La più grande fregatura della storia

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Attualmente il grano occupa sulla Terra una superficie equivalente a circa sette volte l’estensione dell’Italia. Le campagne di tante regioni del mondo sono coperte per chilometri e chilometri di piante di grano, che a volte si estendono a perdita d’occhio. Probabilmente nessuna pianta nella Storia ha mai avuto un successo evolutivo così evidente come questo cereale.

Eppure, fino a solo 10.000 anni fa (un battito di ciglia nella scala di tempo dell’evoluzione), il grano era una pianta come tante, confinata in una piccola area del Medio Oriente, che doveva combattere con tante altre per assicurarsi buoni terreni, nutrimento, acqua e protezione da cavallette, uccelli, conigli, ecc.. Oppure pensiamo alle galline, alle pecore, ai maiali. La popolazione di questi animali sulla Terra ha subito un’impennata straordinaria negli ultimi diecimila anni.

Si stima che, attualmente, vivano sul nostro pianeta 25 miliardi di galline (!), un numero che testimonia un successo evolutivo strepitoso, assolutamente impensabile fino a poco tempo fa (in termini evolutivi). Nessuna specie di uccello era mai riuscita a spargere per il mondo una quantità così grande di copie di DNA.

Le galline sono l'uccello che maggiormente ha popolato il pianeta Terra dall'alba dei tempi

Le galline sono l’uccello che maggiormente ha popolato il pianeta Terra dall’alba dei tempi

Com’è stato possibile tutto questo? Cosa ha permesso a piante e animali selvatici di poco conto di diventare le specie di maggior successo (evolutivo) sulla Terra? E’ evidente che la ragione sta nella loro relazione con noi, con l’homo sapiens.

La fortuna (evolutiva) di grano e galline è cominciata quando esemplari di homo sapiens, circa 10.000 anni fa decisero che valeva la pena alzarsi ogni mattina all’alba per trascorrere l’intera giornata nei campi, piegati sotto il sole, seminando grano, strappare via erbacce e rocce dai campi, arare la terra, scavare canali per irrigarla, raccogliere feci di animali per concimarla, tenere alla larga uccelli, ecc.. O quando iniziarono ad alimentare e avere cura di galline, vacche, maiali, cani. Ovviamente eliminando metodicamente, con millenaria e “umana” efficienza, gli esemplari più curiosi, riottosi e irrequieti, in modo da selezionare animali ubbidienti, docili e sottomessi.

Spesso, per comprendere qualcosa, è utile ribaltare il punto di vista e i rapporti di causa-effetto. Normalmente pensiamo di essere stati noi ad addomesticare galline, maiali, grano, ecc.. Ma ne siamo certi? Mettiamoci nei panni del grano: in poche migliaia di anni si è sparso per il mondo ad una velocità mai vista prima, grazie al lavoro e alle cure di milioni di esemplari di una scimmia che, qualche migliaio di anni fa, decise che fosse una buona idea dedicare la propria esistenza e sconvolgere la propria maniera di vivere per questa pianta. Ma si trattò di una decisione corretta, di una buona scelta? O forse, della più grande fregatura della nostra Storia?

Per circa 2 milioni di anni, in quanto esemplari della specie homo, abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori. Ossia ci svegliavamo la mattina e cominciavamo a cercare radici, frutti ed erbe. Oppure ci organizzavamo in gruppi per cacciare animali. Poi si tornava alla nostra “casa” per mangiare quello che avevamo raccolto e cacciato. Vivevamo alla giornata, in gruppi di 100-150 persone che potevano muoversi facilmente se ci sentivamo minacciati da qualcosa o qualcuno o se, nella zona, cominciavano a scarseggiare piante ed animali. Tuttavia, poiché ci nutrivamo di un po’ di tutto, era raro che una siccità o piogge particolarmente abbondanti potessero portarci a morire di fame.

Diorama of Prehistoric Hunter-Gatherers

Ricostruzione immaginaria di un gruppo di cacciatori-raccoglitori

Certo, la vita non era facile, ma in fondo non ce la passavamo male: conoscevamo a menadito l’ambiente in cui vivevamo, le proprietà delle piante, le abitudini degli animali, avevamo tanto tempo libero e poche preoccupazioni riguardo al futuro. Inoltre durante i milioni di anni in cui abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori, il nostro corpo, la nostra struttura ossea, il nostro stomaco e anche la nostra mente si sono evoluti per vivere in questa maniera: eravamo (e siamo) fatti per quel tipo di vita e alimentazione.

Poi, circa 10.000 anni fa, nel sud-est della Turchia e, più o meno nello stesso momento, in altri luoghi quali il Messico e la Cina, alcuni di noi cominciarono a notare che alcune piante che mangiavamo crescevano in più grandi quantità se avevamo cura di loro e se ne mettevamo i semi sotto terra. Lo stesso valeva per gli animali: invece che alzarci ed andare a cercare pecore, mucche e maiali, era possibile costringerli a vivere vicino a noi, dando loro da mangiare per potere poi a nostra volta mangiarli quando ne avessimo avuto bisogno. Tutto questo obbligò questi nostri antenati a passare dalla vita nomade dei cacciatori-raccoglitori a quella stanziale degli agricoltori. Tutto questo fu insomma l’inizio della rivoluzione agricola, che rappresentò l’autentica svolta della nostra storia e il passo decisivo che ci ha condotto alle società contemporanee e alla maniera attuale di vivere, mangiare, lavorare, concepire il presente ed il futuro. Ma si trattò di una rivoluzione positiva?

Siamo sicuri d'aver fatto bene a diventare agricoltori?

Siamo sicuri d’aver fatto bene a diventare agricoltori?

Cosa portò l’agricoltura? Innanzitutto, come detto, portò alla stanzialità, al concetto di “casa” stabile, di proprietà. Inoltre fu la causa di una esplosione demografica dell’homo sapiens, sostenuta da un surplus di cibo disponibile e dal fatto che gli agricoltori erano in grado di svezzare i loro figli ad età più giovane, perché avevano cibo disponibile e struttura sociale in grado di sostenerli, e quindi di averne in maggior numero rispetto al passato.

Tuttavia, secondo diversi studi su fossili dell’epoca, l’altezza media dell’homo sapiens diminuì con l’avvento dell’agricoltura e solo nel XX secolo è tornata ad essere la stessa dei cacciatori-raccoglitori. Allo stesso tempo, aumentarono invece le malattie, prime fra tutte le devastanti malattie infettive che erano quasi assenti prima che gli uomini cominciassero a vivere in spazi ristretti come i villaggi e in seguito le città, che favoriscono il passaggio di virus e microbi da un individuo all’altro. Diventarono comuni malanni alle ossa e ai denti, dovuti al fatto che il nostro corpo non era e non è fatto per vivere e mangiare come gli agricoltori, bensì per vivere, mangiare e pensare come i cacciatori-raccoglitori, perché è così che abbiamo vissuto per milioni di anni. Il nostro organismo è strutturato per mangiare grandi varietà di cibi e per correre dietro alle gazzelle e arrampicarsi sugli alberi, non certo per mangiare grandi quantità di cereali e passare lunghe ore piegati sui campi a zappare o spargere feci di animali.

Gli agricoltori si ammalavano spesso, vivevano una vita più dura e dolorosa dei loro predecessori, che dipendeva spesso da pochissime piante ed animali. Una siccità, un’inondazione o l’attacco di altri esseri umani poteva privarli di tutto quello che era loro necessario per vivere. Di fronte a queste avversità, la possibilità di andare a cercare altrove una vita migliore era assai più complicata che in passato, perché significava “lasciare casa”, i campi, gli oggetti, gli animali, un intero mondo che per la prima volta nella storia legava (e lega) gli uomini ad un luogo molto ben definito.

E allora? Perché l’agricoltura ha avuto così tanto successo, al punto da rimpiazzare quasi completamente, nell’arco di poche migliaia di anni, lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori? La risposta sta nel fatto che, seppure a livello di individui, sempre secondo alcuni studi, ci portò svantaggi, a livello di specie si trattò di prodigioso balzo in avanti. Se cioè una certa zona di terra era in grado di fornire cibo a 100 cacciatori-raccoglitori, con l’avvento dell’agricoltura, la stessa area poteva sostenere 1000 agricoltori. I primi agricoltori erano sì malaticci, ma erano comunque in grado di produrre sufficiente cibo per sopravvivere e soprattutto per riprodursi meglio e più velocemente dei cacciatori-raccoglitori. Per cominciare, ad esempio, i bambini potevano essere cresciuti in un luogo stabile, senza costituire un impedimento per i continui spostamenti. Le innovazioni portate dall’agricoltura permisero quindi agli agricoltori di moltiplicarsi e diventare molto più numerosi dei cacciatori-raccoglitori, anche se – a livello di singoli individui – la vita si fece meno felice, almeno per le prime generazioni. C’è chi è addirittura convinto che la vita agricola sia fonte di problemi anche per gli esemplari di homo sapiens attuali e quindi pubblicizza e persegue uno stile di vita e alimentare “paleo”, con tanto di indicazioni su cosa mangiavano i nostri antenati cacciatori-raccoglitori e su cosa dunque dovremmo mangiare anche noi per vivere sani [cliccare qui e qui per dare un'occhiata]

E' assai probabile che una mucca del 15.000 a.C. vivesse una vita migliore di una mucca attuale

E’ assai probabile che una mucca del 15.000 a.C. vivesse una vita migliore di una mucca attuale

Del resto, pensiamo alle galline o alle mucche: è vero che oggi sono specie di enorme successo evolutivo, ma la maggior parte delle galline e delle mucche, conduce una vita più breve e più triste delle galline e le mucche dell’epoca pre-agricoltura. Chiuse in spazi ristretti, spesso senza potersi muovere, ingozzate dalla mattina alla sera e poi macellate ben prima della fine della loro aspettativa di vita naturale. Una gallina o una mucca di 15.000 anni fa non faceva certo questa vita e a quella singola gallina o mucca non gliene importava nulla se la specie gallina o la specie mucca non erano specie evolutivamente di successo.

Ammesso che tutto ciò sia vero rimane però un’altra domanda cruciale: come è stato possibile che i singoli individui di homo sapiens credettero che fosse meglio e più logico abbandonare la “spensierata” vita di cacciatori-raccoglitori per passare alla dura vita dei contadini? Certamente l’individuo cacciatore-raccoglitore non fece questa scelta per favorire la specie homo sapiens, bensì per qualche altra ragione. Beh, per cominciare, la nostra Storia è costellata di scelte individuali apparentemente “illogiche” sia a livello individuale che collettivo. Quante volte abbiamo preso una decisione, anche molto importante, magari cambiando città, lavoro, continente e ci siamo poi resi conto d’aver sbagliato, quando era troppo tardi per tornare indietro? Inoltre il passaggio all’agricoltura, seppur rapido in termini evolutivi, avvenne con gradualità e coinvolse diverse generazioni. Possiamo immaginare che quando una generazione si trovò a sperimentare tutti gli svantaggi derivanti da questa scelta, fosse troppo tardi per tornare indietro, magari perché, semplicemente, nessuno aveva memoria dei “vecchi tempi” e/o sarebbe stato capace di ritornarvici. E’ assai difficile che un singolo individuo si rese conto (o si renda conto) di essere nel bel mezzo di un cambiamento epocale.

Immaginiamo di trovarci in Medio Oriente nel 9.500 a.C.. Il nostro gruppo di homo sapiens comincia a diventare pian, piano più stanziale per avere cura del grano e poi raccoglierlo. Questo significa costruire rifugi più stabili, oggetti, embrioni di “infrastrutture” che diventano pian, piano “parte di noi”. Con il trascorre del tempo, ci rendiamo conto che piccole migliorie e un poco più di lavoro possono produrre raccolti più abbondanti: “Alziamoci prima la mattina e andiamo a letto più tardi, riduciamo un poco il tempo libero e avremo più grano da mangiare”. Tutto vero, ma è anche vero che la popolazione del nostro gruppo comincia ad aumentare e bisogna sfamare più gente. E quindi arare più campi e raccogliere più feci per concimarli. Ecc. ecc…. donna stressata in ufficioQuesta serie di ragionamenti ci ricorda forse qualcosa?….Possiamo forse sostenere che le innovazioni tecnologiche degli ultimi anni hanno reso la nostra vita più bella e felice? Forse utilizziamo l’email, gli smartphones e compagnia bella per svolgere in meno tempo operazioni che, fino a pochi anni fa, ne richiedevano molto di più, con l’obiettivo di avere più tempo a disposizione per rilassarci, per stare insieme ai nostri figli, amici, ecc.? Forse lavoriamo a ritmi più rilassanti e meno forsennati di qualche tempo fa? Saremmo forse capaci di rinunciare alle vacanze, al cellulare, ad internet, ai piccoli, grandi lussi che ci appaiono essenziali in cambio della vita di 50 anni fa? La realtà, almeno per la maggioranza delle persone, è che la “rivoluzione tecnologica” ci ha portato a condurre una vita più stressante, frenetica, schiavi del danaro e di “lussi” che ormai consideriamo essenziali, sempre più esposti a malattie quali la depressione ed altri disturbi nervosi. Chi sarebbe capace di tornare indietro? La trappola ormai si è chiusa su di noi, non certo dalla sera alla mattina, ma durante un lasso di tempo che ci ha impedito di accorgecene: “Sì, adesso lavoro un po’ di più e rispondo a quelle 1000 email, ma lo faccio per poi rilassarmi….”. Quando????

Insomma, mutatis mutandis, il paragone con la vita contemporanea ci suggerisce che i primi agricoltori fecero una serie di piccole scelte, impegnandosi in piccoli e nuovi sforzi, convinti che sarebbero andati a star meglio, senza avere la lungimiranza di comprendere che tutto ciò li stava conducendo su di un cammino senza ritorno, che, perlomeno per diversi generazioni, non gli avrebbe donato invece un miglioramento delle condizioni di vita.

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Un monolito di circa 5 metri d’altezza raffigurante un toro e un uccello a Göbekli Tepe

Tuttavia l”illogicità” dell’homo sapiens si può presentare sotto diverse forme e forse, alcune di queste, coincidono con le caratteristiche che meglio ci rappresentano come specie. Esiste un’altra spiegazione, una spiegazione affascinante e misteriosa. Una ventina d’anni fa, nel sud-est della Turchia, gli archeologi cominciarono a scavare in una località chiamata Göbekli Tepe. Quello che trovarono fu una sorpresa assoluta. Sotto la terra era conservato un enorme complesso monumentale, composto da colonne decorate, alte tra i 5 e i 30 metri e pesanti diverse tonnellate. Siti di questo tipo esistono in altre zone, per esempio a Stonehenge. Il punto è che Stonehenge risale al 2500 a.C., mentre Göbekli Tepe al 9500 a.C.. Questo significa – ed esistono prove al riguardo – che gli uomini e le donne che lo costruirono vivevano come cacciatori-raccoglitori.

Costruire un complesso di quelle dimensioni significò estrarre quei giganteschi massi da cave limitrofe, trasportarli sul luogo, innalzarli e poi scolpirli: un lavoro immane. Che poté essere realizzato solo da un numero molto grande di cacciatori-raccoglitori che dovette trascorrere in quel luogo per un lungo tempo. Ma queste sono due delle caratteristiche del passaggio all’agricoltura: molti homo sapiens nello stesso luogo per un lungo tempo. In altre parole, qualche migliaio di homo sapiens appartenenti a diversi gruppi di cacciatori-raccoglitori, pensarono che valesse la pena unirsi e trascorrere molto tempo in un unico luogo per costruire un complesso monumentale che non aveva alcun utilità “pratica”. Cosa fecero questi cacciatori-raccoglitori in tutto quel tempo oltre ad estrarre ed intagliare pietre? Come si procacciavano il cibo? Quello che probabilmente accadde è dovettero inventarsi una nuova maniera di vivere, che consisteva nel costruire rifugi più stabili, organizzarsi in comunità più ampie e cibarsi delle piante che crescevano attorno al “luogo di lavoro” imparando a coltivarle: l’agricoltura. A supporto di questo scenario esistono prove del fatto che proprio in quella regione si cominciò ad “addomesticare” il grano per la prima volta nella Storia.

L’affascinante ipotesi di Göbekli Tepe è dunque che il passaggio all’agricoltura fu una conseguenza e non la causa della scelta di stabilirsi in un luogo fisso. E questa scelta fu guidata da qualche motivo misterioso, esoterico, che trascende logiche puramente pratiche e che spinse quegli uomini a cambiare il proprio stile di vita, inventarsene uno nuovo, perché la cosa più importante era scolpire monoliti e innalzarli verso il cielo….

[Lettura consigliata: "Da animali a dèi. Breve storia dell'umanità" di Harari Yuval N.]

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    L’ ipotesi che l’uomo passi da uno stile di vita ad un altro profondamente differente per motivi diversi da quelli utilitaristici e di maggior comodità del vivere, bensì esoterici e forse teologici, è molto affascinante. Potrebbe significare, in ultima analisi, che l ‘ uomo ha scoperto improvvisamente dentro di sé il sacro, il senso del divino, della divinità da pregare, implorare, onorare con monumenti e sforzi immani per costruirli, sacrificando alla divinità persino il proprio modo di vivere che durava da migliaia e migliaia di anni.
    Avevo letto di ipotesi di questo genere già molti anni fa su testi di studiosi di protostoria .
    Si avanzava anche l’ ipotesi che l’ uomo fosse entrato in contatto con intelligenze superiori che fecero uscire l’ umanità dalla vita selvatica fin lì condotta, una vita di continui spostamenti, sempre a caccia, sempre a raccogliere, come fanno ancora gli orsi, che ormai vengono a farci visita in città.
    Si avanzava l’ ipotesi che quelle intelligenze avessero insegnato all’ uomo cose nuove e che l’ uomo abbia costruito templi megalitici incredibili per indicare il contatto con questi esseri superiori, provenienti dal cielo, templi che oggi non riusciamo a decifrare: pensiamo alle piramidi, ai megaliti di vari siti, agli enigmatici disegni tracciati sulle Ande per mezzo di sentieri e piste che possiamo cogliere solo dall’ alto. Un bel mistero, che si nutre della insopprimibile voglia dell’ uomo di cercare il enso della sua esistenza: l’ esistenza è fatta per approdare al lido dell’ essenza, della conoscenza perfetta, dell’ assoluto.
    Chissà invece se l’ umanità possedeva già da lungo tempo il senso del divino. In fondo le stupende grotte di Lascaux, le statuine della Terra Madre ci direbbero che l’ uomo ha creduto in poteri superiori almeno da quando la sua unica, peculiare mano ha lasciato ai posteri forme e colori.
    Eppure, conoscendo l’ umanità anche nella sua insostenibile condizione di miseria morale, mi riesce difficile pensare che essa abbia sacrificato un modo di vivere congeniale ad essa per amore-timore della divinità intuita. Mi riesce più facile pensare che ad un diverso modo di vivere, l’ umanità sia stata in qualche modo costretta dalle ipotetiche intelligenze superiori, come diversi studiosi proporrebbero. E quando le presunte intelligenze lasciarono il pianeta e l’ umanità , essa dedicò loro misteriosi monumenti che ci lasciano misteriosi messaggi:forse la via da cui sono venute e verso cui sono ripartite, la via del cielo e delle stelle. In fondo scienziati di fama mondiale non escludono che questo misterioso universo possa contenere altre forme di vita e d’ intelligenza.
    Sono tutte teorie belle, persino struggenti nel loro volerci indicare che non siamo soli, che
    c ‘ è tanto di più di ciò che sappiamo, ma restano ipotesi, teorie, forse solo speranze e sogni.
    Può essere che il passaggio dal nomadismo alla stanzialita’ sia stato casuale, magari dovuto all’ osservazione banale che alcuni semi lasciati dai raccoglitori sulla terra nei pressi della grotta germogliavano e davano piante simili a quelle da cui erano stati colti, e la mente s’ illuminò. Si comprese che si sarebbe potuto fermarsi finalmente, crescere i propri figli sempre al riparo, al caldo, col cibo a portata di mano. Gli animali più mansueti vennero trattenuti e rinchiusi nei recinti per garantire cibo e aiuto. E nacque la città, la città-stato con tutta la sua organizzazione, la sua difesa, la sua potenza che andava di pari passo con la sua estensione. E nacque cosi la guerra, come la patria, l’ ereditarietà dei beni. E si comprese l’ importanza del capo, del re che tutto poteva e che divenne il dio padrone potente e assoluto che conduceva e difendeva la citta’. Si scivolò rapidamente nel corso della Storia, che mise per iscritto il suo corso. E scrisse anche l’ effimera presenza di tutte le cose umane, di tutti gli esseri umani, potenti o miserrimi che fossero.
    Certo, è incredibile la velocità del passaggio all’agricoltura e all’allevamento, ma non è altrettanto incredibile la velocità con cui l’ uomo è passato dal cavallo su cui correva per portare il messaggio alla corte degli ultimi zar ai mirabolanti computer che portano i nostri messaggi da una parte all’ altra del pianeta alla strabiliante velocità…della luce?!
    La vicenda umana è complessa, incredibile. Incredibilmente, noi esseri umani siamo i primi a vederla tale, a volerla tale. Non pensiamo mai che tutto è incredibile, inspiegabile, misterioso. Non pensiamo mai che persino Einstein disse che la nostra conoscenza scalfiva solo una superficiale, infinitesimale particella di ciò che è.
    E io aggiungo, dolente, che più la nostra mente e la nostra mano scalfiscono il mistero, più l’ anima sanguina perché si fa sempre più chiaro il senso del nostro limite.
    Alle volte invidio il passerotto che viene a cinguettare sul mio davanzale. Penso che lui cinguetti garrulo e contento perché conosce il senso di tutto. Alle volte penso invece che cinguetti felice di ciò che ha ed e’ qui ed ora, ignaro che ci sia la fatica della conoscenza, la sete del potere, la dannazione della ricerca del perché di tutte le cose.
    Il passerotto mi guarda muovendo graziosamente il capino. Aspetta solo un soffio di briciole.
    È infinitamente lontano dal mio mondo, dal mondo di un’ umanità che si arrovella fra innumerevoli oggetti mutevoli e stanchevoli, da un’ umanità che rincorre inutilmente conoscenze sfuggenti che le sfuggiranno fino alla fine.

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  2. nino

    Rilancio con Collasso, sempre di Diamond, che sottolinea proprio il tema di questo articolo, l’incapacità/impossibilità di avere una visione a lungo termine e la perseveranza in azioni che nel tempo hanno prodotto conseguenze inattese. Sviluppa, tra gli altri, gli esempi dei radicali disboscamenti dell’Islanda e dell’Isola di Pasqua. Sotto traccia il consueto problema dell’umanità che con un mano contribuisce allo sviluppo tecnologico della sua specie e con l’altra provvede a creare le premesse per il conseguente collasso. (e cmq armi acciaio e malattie è fantastico! :-) )

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  3. kiki

    Altro consiglio: Armi, acciaio, malattie di Jared Diamond, che racconta appunto gli strumenti con cui la civiltà occidentale (stanziale) ha sconfitto chi aveva altri modelli di vita.
    Oddìo, il libro è un enorme pippone, sul noiosetto andante, però tratta esattamente questi temi e con buona consequenzialità logica.

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