ʍ il Talk, w il Talk!

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Il panorama della politica non offre un orizzonte variegato in questi ultimi mesi. L’unico sole della comunicazione politica sembra essere Renzi, sviscerato, analizzato e celebrato “anatomicamente” dai media.

Parlare dello specifico di Renzi – il suo presunto decisionismo -, esserne a favore o contro, è diventato un comparto dell’informazione giornalistica tout court; così come, prima dell’avvento del fiorentino, fu un settore del canovaccio l’inadeguatezza del Movimento Cinque Stelle: in quel caso, il talk funzionava seguendo la sua fisiologia, chi derideva dall’alfa, chi difendeva dall’omega.

Manicheismi insiti alla natura dei talk show: purché funzioni, è bene che vi siano due parti l’una contro l’altra.

La comunicazione politica prevedeva, per la stagione televisiva 2014-2015, la sfida tra ritenuti titani del giornalismo televisivo (ma hanno mai visto HARDtalk di Stephen Sackur in onda sulla BBC?): Giannini versus Floris.

Dopo la prima puntata settembrina, Ballarò ha raccolto 3,6 milioni di spettatori, mezzo milione in più di quanti ne avesse radunati alla prima uscita il Ballarò del 2013. Poi, la situazione è mutata. Svanito l’effetto novità, Giannini e Floris (la somma dell’audience dei due programmi che conducono) hanno cominciato ad attirare sempre meno spettatori di quanti non ne facesse Ballarò da solo nell’anno precedente: meno ottocentomila spettatori al secondo martedì; meno 1,8 mln al terzo; meno 1 mln nell’ultimo martedì di contesa.

talkber4Lo scorso anno, Ballarò totalizzava una media del 13% di share, la nuova edizione condotta da Giannini si ferma al 6-7%. Non va meglio a Floris, il suo diMartedì, seppur in recupero rispetto all’esordio, non supera il 4%. La somma media dei due ascolti, quindi, non arriva a quella raggiunta dal solo talk di Rai3 nell’anno trascorso.

La platea, dunque, si è ristretta di quasi un terzo degli spettatori rispetto all’anno scorso e, pur non scorrendo altri dati delle infinite trasmissioni di talk politico del palinsesto televisivo, la misura pare proprio segnare un declino irreversibile.

Basti pensare che Michele Santoro, l’inventore della piazza come attore nel talk politico, ha iniziato la sua stagione proclamando la sua futura morte professionale e la dipartita del genere televisivo che lo ha incoronato re per almeno un ventennio.

Ad ora, a giudicare dall’Auditel, l’unico fattore che fa la differenza, come accennato, è Renzi.

Lunedì 6 ottobre 2014, a Quinta Colonna, l’ex sindaco di Firenze ha consentito a Del Debbio, l’ideologo del berlusconismo fai-da-te, di superare il 6% di share, ben al di là delle sue dimensioni usuali.

La connessione tra talk e politica, è notorio, non è più tale da tempo. Veramente, il talk politico è una parte costruens dei partiti politici che sanno di dover presenziare nei salotti televisivi per guadagnarsi il diritto al consenso e alla loro stessa esistenza.

E se il talk politico dovesse sparire? In fondo, molti generi televisivi sono scomparsi e numerosi temi trattati nei talk non hanno più ragione di esistere così da non essere più approfonditi.

Non si parla più di delitti, per esempio. Il caso Bossetti che avrebbe fatto le fortune di Vespa ad inizio del secolo, è inserito, ormai, in alcune talkberbrevi di giornali. Il talk politico, quindi, sta morendo. E giocoforza, anche la politica, o quello che noi intendiamo come “la politica”, troverà nuove forme per il consenso e l’esistenza.

Le cause del declino del talk politico sono ancora ignote. Difficile credere che l’audience si sia orientata verso nuove forme d’informazione, magari e finalmente, più veritiere, complete e meno sensazionalistiche.

Sarebbe avvenuta una palingenesi di massa, senza che i più se ne fossero accorti!

Forse, è più plausibile incrociare alcuni dati macroeconomici per comprendere il perché della moria degli spettatori couch potato; spettatori patate sulla poltrona di fronte alla Santanché, parimenti nell’urna dirimpetto al simbolo vuoto di un partito esistente.

Il pericolo per i partiti e le Istituzioni è di ignorare quanto sta avvenendo, eppure sembra che, con l’avvento dei primi squilli di deflazione strutturale, consumi calati vertiginosamente e disoccupazione rampante, lo spettatore, che è poi il cittadino parte della democrazia, stia disintossicandosi da una forma di comunicazione ormai vecchia e proprio perché vecchia, fasulla.

Cambiare le abitudini visive non produrrà nell’immediato una rivoluzione, ma è certamente un elemento positivo di fiducia nei confronti di una possibile ripresa. Un cambio di abitudine culturale varrebbe più di dieci deleghe con fiducia dell’attuale Governo.

Ad ogni modo, suddetta ipotesi appare molto ottimistica. Non sarebbe peregrino leggere questo cambiamento come segno malevolo dei tempi che corrono. In un Paese senza più consumi e fiducia, la televisione, e il talk politico nello specifico, non sono più elementi di conforto per gli abitanti di una nazione tutto sommato in salute, ma diventano stridore urticante per il disoccupato pronto ad emigrare o il pensionato sociale cui sta per scoccare l’ora dello sfratto.

In Lezioni di politica sociale (1949), Luigi Einaudi sosteneva la “teoria del punto critico”, fondamentale nella scienza, sia economica sia politica.

Luigi Einaudi

Luigi Einaudi

Scriveva Einaudi: “È ragionevole che ogni famiglia aspiri al possesso della radio. Ma la radio può diventare strumento perfettissimo di imbecillimento dell’umanità. Il passaggio dalla radio che allieta e istruisce e fa dimenticare i dolori, alla radio che è causa d’imbecillimento dell’umanità è graduale».

L’idea basilare è che vi sia un’esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico per l’appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, variando segno o natura. La legge del punto critico formulata da Einaudi può essere applicata ai mezzi di comunicazione di massa come TV e Internet e ai loro generi o sottogeneri, come, nel caso della TV, il talk politico.

Nelle prime fasi di uno sviluppo, la disponibilità di beni che aumentano la comodità è importante per il benessere. Eppure gli effetti di questa comodità che arricchiscono il benessere cambiano di segno, o di natura, quando si supera il punto critico.

Il cibo in scatola è un’invenzione funzionale ai tempi del capitalismo, ma diventa un abuso se lo si usa come unico genere alimentare. Così è valso per la radio di Einaudi; la televisione di Pasolini; così varrà (o è già valso?) per l’Internet dei giorni odierni.

Sfortunatamente tutti i fruitori cadono in simili trappole, prima di accorgersi di aver superato il punto critico.

Le ragioni sono molteplici. Per Einaudi, due sono più incisive di altre.

La prima: la gradualità. Il punto di svolta si supera un po’ alla volta e senza averne contezza, o avendone fuori tempo massimo.

La seconda si chiama salienza o pregnanza: ossia la certa tendenza dei fruitori a vedere di più i beni di comodità e a veder meno quelli sociali, civili, politici (nel senso di atti politici come, ad esempio, lottare per il progresso della propria città). Si sovrastimano le merci e si sottostimano i beni alieni dal mercato che, essendo più ordinari e feriali – come la democrazia e la sua salvaguardia -, sono avvolti da una fitta ombra al cospetto dei beni di mercato; sono, appunto meno salienti o meno pregnanti.

L’auspicio è che i cittadini, consapevolmente o meno, abbiano superato il punto critico e rigettino una forma di informazione parziale e soprattutto superficiale per la conoscenza della politica. E quindi, del mondo.

La possibile sconsolante realtà è che, all’orizzonte, prenda piede una politica che, per non cedere, trovi in altri generi e sottogeneri del nuovo mezzo Internet, un nuovo modo di controllo della democrazia. E quindi, delle sue coscienze.

 

 

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Vuoi vedere che il suggerimento di Antonio Scurati, durante la premiazione del Campiello 2005, si sta avverando? Quel concetto, preceduto da altre esternazioni-provocazioni, tra le quali quella rivolta a Bruno Vespa: «Se il mio protagonista dovesse decidere di uccidere qualcuno stasera, sarebbe lei!», rimane per me il più valido di tutti: “Spegnete il televisore, leggete un libro”.

    Grazie Jeremy

    Rispondi
  2. fiorella modeo

    Analisi molto lucida , espressione di una realtà dolorosa che richiede canoni diversi di comunicazione e menti creative ed empatiche in campo.

    Rispondi

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