“SUD SUD NUIE SIMM D’O SUD”

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Quando presi, per la prima volta, le mie cose per andare via dalla terra che mi aveva generato, lungo la strada tortuosa che, partendo dalla grande casa di infanzia, mi separava dalla stazione in un’aria afosa e carica di un’umidità densa, pronta a sciogliersi in un pianto universale, ripercorrevo a memoria, con l’aiuto di un fratello ingombrante, ma all’epoca vicino, le battute di un film che mi aveva segnato profondamente solo qualche anno prima.

In “Nuovo Cinema Paradiso”, diceva Alfredo, il burbero signore che, in una Sicilia senza tempo, regalava sogni e luce alla disperazione rassegnata di un meridione sempre uguale a se stesso, facendosi longa manus del cinema e delle sue illusioni, al suo erede: ”Vattinni, chista è terra maligna!
Fino a quando ci sei, ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti. Un anno, due, e quanno torni, è cambiato tutto: si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo, per moltissimi anni, per trovare, al ritorno, la tua gente, la terra unni si nato. Ma ora no, non è possibile”.

Quelle parole, pur sentendole vere, sono rimaste lì a tormentarmi negli anni e oggi, che di tempo ne è passato dal dì di quella umida partenza, incominciano a riaffiorare nel loro significato più intimo e denso.

Partii perché, da qualche parte, avevo deciso di non essere ciò che il contorno, familiare e sociale, per me aveva pacatamente, in una condizione di “barbiturica” tranquillità e falsa solidità, scritto prima ancora che io potessi dare un nome alle mie passioni e, con esse, alla mia identità.
Una dimensione mi stava stretta e dovevo cercare altrove una veste più comoda alla mia femminilità e ai miei bisogni di crescita.

Foto 2Partii per ragioni di studio, per un’esperienza drammatica con una vecchia amicizia liceale tradottasi in incomunicabilità e rancore in una reciproca disattenzione verso le spinte e le ricerche altrui, partii per fuggire da certe buie serate in cui, stanca di leggermi dentro solo una certa compiaciuta deprimente visione della vita, in angusti spazi di incomprensioni e fatica di sorridere, incominciai a credere di non potere essere solo vittima di oscurantismo e di potere essere altro, tante, mille altre donne ancora, rispetto all’acerbo fiore chiuso, per paure millenarie, in una veste dal taglio rigorosamente maschile e claustrale.

Partii per farvi ritorno periodicamente, in quei passaggi suggellati dalle feste cristiane e dalla malsana idea, che ancora prepotentemente mi appartiene, che l’estate sia solo al sud, agganciandomi agli affetti familiari, prima che questi andassero assumendo contorni rarefatti dopo una partenza verso altre terre, meno tangibili delle nostre, di una presenza importante, un capofamiglia autorevole e, talvolta, autoritario, un nobile professore di lettere che aveva fortemente creduto che il sud potesse e dovesse cambiare, prima e dopo avermi messo al mondo, unitamente a una donna rassegnata a un’idea di storia senza possibilità di riscatto alcuno per noi, “curti e niri” aborigeni del sud.

Alfredo raccomandava al suo figlioccio di non tornare se non dopo lunghi anni e, forse, aveva le sue ragioni.

Oggi, che di anni ne ho 36, quelle ragioni incomincio a vederle.

Al pianto soffocato e stentatamente dirompente con cui accompagnai le parole del film siciliano nel tortuoso percorso della prima partenza, oggi si sostituisce l’amara constatazione di un percorso di vita che non poteva e non può essere altrimenti.

Non può nei limiti in cui le scelte di vita, umane e professionali, divergono dallo standard e diventano, ancora oggi, eresia rispetto all’ortodossia di un antico e rassegnato seguire strade tracciate senza vie di fuga o, meglio, di sperimentazioni e di crescita.

E, nonostante così sia stato perché non poteva essere altrimenti, nonostante il tempo e il lavoro su di me mi abbiano aiutato a contenere pianti e forze emotive straripanti quasi quanto le calabresi fiumare, non c’è ancora compiuta serena accettazione.

Foto 1In psicoanalisi, seppero dirmi che, quando qualcosa o qualcuno ci distanzia, è anche perché un pezzo di noi, da qualche parte, deve averlo voluto in un reciproco conflitto che stenta a definirsi nel suo significato ultimo e finale.

Allora, quel sud devo averlo condannato e distanziato, in qualche angolo neanche troppo recondito, io per prima, ma non con inappellabile sentenza, se il mio ultimo viaggio in terra bagnata dal sole ha portato con sé, insieme alla constatazione del decadimento, una flebile speranza. Effettivamente, quando, in un insolito agosto, quale quello di questa strana estate, grigia e piovosa e nostalgica, fedele alla malsana idea dell’unicità della dimensione estiva al sud, ho scelto di tornarvi, ho fatto i conti con le ostilità.

Ma non solo.

Con la pioggia battente, lungo le strade colme di disperazione di una costiera amalfitana lasciata a se stessa in un traffico bloccato, senza organizzazione e senza interventi pubblici pure necessari per dare a tutti l’opportunità di rientrare nelle proprie dimore dopo una giornata al mare, con la coscienza di non potere più raggiungere preziose calette, rimaste isolate dopo la furia di un tempo implacabile e l’incuria degli uomini e oramai appannaggio di yacht e di panfili in una democrazia che anche la natura ci nega, se l’essere umano non fa la sua parte.

Ma anche con la gente dai sorrisi amari, la gente che prova a sollevarsi dalla miseria degli inverni con il fluire umano di turisti, la gente del sud che, dopo anni di lavoro al nord, nella propria terra è rientrata, aprendo ristoranti, piccole pizzerie, valorizzando le proprie produzioni, di cui, spesso, poco si sa perché intorno si pubblicizzano i colossi del turismo, quelli che i soldi portano da un estero attento alla magnificenza.

Allora, può capitare di imbattersi in un’altra dimensione del sud, a te più consona e vicina, più intima e autentica, che, in un’estate di transizione verso nuove esperienze di vita, può aiutarti a ritrovarti e a stare bene.

Può capitare di scoprire un piccolo borgo alle spalle della nota costiera amalfitana. Si chiama Tramonti: non si apre agli assordanti rumori delle trafficate vie che da Maiori conducono fino a Positano e non concede sfarzi. Il piccolo borgo si compone non di un unico centro abitato, ma di una frastagliata miriade di frazioni che salgono fino al valico di Chiunzi in una disposizione che, al rientro al calar del sole, pare rammentare ai viandanti la nascita del Cristo, in un presepe naturale e immerso nei silenzi di terre antiche, e volere rivoluzionare il pensiero di chi non crede possibile altra dimensione di vita al di fuori degli ingorghi, automobilistici e umani, delle metropoli.

Il borgo campano e i suoi gentili abitanti offrono un’antica e greca ospitalità: lungo la piccola piazza di una delle frazioni, le “dotte” signore del luogo disposte in ordinati filari a commentare i piccoli eventi del quotidiano e disponibili a concederti un sorriso di benvenuto all’arrivo, senza nulla in cambio.
La cena diventa un ristoro del corpo e dell’anima: un vino denso e carico di vita ti porta giù a sentirti e i piatti genuini, fatti di pizze recuperate da antiche tradizioni, di sapori immediati, in primis un autoctono signor fiordilatte, tutti egualmente carichi del sole di queste terre, infondono pulita energia in corpi piacevolmente segnati dalle fatiche del mare.

tramontiPoi, le fresche serate d’estate, le tradizioni popolari, il passaggio di una Madonna sotto la cui veste ritrova unità e identità la gente del luogo, le bancarelle e i dolciumi e la musica e le batterie delle luci e dietro il silenzio, quello che ti conduce verso le origini e l’infanzia, quando tutto poteva essere e ancora niente si era rotto.

Infine, un ristoro confortevole in un B&B al termine di una scalinata in stanze, in cui il caso, dominatore di queste terre, non ha minimo accesso, e un gestore attento e dai modi gentili, al cui risveglio, nelle colazioni su una terrazza sulle colline rinate da una lunga notte di ricordi e tasselli ritrovati, ti rammenta la corporeità del tuo esistere a suon di dolci appena sfornati da una preziosa zia. Infine, passeggiare e farlo lungo i vigneti del posto.
E lì incontrare un anziano signore nativo del borgo che, pur non avendoti mai visto, è disposto, in un dialetto ritrovato e universale, ad aprire le porte di casa sua, e non solo, per condividere anche solo il tempo di un buon bicchiere di vino di artigianale produzione, senza chiederti chi tu sia, ma provando a scoprirlo al di fuori delle più banali convenzioni.

Cosa questa che, se anche non ti aiuterà a riprenderti il sud che ancora ti manca, certamente ti sosterrà nell’idea che, nel mondo, qualcosa di simile al tuo ideale esiste.

Basta cercare.

E, più tardi, molto più tardi, forse, tornare.

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Per dormire:
Bed & Breakfast “Farfalle e Gabbiani”,
Via Pepe, Tramonti.

Per aperitivi e spuntini, a due passi dal valico di Chiunzi:
Bar – paninoteca “Il tagliere”, di Pietro Giordano,
Via Chiunzi, Tramonti.

Per pizze ai gusti dell’orto:
Pizzeria “Vaccaro”,
Via Vaccaro, Tramonti.

Per il pane:
Panificio “Antonio Imperato”,
Piazza Cesarano, Tramonti.

Per il fiordilatte:
“Antica Latteria di Tramonti”,
Località Fornovecchio, frazione di Gete, Tramonti

 

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

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