Bambine, smettetela di gridare (racconto)

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“Che casino, maledizione! Ed io che pensavo di mettermi a leggere un buon libro! È praticamente impossibile farlo con tutto questo chiasso. Era meglio marcire in galera” e così il vecchio Eusebio pieno d’ira accese la tv, cominciando a cambiare canale distrattamente in attesa di trovare qualcosa di interessante da guardare. Ma non ci fu verso, gli schiamazzi che udiva lo tormentavano e non riusciva a pensare ad altro che al fastidio che gli davano.

Dopo un po’ si sentì pervadere da una curiosità mista a rabbia e con passo malfermo si avvicinò alla finestra per osservare il motivo di tutto quel fracasso. “Eccole là, quelle pestifere bambine. Voglio un po’ vedere che cavolo combinano per fare tutta questa caciara” e affacciatosi alla finestra provò stupore e una sensazione di disagio nel vedere il gioco delle bambine. Clarissa, con le sue amiche Gloria e Azzurra (a furia di sentire tutto quel chiasso aveva imparato i loro nomi!) e altri bambini stavano giocando a moscacieca. La cosa inquietante era che avevano coperto gli occhi del bambino non con il classico fazzoletto ma con un sacco nero e ogni volta che il poverino cercava di toglierlo per riprendere fiato gli imponevano subito di rimetterlo.

Il vecchio tornò a sedere, spense la tv, riprese in mano il suo libro e riprovò a leggerlo. Riuscì a leggere le prime due pagine, ma al primo rigo della terza ecco di nuovo il chiasso. Chiuse nuovamente il libro, spazientito ed iracondo, e si diresse nuovamente alla finestra. Il rumore di una pallina, questa volta, gli rimbombava nella testa come un ossesso. Si affacciò con nervosa curiosità e vide due delle bambine che ridendo e cantando lanciavano a turno la pallina contro un bambino che subiva la loro iniziativa con una sorta di timore reverenziale.

Quel rumore della pallina, le urla e le risatine, intervallate da qualche pianto isterico e dai richiami dei genitori, torturarono il vecchio tutto il pomeriggio. Più volte tirò fuori e accarezzò i coltelli che teneva nascosti sotto il letto e con cui tante atrocità aveva commesso in passato. Gli sarebbero stati d’aiuto per far tacere quelle bambine, pensò, ma la vecchiaia stroncava ogni possibilità di ricominciare la sua carriera criminale, rendendogli impossibile già solo uscire di casa, figurarsi uccidere. Era molto meglio cercare di rimanere calmo respingendo queste pulsioni, visto che non aveva la possibilità di darvi sfogo. D’altronde aveva scelto di vivere in quel quartiere in cui nessuno conosceva il suo passato proprio per la tranquillità, nel silenzio della sua solitudine pensava che sarebbe riuscito a tenere a freno i suoi istinti criminali e avrebbe concluso la sua vita nella quiete.

Imprecando e stringendo i denti riuscì ad arrivare all’ora di cena, o meglio, all’ora della sua cena, perché erano passate da poco le otto di sera e le bambine stavano ancora giocando. Verso le undici cessò il chiasso e il vecchio si godette il momento di pace, come aria fresca da respirare. Avrebbe voluto prolungare quel momento, godersi quell’unico momento di pace della sua giornata, ma le fatiche di una giornata di nervosismi e la vecchiaia ebbero la meglio, e si addormentò, senza nemmeno rendersene conto, sulla poltrona.

Poco dopo l’alba fu svegliato da un gran vociare, si affacciò per cercare di capire cosa fosse accaduto e vide un paio di volanti della polizia, ma il suo cattivo udito gli impedì di sentire ogni discorso. Tornò così le sue faccende da vecchio pensionato solitario, quali lavarsi , sbarbarsi e fare colazione. Bussò alla sua porta Ettore Bazzi, l’unica persona con cui aveva un rapporto visto che era solito fargli la spesa (la sua salute cagionevole non gli permetteva di provvedere da solo), bianco in volto e insolitamente taciturno. Il vecchio gli diede la lista e i soldi necessari e gli chiese cosa fosse accaduto. Ettore gli spiegò allora che durante la notte era inspiegabilmente scomparso il piccolo Antonio Rambaudi ed erano state subito allertate le autorità. Il vecchio finse di provare orrore ma in realtà un vecchio killer come lui non era facilmente impressionabile. Dopo aver commentato brevemente la notizia salutò Ettore e si rimise alle sue consuete occupazioni.

Trascorsa un’ora di assoluta tranquillità interiore Eusebio cominciò a sentirsi ossessionato dall’imminente arrivo del pomeriggio e dei giochi delle bambine. Guardò ogni cinque minuti l’orologio finché non si fece mezzogiorno e si preparò il pranzo. Mangiò lentamente, ingoiando a fatica a causa del groppo in gola che gli donava il pensiero che presto la sua quiete sarebbe stata disturbata.

Anche quel pomeriggio fu un pomeriggio di tormento per il vecchio. Se solo ne avesse avuto la forza sarebbe uscito per farsi una passeggiata nel parco, ma la sua salute lo condannava a subire tutto quel fracasso.

Chiuse la finestra ma si sentì mancare l’aria e dovette correre a riaprirla. Tornò a sedersi ma sentì le urla della bambine rimbombare in tutta la sua casa. Lanciò il libro contro il muro come per scacciare lontano da sé quella confusione ma capì di trovarsi di fronte ad una lotta impari.

Cercò di calmarsi, la rabbia lo stava accecando e cominciava a rimuginare atroci propositi di vendetta. Per evitare di commettere qualche sciocchezza gli venne in mente che forse era il caso di dir loro di smetterla, forse avrebbero capito, infondo era la richiesta di un povero vecchio e non potevano ignorarla. Si affacciò alla finestra per gridare contro le bambine ma come ad aver percepito le sue intenzioni Clarissa alzò la testa in alto e si mise a fissarlo. Il vecchio istintivamente si ritrasse ma poi pensò che fosse ridicolo per un ex-killer come lui farsi intimorire dallo sguardo di una bambina. Così prese coraggio, si riaffacciò e si mise ad inveire contro le bambine. Azzurra corse piangendo dalla madre e questa osservò iraconda il vecchio puntandogli contro il dito.

“Senta lei” disse la donna, “come si permette a parlare in quel modo a delle bambine?”

“Io, mi scusi” balbettò il vecchio, “ma non ce la facevo più, sa, io sono vecchio e queste bambine mi disturbano di proposito…”

“Di proposito? Sono solo delle bambine che giocano! Si faccia rinchiudere in una casa di cura se la disturbano!” troncò il discorso la donna.

Il vecchio si sentì di colpo stanco, stanco e abbattuto. Mentre si ritirava dalla finestra sentì le risatine soddisfatte delle bambine e si sentì sconfitto, non c’era modo evidentemente che smettessero di far chiasso e in un attimo di sconforto pianse e subito dopo si gettò sul divano e si addormentò.

Si risvegliò qualche ora dopo l’alba del giorno seguente e si sentì stordito e pieno di dolori come se avesse combattuto una lunga battaglia. Si alzò per prepararsi la colazione, ma trovò la dispensa vuota. Assorto dalla sua disputa con le bambine non si era reso conto di come gli fosse rimasto ben poco da mangiare, giusto un paio di patate e tre pomodori. Non poteva proprio fare a meno di vedere il vicino quel giorno.

Aprì la porta di casa e si sedette su una sedia in attesa che questo passasse. Ci volle più di un’ora ma alla fine lo vide e gli si rivolse come chi rivede la luce dopo tanti anni. Stranamente il fare del vicino non era gentile e disponibile come di consueto, ma il vecchio ci badò poco e, dopo averlo salutato, cominciò a fargli l’elenco delle cose di cui aveva bisogno.

“È scomparso mio figlio” disse Ettore

“O mio Dio! Mi dispiace” disse il vecchio fingendo, ma in malo modo, una certa preoccupazione

“Già, lo immagino” rispose Ettore con un tono che al vecchio sembrò stranamente dubbioso. “Mi dispiace ma non ho tempo di farle la spesa” concluse e se ne andò senza attendere risposta.

Allora il vecchio pensò che forse i genitori avevano parlato fra di loro, si erano indignati per quel vecchio che aveva sgridato le loro bambine e magari cominciavano a sospettare di lui per la scomparsa dei due bambini. Rimasto nuovamente solo il vecchio rise amaramente, oltre ad aver fatto nascere dei sospetti su di lui quelle bambine lo stavano praticamente condannando a morire di fame, perché tolto quel vicino non sapeva chi chiamare per fargli la spesa.

In preda alla disperazione pianse, si graffiò il viso, si batté con i pugni il corpo. Ma dopo questi attimi drammatici riprese il controllo e la coscienza di se stesso. “Sono un criminale” pensò “e da criminale devo morire”. D’un tratto gli vennero in mente le scene delle atrocità commesse in passato, mischiate con i ricordi più recenti. Vide anche le bambine e i bambini scomparsi. Ebbe un sussulto e pensò alla coincidenza che ogni volta che si era addormentato senza rendersene conto il giorno seguente era scomparso un bambino. Pensò fra sé e sé alla possibilità che in una sorta di incosciente allucinazione avesse potuto commettere i rapimenti o peggio. “In fondo non sono che un criminale” pensò e rise sarcasticamente. Ma gli sembrò assurdo, con la sua salute cagionevole non riusciva nemmeno ad uscire di casa, come avrebbe potuto rapire dei bambini?

Assorto in truci pensieri diede fondo a tutto ciò che trovò nella dispensa, come se dovesse partire per un lungo viaggio e quel poco cibo gli servisse per affrontarne le fatiche. Subito dopo decise di provare ad uscire per togliersi tutti i dubbi. E fece ciò che ormai da più di due anni non faceva: aprì la porta, ne varcò la soglia lentamente e si accinse a scendere le scale. Ovviamente incontrò difficoltà ancor maggiori di quanto si aspettasse e solo una ritrovata e indescrivibile forza di volontà lo sorresse e gli diede la forza di scendere le scale. Dopo un tempo interminabile si ritrovò giù esausto e grondante sudore e si appoggiò al muro per riprendere fiato.

Sentì le urla delle bambine così vicine che si sentì pervadere da una rabbia accecante e d’un colpo gli sembrò di aver recuperato le forze. Ogni dubbio si sciolse così dalla sua mente: la rabbia che quelle bambine gli davano vinceva ogni debolezza fisica. E istintivamente preparò il suo piano criminoso. “Comincerò da quella donna che mi ha sgridato l’altra sera, le darò una bella lezione davanti alla figlia, così non si dimenticherà mai di me!”. Non ce l’avrebbe fatta a tornare a casa per prendere i suoi coltelli così attraversò la strada grazie ad una ragazza che si offrì di aiutarlo e si diresse verso il parco vicino in cerca di un bastone con cui percuotere la donna.

Quando lentamente prese il bastone si accorse che nel boschetto erano arrivate le bambine, ululanti e schiamazzanti come al solito. In un impulso di assurda malvagità, la mente del vecchio si ottenebrò completamente e si nascose per osservare le bambine giocare. Ne ascoltò i discorsi da dietro un albero e ciò che sentì lo incuriosì. “Questa notte” stava dicendo Clarissa, spalleggiata da Gloria e Azzurra, ad un atterrito bambino, “quando sentirai il rumore di una pietra alla finestra tu dovrai uscire e andare alla rupe, sennò dirò a tutti che sei stato tu a rompere la finestra della signora Scalzi!”. Il bambino impaurito annuì piangendo.

Il vecchio allora si sentì invadere da una perversa curiosità e si diresse alla rupe. Arrivato non notò niente di strano. Ad un certo punto sentì delle urla di bambini e turbato si sporse per osservare giù dalla rupe. Nel farlo fece un passo avanti e scivolò sul terreno friabile e solo conficcando il bastone in terra evitò una rovinosa caduta nel burrone sottostante. Ripresosi dallo spavento stette un po’ in ascolto, ma non sentì più niente. Forse quei bambini erano frutto della sua immaginazione o forse il suo inconscio veniva a galla, regalandogli le immagini delle atrocità che aveva commesso in quegli ultimi giorni in uno stato di semi-coscienza. Mentre rifletteva sulla sua pazzia si sentì osservato. Si voltò e vide le tre bambine immobili che lo osservavano. E questa volta non riuscì a trattenere la sua follia criminale.

Così il vecchio Eusebio si voltò verso le bambine, brandì il bastone e con un sorriso malvagio disse: «Giocate con me adesso!» e si compiacque della sua cattiveria.

Ma le bambine non si impressionarono. Si guardarono fra di loro un attimo dubbiose, poi si scambiarono qualche parolina nell’orecchio. Quindi stettero un po’ in silenzio e all’improvviso sorrisero ed esplosero in un fragoroso “sì!”. Il vecchio si sentì frastornato da questa reazione e quando vide le bambine prendere pietre da terra si sentì ridicolo e cercò di recuperare un aspetto dignitoso.

«Non intendevo questo, è in senso ironico… vi sto minacciando, il bastone è per picchiare voi e le vostre mamme… ascoltatemi!» urlò il vecchio, ma non ci fu verso. Le bambine esaltate dal nuovo gioco lanciarono le pietre verso il povero vecchio, incitandolo a respingerle con il bastone come se fosse una mazza da baseball. E le urla delle bambine coprirono quelle del vecchio che, incapace di reagire e colpito incessantemente dalle pietre, fece un passo indietro e cadde nel burrone. E mentre precipitava nel baratro vide infondo i bambini scomparsi che cercavano inutilmente di risalire. Erano dunque le bambine le vere colpevoli e lui non era pazzo! Ma non avrebbe mai potuto dirlo a nessuno. Con un tonfo sordo si sfracellò al suolo dopo un volo di più di dieci metri. E a quel punto le bambine si allontanarono deluse, perché quel gioco era durato troppo poco.

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