Tutti contro l’occidente

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Geopolitica, guerra e diritti umani.

Appena tre anni fa la pozzanghera mediterranea che si distende tra golfi, insenature ed isole popolate da turisti color latte era un’oasi di speranza. La primavera araba era in pieno fiorire: Egitto, Libia, Tunisia e Siria vivevano il travaglio di una feroce battaglia popolare contro le oligarchie sanguinarie e corrotte che avevano dominato per decenni questi paesi, mentre l’Iraq stava lentamente stabilizzandosi in un fragile equilibrio.

In pochi mesi le illusioni sono evaporate, lasciando centinaia di migliaia di morti sul terreno. Altre migliaia di esseri umani sono tragicamente morti in mare. Chiunque abbia un minimo di cuore soffre per i morti di qualunque colore, caduti prima di tutto per la crudeltà dei tiranni e per l’egoismo impaurito degli occidentali.

L'Egitto tre anni dopo la rivolta contro Mubarak. Un altro uomo forte al potere.

L’Egitto tre anni dopo la rivolta contro Mubarak. Un altro uomo forte al potere.

Il caos libico si accompagna al massacro istituzionalizzato in Siria, che si lega, grazie ai figli del califfo dello Stato islamico, al quasi tracollo dell’Iraq. Il Libano è sempre sul punto di estinguersi in un festino di kalashnikov e mortai. Israele ha demolito a cannonate Gaza, e anche quella residua speranza di trovare un accordo per massacrarsi un po’ meno, perché alla pace definitiva non ci crede più nessuno.

La catastrofe mediorientale, prodotta anche (ma non solo) dall’irrealistica politica americana degli ultimi due presidenti, prima quella della forza bruta di George Bush, poi quella più sofisticata ma sempre militare dei droni di Obama, ha prodotto un varco nel Mediterraneo dentro il quale si riversano decine di migliaia di disperati (i cosiddetti “migranti” nel linguaggio dei media italiani, parola che distorce completamente il significato di quello che sta accadendo), che in gran parte preferirebbero restare nelle proprie terre, piuttosto che andare a mendicare una pietà sempre più arida in Europa.

Posto che ci arrivino in Europa.

Il Mediterraneo è diventato la fragile linea di confine con cui l’Occidente sempre più ansioso per il futuro delle sue pensioni si ritrova a difendere se stesso malgrado, appunto, se stesso. Sono almeno trent’anni che il nostro mondo è in guerra con l’estremismo religioso islamico. Se l’11 settembre rappresentò il più clamoroso atto terroristico della storia, l’emergere del califfato costituisce un salto di qualità di non poco significato. Il terrorismo che ha preso in ostaggio l’Islam si è fatto stato: domina un territorio considerevole, controlla popolazioni, risorse, ha fondi, mezzi e capacità politico-militari. Nella Siria e nell’Iraq lo Stato islamico sta creando una base da cui lanciare in futuro attacchi diretti all’Occidente. Non possiamo illuderci neanche per un momento che questa lotta non ci riguardi. O che si possa combattere con le armi del candido pacifismo.

Profughi dalla guerra in cerca di rifugio.

Profughi dalla guerra in cerca di rifugio.

Se il confine meridionale dell’Europa è in crisi, quello orientale è di nuovo in movimento, dopo qualche decennio di calma.

Chi si illudeva che la Russia di Putin si sarebbe accontentata di ritagliarsi dei pezzi di Moldova e di Georgia per ricostruire una parvenza di impero panrusso, comunque vada un’ombra di quello che fu, almeno per un periodo, un autentico rivale politico, economico e militare dell’impero americano, è ben servito.

Il Cremlino è paranoico per costituzione: chi non lo sarebbe se fosse a capo di uno sterminato paese senza confini naturali, con basi economiche storicamente instabili e il cui confine occidentale si è mosso avanti ed indietro nell’ultimo secolo in base alla semplice logica della potenza militare? La Russia è imperiale per natura, come lo è l’America. Gli imperi dominano i vicini con la diplomazia, se possibile, con la forza, se necessario. L’Ucraina è il paese con cui la Russia diventa impero. Ma non è solo questo.

Qualcuno si domanda: quali motivi di rivalità abbiamo con la Russia? Una consistente lobby europea ha contrabbandato l’idea che basti vendere scarpe italiane per rendere la Russia moderna. Bene, la Russia è moderna e divora con gusto mozzarelle e champagne, ma la realtà geopolitica non si è addormentata. Né sono morte le ideologie imperiali.

Chiunque sappia leggere una cartina geografica si rende conto che i paesi baltici, la Bielorussia e l’Ucraina costituiscono la fascia di sicurezza della Russia. Il fatto di avere truppe NATO a cento chilometri da San Pietroburgo è sufficiente a togliere il sonno a qualunque abitante del Cremlino. Pensare che Mosca possa cedere anche l’Ucraina è una pretesa che nessun governante russo potrebbe prendere in considerazione.

La Russia senza Ucraina non è un impero, ma un paese normale. E la Russia non può essere un paese normale. Se la Russia domina l’Ucraina, i confini orientali dell’Europa sono a rischio. La Russia non può scendere a compromessi.

libya

Libia oggi

Ma neppure l’Occidente può mollare la presa. Il controllo europeo dell’Ucraina mette al sicuro l’Europa e blocca Putin sulle rive del Don, evitando che il conflitto si svolga in futuro sulla Vistola. Anche per questo l’Occidente ha tentato di prendersi l’Ucraina con il miraggio dell’integrazione economica e della democrazia. Che l’Europa poi creda ancora ai suoi valori fondanti, questo è un altro discorso. Ci credono gli ucraini e questo è quanto basta.

La battaglia per l’Ucraina andrà quindi avanti, ripetendo, stavolta alle porte dell’Europa, quelle tragiche guerre a bassa intensità che hanno devastato, ai tempi della guerra fredda, Africa ed America Latina.

La tragedia del Medioriente e dell’Ucraina espongono l’Europa, per la prima volta, allo spettro di una contemporanea crisi politico-militare ai suoi confini, proprio nel momento in cui la crisi economica ha tolto i mezzi per affrontare le multiple emergenze e i cittadini, sempre più alienati dall’oligarchia burocratico-affaristica che domina l’Europa, hanno perso l’animo per altre avventure. E’ abbastanza tragico ma forse rivelatore che gli unici europei che abbiano voglia di guerra siano gli islamici radicali e i fascisti che amano Putin.

Il califfato e l’Ucraina non ci porteranno alla terza guerra mondiale, almeno per il momento, ma espongono drammaticamente la debolezza dell’Occidente e, se vogliamo, anche la drammatica crisi di fiducia nei suoi valori fondanti.

Il vero volto della guerra in Ucraina.

Il vero volto della guerra in Ucraina.

Il presidente Obama, con la sua abituale lentezza, ha capito che sono in gioco interessi vitali in zone che non sono periferiche. E’ in corso una battaglia ideologica. Per quanto gli USA e l’Europa abbiano dato ampie dimostrazioni di ipocrisia, la ragione d’essere dell’Occidente sono la difesa della democrazia e dei diritti umani. Ai popoli incerti, devastati da guerre, dittature, disoccupazione, si offre l’alternativa di un autoritarismo più o meno illuminato, sostanzialmente corrotto, impersonato da Russia e Cina, oppure lo scomodo rifugio di una visione caricaturale della religione islamica che offre il grande merito di rendere comprensibile il mondo: fedeli ed infedeli. Noi e loro.

La scelta di come proseguire questa battaglia è varia. Dipende da cosa vogliamo mettere in campo, oltre alle armi, di cui gli arsenali sono ampiamente provvisti. L’Occidente è in grado di offrire ai popoli oppressi una prospettiva diversa?

La risposta è molto difficile da dare, anche perché, a ben riflettere, ma per far questo ci vorrebbe un altro articolo, l’Occidente dovrebbe prima di tutto fare i conti con se stesso e chiedersi se democrazia e libertà non siano già oggi pericolosamente svuotati di senso all’interno di società impoverite, oligarchiche ed apatiche, e se le guerre che oggi vengono proclamate per la difesa dell’Occidente non siano in realtà guerra per salvaguardare gli interessi di pochi potentati economici e finanziari.

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Cosa ne è stato scritto

  1. francesca graziani

    Io pensavo la stessa cosa, e mi riferisco all’ultimo periodo, guardando un sevrizion di tre ore, pubblicato su radio radicale, relativo alle elezioni in Brasile. Si parlava di frammentazione politica, di riforma istituzionale, di classe media che rischia di fare passi indietro, di istruzione, corruzione. E la maggioranza di partecipanti italiani. Ho riflettuto, ho pensato a un paese emergente, con mille sfide davanti e la voglia di trovare il percorso giusto, e un paese che lungi dall’essere emergente, ormai vittima di se stesso, difensore di ideali e valori che di fatto si fa fatica a ritrovare. Un paese perduto, a causa forse di una contrapposizione tra la realtà teorica e quella dei fatti. Complimenti per l’articolo, interessante, esaustivo, dritto al punto, veritiero, reale, purtroppo reale.

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