femmina, che dovevano essere ben distinguibili e onorare il loro essere individuale: ovviamente il tutto era necessariamente legato alle figure adulte che li circondavano.
Il tempo è passato ma certi giochi non passano mai di moda, esattamente come la loro funzione. Anche se nell’era moderna le bambole non sono più considerate “ufficialmente” un oggetto prettamente educativo e formativo, il progressivo abbandono segna ancora il cambiamento e la crescita di una ragazza. Per fortuna, ora il passaggio è volontario.

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Io trovo questo testo molto commovente, anche se polemico con certe usanze antiche. Lascia in fondo al cuore un velo lieve di tristezza, nostalgia di cose perdute, mesta speranza che non muore
    La bambina ha sempre giocato con la bambola, con una pupetta che la rispecchia in qualche modo, e sulla quale la bimbetta prima e la fanciulla poi riversa tutto il suo mondo di saperi e di affetti. Anche io giocavo con le bambole, a modo mio perché più che altro passavo ore ed ore ad ammirarne la bellezza e le ampie vesti di chiffon. Erano là, sedute sul letto di mia madre, in bella vista coi loro incredibili boccoli neri e biondi, rosee, delicate, i grandi occhi azzurri che mi guardavano sorridenti: occhi di bambola, per l’ appunto. Quando fui grande mia madre non trovò idea migliore che buttarle nel vicino torrente e, devo essere sincera, io non me ne dispiacqui neanche un po’ perché era finita l’ epoca della bellezza riversata su quelle bambole di porcellana: io volevo ritrovare in me stessa, sul mio viso, la bellezza ammirata da piccola e tanto m ‘ ingegnai con matite, ombretti, fondotinta, mascara, bigodini per essere in qualche modo almeno un po’ simile a quelle bambole, senza peraltro mai riuscire nell’ intento, hai voglia! E poi non ero nemmeno consapevole che era a loro che volevo assomigliare.
    Le mie bellissime bambole di porcellana mi tornarono in mente da adulta, quando mi prese la mania di collezionare le cose antiche, le cose belle e perdute che avevano avvolto di strane fascinazioni la mia infanzia. Recuperai molte cose presso parenti, amici conoscenti, cose che sono ancora con me, ma quelle bambole meravigliose non potevo averle indietro. Dai rigattieri ce n’ erano alcune, ma costavano un occhio. Non potevo fare a meno di discutere e litigare con mia madre ogni volta che ne vedevo una e, dopo averne accarezzato i boccoli e sfiorato le vesti ricche di balze di candido chiffon, dovevo rassegnarmi a lasciarla al rigattiere che evidentemente capiva ciò che provavo perché, immancabilmente, mi lasciava toccare tutte le sue preziose bambole, prenderle in braccio, riassettarle e sistemarle come piaceva a me, secondo l’ antico gioco che credevo essermi lasciata alle spalle. Il rito di passaggio non c’ è stato, è evidente.
    Una bimba sogna sempre una bambola, qualsiasi sia il gioco che con essa gioca, perché la bambola è in qualche modo lo specchio di se’ stessa nel presente e nel futuro.
    Trovo molto civile oltreché commovente l’ usanza degli antichi che lasciavano giocare le fanciulle un’ ultima volta con le loro bambole prima delle nozze, per sacrificare quindi i giochi dell’ infanzia alle dee protettrici del focolare domestico in cui le fanciulle erano cresciute: ora erano quelle fanciulle a dover creare e custodire un nuovo focolare domestico e non potevano guardarsi indietro a rimpiangere il tempo dei giochi, della spensieratezza, della fantasia. È ben vero che queste spose erano piccole spose poco più che bambine, ma le ritualità le accompagnavano con ferma e determinata comprensione verso il loro destino che forse esse mai avevano immaginato, come quello di cui imboccavano ora il sentiero, ma ditemi: a noi, donne del duemilaerotti dopo Cristo, qualcuno viene forse a dire quale sarà il vero destino che dovremo affrontare, o non è piuttosto più vero che sì, ci scegliamo magari mestiere e marito, ma che scegliere non è sinonimo di destino, neanche un po’. Io vedo più saggezza in quell’ antico rito di abbandono delle bambole e credo fermamente che le madri di quelle fanciulle,forse un po’ sperdute, avessero sussurrato dolorosamente alle loro figlie che la strada nuova non era di cristallo, ma era la strada dell’ età adulta che comportava tutto il loro impegno, la loro dedizione, la loro responsabilità : i mariti sarebbero partiti per lunghe guerre, avrebbero partorito da sole i figli concepiti, e il parto avrebbe potuto portarle nel regno da cui non si fa ritorno, e se si sopravviveva ai parti si doveva probabilmente consegnare all’ Ade diversi figlioletti. Se c’ era un rito di passaggio dall’ esser fanciulla all’ esser donna sicuramente chi già era donna e madre aveva il gravoso compito di parlare, di officiare, magari fra le lacrime e il sorriso, quel rito.
    Ora invece nessuno ti prepara con un rito intimo e familiare alle incognite, all’ ignoto, a ciò che mai avresti potuto immaginare. Oggi ci si crogiola poco saggiamente all’ idea che se una donna realizza in quache modo i suoi talenti, il destino è bell’ e tracciato. Invece il destino è l’ ombra invisibile, impalpabile che ti si para innanzi ad un tratto, in un attimo, in quel modo che, fra i tanti immaginati, non avevi neanche lontanamente pensato.
    No, credetemi, per quanto precoce per le giovani fosse quell’ antico rito, esso era meglio del modo confuso con cui oggi una giovane deve affrontare da sola un mondo complesso ed infido, pieno di incognite mascherate da sicumere più o meno scientifiche che crolleranno come i castelli di carte che ci piaceva costruire con pazienza infinita da piccole soffiandovi poi sopra per vederlo sciogliersi al soffio lieve di un respiro innocente.
    Mi commuovono anche le modalità con cui gli antichi seppellivano le loro donne lasciando con loro un corredo ad indicare se la fanciulla era ancora bimba o se il rito di passaggio fosse già avvenuto. La bimba veniva accompagnata dal corredo della sua bambola: non ditemi che non provate un’ infinita tenerezza e una forte commozione! Io non riesco a vedere in queste ritualità solo segnali di status sociale o usanze per imporre indicatori ai contemporanei. Ditemi infatti : quale madre non mette fra le braccia del figlio morto un oggetto a lui caro perché esso lo accompagni lungo il nuovo e sconosciuto cammino? È un gesto intenso, profondo, il filo che unirà per l’ eternità quel figlio partito per un lungo viaggio alla sua vita terrena tra gli affetti più cari. La morte evidentemente non significava separazione nei tempi antichi come non vuole significarla oggi. E non importa se quel piccolo oggetto era ed è d’ oro o di pezza: esso sta ad indicarci che il dolore della perdita più atroce era ed è uguale per tutti, senza distinzione di ceto, classe sociale, appartenenza ad un popolo o ad un altro, ad un’ epoca o ad un’ altra.
    La dimora dell’ eternità per chi è morto anzitempo si riscalda e si illumina di piccoli simulacri che accompagnano teneramente un diverso modo d’ essere che solo il cuore di chi ha tanto amato custodisce in sé fino alla fine, oltre ogni fine.

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