What’s up, Jihad?

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“Tra WhatsApp e jihad, scelgo il jihad”…forse.

L’esercizio del massimo sforzo invece del rinforzo tecnologico a una vita svuotata di ogni ideologia classica. L’azione preferita alla reazione sull’uomo esercitata dalla tecnica, ormai vincitrice da circa un secolo nell’annosa disputa tra macchina e essere umano.

Nella società occidentale secolarizzata, consumistica, solipsistica oltre ogni misura, il mondo, ormai, gioca a dadi da solo. Licenziato Dio, le Whatsapp e jihad 5culture particolari e la piazza, lo spirito fondante delle azioni dell’uomo occidentale si muove entro lo spettro minimo dell’attimo. È il presente di ogni giorno il vero simulacro, l’unica ideologia dell’Occidente. I progetti, le lunghe marce, le visioni che tendono all’orizzonte sono bandite e sacrificate sull’altare del “tutto e subito“.

L’accaparramento di siffatto presente si traduce spesso nella rincorsa all’ultimo manufatto tecnologico. Il viatico per il totem del presente è un aggeggio che ti fa agire nel contemporaneo e ti fa agire contemporaneamente in più modi. Mando un messaggio, scrivo il rapporto per il lavoro, correggo il file Excel, leggo la notizia dell’agenzia, mi informo sulla Borsa, guardo una donna nuda, ottengo informazioni per scommettere sul calcio.

Apple e Samsung, Google o Alibaba, mantengono la loro presa del potere decennale attraverso la dittatura delle loro decisioni. Nella vita delle generazioni “20-40 anni” sono più dirimenti le scelte di questi giganti dell’information technology rispetto a una direttiva comunitaria sul commercio o a un provvedimento economico del Governo.

Un millennial occidentale – i nati tra gli anni Ottanta e i primi del Duemila – orienta i propri consumi, e conseguentemente organizza la sua vita economica, anche in base all’immissione nel mercato di uno smartphone; non di certo seguendo il provvedimento governativo su uno sgravio fiscale per fare impresa o i celeberrimi “80 Euro”.

Per il ministro dell’Interno Alfano, i numeri ufficiali sui combattenti dell’esercito islamico partiti dal nostro Paese, ammontano a quarantotto persone. Tutte, prima di arruolarsi nell’Isis, sono transitate dall’Italia e due di loro hanno nazionalità italiana – uno dei due si chiamava Giuliano Delnevo ed è morto in Siria nel 2013. Presumibilmente un giovane millennial che tra WhatsApp e il jihad ha scelto il secondo.

Giuliano Delnevo

Giuliano Delnevo

Il concetto di jihad è complesso e le semplificazioni prodotte dal rito occidentale deprimono una reale conoscenza del fenomeno culturale. Il jihad unisce il mondo musulmano radicale, compreso quello di derivazione politica oltre che religioso-culturale, in una umma, cioè in una comunità. Una comunità violenta e militante, senza dubbio, che sfrutta il jihad per giustificare il proprio percorso di vita insanguinato e mortifero.

Nell’Encyclopedia of Islam, un caposaldo per un primo approccio al mondo dell’Islam, il jihad è definito così: “Giuridicamente, secondo la dottrina classica generale e nella tradizione storica, il jihad è un’azione militare volta all’espansione dell’islam e, eventualmente, alla sua difesa”.

Letteralmente, Jihad è una parola araba che, come detto, vuol significare l’”esercizio del massimo sforzo” e, solo successivamente, questa parola, viene declinata nel genere femminile: la jihad, la guerra santa; ma è un artifizio semantico, simillima a un esorcismo, una sintesi buona per la sete di catalogazione degli occidentali.

Il termine jihad, nel suo senso guerriero e violento, trova legittimazione nella narrazione coranica (22:39) quando Maometto si spostò da Mecca a Medina nel 622 d.C. fondando un primo Stato islamico che, come ogni realtà geo-politica, richiedeva di essere difeso a ogni costo.

Il jihad, tuttavia, esprimendo l’idea di sforzo, non è certamente intendibile solo e comunque nella sua accezione militare (che, comunque, esiste). Lo sforzo può essere di natura spirituale, come, ad esempio, nell’universo cattolico sono gli esercizi gesuitici.

L’Islam è interpretato e interpretabile come ogni religione monoteista. Nella religione ebraica un chassidico è diverso da un credente di una comunità che si fonda sull’ebraismo riformato. Un sionista di un territorio occupato a Gerusalemme est sarà diverso da un ebreo newyorkese affondato nella modernità tentacolare imposta dalla Grande Mela.

Nell’Islam esistono diverse declinazioni della religione; di Maometto, del Corano, della partica religiosa, del rapporto con l’altro da sé: la più famosa di tutte è il “guelfo-ghibellinismo” che divide i sunniti dagli sciiti.

Oggi, ad un passo dai raid probabilmente autorizzati dal Congresso americano, noi occidentali siamo orientati a credere che i sunniti che si muovono in Siria e Iraq siano bestie feroci, con la tessera al collo del Califfato Isis, tagliatori di teste di yankee e stupratori di mamme e nonne e figlie di comunità turcomanne, cattolico-caldee o di yazidi. Eppure, esistono sunniti siriani (o iracheni) buoni, moderati, soltanto desiderosi di assolvere alla preghiera o abbeverarsi agli insegnamenti delle sure coraniche alla stessa maniera di un signor Brambilla che si reca nella chiesa di una diocesi di Monza o Milano.

Infatti, accanto al sunnita barbuto con accento londinese, esistono persino molti sciiti che non sanno cosa significhi la pace. Negli stessi attimi in cui si è deciso di appoggiare con forza il nuovo governo iracheno dello sciita Haider al Abadi (in sostituzione dell’incapacità pacificatoria di al Maliki), la milizia iracheno-sciita Aisab Ahl al Haq, condotta dal sanguinario Qais al Khazali e protetta dal Governo, decapita teste sunnite nella città irachena liberata di Amerli dove alcune bande dell’Isis tenevano in ostaggio circa ventimila turcomanni. Ma si sa, nel manicheismo occidentale, esistono teste e teste per cui indignarsi o fare spallucce.

Haider Al Abadi

Haider Al Abadi

La furia cieca degli sciiti, nel segno di una rinnovata legge del taglione, è uguale e contraria al brivido terrorista delle milizie sunnite che hanno occupato parte della Siria e dell’Iraq.

Le contraddittorietà vigono anche in Bahrain dove un governo sunnita appoggiato dall’Arabia Saudita wahabita (la punta estrema della religione sunnita), reprime la maggioranza della popolazione di fede sciita.

Non esiste il Bene o il Male nel mondo dell’Islam (e nel mondo tout court): un giorno stai col tuo amico, che il giorno dopo è diventato il tuo peggior nemico. Graduare e soppesare le scelte è compito della politica; tuttavia, è difficile credere che la Lega Araba con l’Egitto in testa possa dirimere una situazione così complessa. Senza menzionare gli Stati Uniti, pena l’accusa di antiamericanismo d’accatto.

L’Egitto – o lo Yemen, anch’esso intoccabile per equilibri politici, dove è in atto una feroce repressione sunnita contro numerosi manifestanti houthi della minoranza sciita - è un Paese che, dopo la Primavera del 2011 e lo svolgimento di regolari elezioni, ha subito un golpe militare. Il generale Al Sisi ha ucciso o condannato a morte i membri e i militanti dei Fratelli Musulmani, il partito politico che aveva vinto, espresso il Presidente Morsi (in galera) e che in Egitto è stato forzatamente suicidato, estinto, senza che nessun consesso internazionale (o bofonchio europeo) abbia pensato di bombardare o sanzionare. Eppure sull’Egitto non si osa dire una parola; nello Yemen sono sempre i sunniti, parenti dei sunniti dell’Isis, ad ammazzare e torturare ma né Nato né gli Usa né l’UE sembrano avere nulla in contrario, salvo accorgersi, dopo qualche tempo, che anch’essi saranno pericolosi alla destabilizzazione della penisola arabica. La logica nelle alte sfere della politica estera è impiantata sull’ipocrisia: oggi Assad è un alleato, domani diventa Hitler. Vale per lui, è valso per altri, varrà in futuro per nuovi figuri.

Un musulmano, dunque, non ha nulla a che vedere con le scelte di chi lo governa; non è responsabile dei patti scellerati, dei cinici accordi di convenienza (come un italiano non ha colpe delle castronerie che sostiene Renzi). Può esercitare su di sé il massimo sforzo – per coltivare la Fede – senza imbracciare il mitra, ma, fondamentalmente, fuggendo via dal consumismo o dall’imperialismo occidentale. Né più, né meno di quello che potrebbe fare (e fa) un frate trappista.

Non è improprio utilizzare i termini di imperialismo e consumismo, sebbene siano abusati. Come un occidentale inquadra l’Islam in una religione che può portare alla violenza, così un musulmano tende a credere che qualsiasi occidentale della vecchia Europa o del Nord America sia spinto alle forme consumistiche del capitalismo di beni e servizi, o sia assuefatto all’idea degli Stati Uniti come gendarme e Superman del globo.

Al Baghdadi, il califfo dell'Isis

Al Baghdadi, il califfo dell’Isis

Dire, come molti, e tra i molti la più famosa Oriana Fallaci, che la religione islamica custodisce in sé un seme violento, è come affermare che chi fa uso di droghe leggere passerà di sicuro alla cocaina. Il campo delle probabilità tende all’infinito.

Seguendo le radici semantiche e culturali del termine jihad, si comprende come il modo d’intendere il jihad come un’aggressione contro territori stranieri è molto lontano dall’essere vero. Nessun musulmano che abbia contezza della sua religione potrà mai utilizzare un’arma per invadere Roma – così come delirato dagli annunci di Al Baghdadi, il boss, impropriamente definito e definitosi califfo, dell’Isis.

Al Baghdadi non è un califfo ma è un boss mafioso di una banda criminale che ha saputo colpire l’immaginario ideologico di numerosi giovani. Non è un califfo perché Kemal Atatürk ha abolito il Califfato nel 1924, interrompendo la lunga successione di sultani ottomani inaugurata nel 1517. Da quella data nessuna realtà araba si è mai più proclamata califfato.

Non è un califfo perché l’Isis, al di là di notizie da sottobosco internettiano che lo riducono all’ennesimo complotto ordito dalla Cia, è una forma di comunità priva di ogni valenza religiosa. Molto simile alla camorra organizzata – fa business vendendo petrolio o attraverso estorsioni, vendita di corpi ecc. -, come la camorra rifiuta lo Stato per importare il proprio Sistema. Così viene protetto dai suoi affiliati a cui è stato donato un orizzonte ideologico (folle ma reale), alla stessa maniera dei molti giovani napoletani di Rione Traiano che difendono il Sistema che promette loro benessere e soldi scalando i gradi di una cosca. Due forze antistato, due criminalità organizzate che suppliscono alla miseria di Stati che non vogliono cambiare..

Non si sa se Al Baghdadi sia un feticcio, probabilmente lo è. Sicuramente, alcuni fenomeni culturali dell’Islam sanno orientare la vita dei giovani più di quanto possa fare il percorso occidentale offerto in grazia a milioni di abitanti dell’area Ocse.

Douglas McCain

Douglas McCain

Ieri si chiamava Al Qaeda, oggi Isis, domani muterà nel nome ma il sistema rimarrà in piedi. Chi va in Siria o in Iraq o in altre zone dell’islamismo radicale, viene da un’Europa o un Nord America ricchi di hi-tech, mass-media, disoccupazione, lauree, master, prestiti per accedere alla migliore preparazione, mutui, debiti, famiglie. Un elenco che forse ha terrorizzato il trentenne Douglas McCain quando ha deciso di lasciare la California per imbarcarsi nell’avventura della vita. Lottare per la causa islamica. Una causa errata perché a detrimento di molte vite umane, ma non estirpabile attraverso l’ennesima guerra sconcia, strisciante, inutile.

Il terrorismo va combattuto senza guerre. Così è stato sconfitto nei Paesi Baschi, in Irlanda, in Germania, in Italia ecc. I sintomi che portano ad esso vanno accettati e studiati, senza grossolane prese di posizione cieche e culturalmente inadeguate. Urlare all’inaccettabilità di una visione diversa da quella occidentale è il miglior modo per far funzionare un boia con un coltello, incastonato in un orizzonte desertico a favore di social network.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Convengo con te: i sintomi vanno accettati e studiati. In parallelo, lo stesso approccio valga per l’organizzazione napoletana che più di tutte sono stato costretto a conoscere, vivendo nel suo territorio d’origine.
    Ancora oggi, mi stupisco di fronte al comportamento diffuso di apparente complicità – ben spiegata da Roberto Saviano nel suo commento in seguito all’uccisione di un uomo, terminata sotto gli occhi dei passanti -, forse perché mi ostino a non voler ammettere che quella organizzazione governa le vite di tutti, pure di coloro che pensano di stare dalla parte del bene… condannate, invece, a stare anch’esse nella parte opposta da quel manicheismo occidentale di cui parli.

    Grazie, Jeremy, per lo scritto esaustivo e non solo.
    Antonio

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