Si comincia dalla sculacciate, e poi?

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IL PASSATOR CORTESE. Da mezzo secolo, abito l’estate a Lido Adriano: la spiaggia a due pedalate da Ravenna. Adoro il suo angolo di mare (babele di idiomi boreali e australi) così come mi affascina la mente e il cuore del mondo romagnolo: guascone e cordiale, progressista e solidale, gioioso e tollerante.
Nella terra del Passator cortese timbro, sotto l’ombrellone, un tagliando alla mia Pedagogia. Comodamente sdraiato, mi gusto la recita quotidiana di mamme e di babbi avvinghiati ai loro figli. E’ un rituale copione biblico dove i gesti degli attori si allungano – maestosi – confondendosi con le sagome degli ombrelloni. Tant’é che le voci raddoppiano come per legittimare la sacralità delle sentenze pedagogiche che rimbalzano nell’universo sonoro della spiaggia.sotto-l-ombrellone
Il vociare gridato si fa grottesco dando concerto all’antipedagogia da ombrellone. Diventa la voce narrante di un romanzi/noir di genitori “sbagliati”: insicuri, petulanti, invasivi e repressivi. Gridano al cielo i loro diktat diseducativi: il controllo esasperato dei tempi della tintarella, il minutaggio dell’immersione in acqua, i tempi della brioche e del gelato nonché l’invadenza poliziesca sull’identità dei compagni di gioco.

IL TESTA/CODA DEI GENITORI AL MARE. I tempi intitolati alle vacanze estive generano tendenzialmente padri e madri insoddisfatti e autoritari che scaricano sui figli molti sensi-di-colpa. Di più. L’estate provoca anche dei testa/coda: ovvero, la villeggiatura partorisce dinamiche famigliari rovesciate rispetto a quelle collaudate nei mesi invernali. Lo shock é provocato dal contatto gomito a gomito con i figli che getta mamme e babbi sull’orlo di una crisi di nervi, frutto di comportamenti autoritari e dispotici: a volte, repressivi.

Attenzione, però. Il teatro goldoniano da spiaggia – stracolmo di chiacchiere pungenti, ma privo di toni aggressivi – non porta mai l’attore/genitore ad eccedere nei confronti della sua prole. La violenza non è di casa al mare: né tramite schiaffoni, né tramite percosse.
Al contrario, il copione balneare dà palcoscenico alla recita di Amori/grandi tra genitori e figli. Di più. Le madri e i padri sono sempre reattivi e pronti a difendere i loro diritti, la loro dignità (se colpiti da “parolacce” dei compagni), la loro incolumità fisica, la loro identità di genere.

Morale. La stagione d’inizio millennio consegna una famiglia che investe consapevolmente sui propri pargoli. Al punto da tramutarli in totem di culto quotidiano, in divinità domestiche: da amare e basta. Senza logiche di investimento, senza contropartite seminascoste.

sculacciataMI GIUNGE UNA BESTEMMIA PEDAGOGICA: SOBBALZO! Oggi è un giorno qualunque di fine estate. Sulla sdraia, mi godo ancora un bagno di sole. Sfoglio alcuni quotidiani.
Sobbalzo. La settima pagina di uno di questi documenta una bestemmia pedagogica.
Il titolo: Il procuratore: i figli, sculacciarli serve”. Interpellato sul presunto permissivismo dei genitori, il Giudice dei minori di una città del belpaese consegna un medievale suggerimento alle mamme e ai babbi. Del tutto lesivo – a nostro parere – del sacrosanto diritto di ogni persona umana (anche i figli!) a non subire violenze: soprattutto percosse. “La famiglia deve riappropriarsi di un dovere etico e morale, quello dell’educazione dei figli. E questa, nel rispetto della legge, deve avvenire anche attraverso punizioni corporali”.

Siamo sgomenti. Dall’alto del suo autorevole pulpito, un Magistrato della Repubblica non può autorizzare papà e mamme a “percuotere” senza ripensamenti figli disobbedienti e refrattari ad osservare i diktat casalinghi. Di più. Un alto funzionario dello Stato sentenzia un proclama all’opinione pubblica del Paese del tutto disinformato che il Ventunesimo secolo si è solennemente impegnato – tramite i suoi megafoni internazionali (Onu, Unicef, Ocse et al.) – a salvaguardare l’infanzia e l’adolescenza da violenze lesive della loro incolumità fisica, anche se subite tra le mura domestiche.

In famiglia i figli, fin da piccoli, vanno educati al dialogo, all’ascolto e alla comprensione dell’altro: fino alla reciproca negoziazione delle idee. Se privato di questo lessico educativo, il mestiere di genitore diventa privo di senso e di significato. A meno che il ruolo parentale non sia utilizzato come antenna di scarico per “rimuovere” frustrazioni e umiliazioni patite in contesti lavorativi stressanti e alienanti. Fino a provocare, tra le pareti di casa, micro/violenze verbali e fisiche. Il tutto per combattere l’odierno ribellismo infantile e giovanile, riconsegnando nelle mani dei genitori la licenza di premere il “grilletto” delle punizioni repressive: a partire dalle corporali.

Siamo alla scrittura del manuale della repressione delle disobbedienze dei figli nei confronti dei genitori. Secondo il Magistrato di cui sopra sono linguaggi/contro che vanno energicamente contrastati, anche con manrovesci e scapaccioni. Lo scopo? Ripristinare, tra le pareti domestiche, un perentorio ordine delle gerarchie e dei poteri intergenerazionali.Bambini-e-guerra

L’INNO ALLA NON VIOLENZA. Siamo consapevoli. Il no/radicale alla violenza può anche sembrare un velleitario e illusorio proclama moralistico. Fino a far sorridere.
Infatti, come si può auspicare un’educazione alla non/violenza in un mondo che pro-duce senza sosta guerre tribali, religiose ed etniche con l’obiettivo di mantenere inalterata la forbice tra umanità ricca e umanità povera? Intendiamo dire che la violenza galleggia nell’aria del Pianeta come un gas tossico con il quale sembra dover ineluttabilmente convivere. Gli ultimi tragici conflitti bellici (la guerra afghana, irachena, ucraina, israeliano-palestinese) hanno raggiunto i bambini e gli adolescenti attraverso schermi mediatici intrisi di slogan e di tesi tendenziose: mai accompagnati da un’informazione scrupolosa e plurale.

Accendere ai genitori il disco/verde delle punizioni fisiche ai figli può contribuire ad alimentare un contagioso rambismo – l’animus dello spirito bellico – iniettato con un’intenzionalità ideologica e commerciale (fa share) nei canali televisivi. A partire dagli schermi italiani che rintoccano nei loro palinsesti di bollettini di guerra che sembrano avere occhi soltanto per la violenza e l’orrore.

LTC (color) LogoPensierino della sera. Le guerre, se documentate soltanto dai media, assumono connotazioni fantasmatiche e ipnotiche. Di più. I conflitti bellici narrati dalla lampada magica rinchiudono le giovani generazioni in mondi estranei alla realtà quotidiana.

Parliamo dei farisaici videogames che nascondono le stragi degli innocenti con bagliori accecanti, scoppi assordanti e luci pirotecniche. Per questo, vorremmo che i babbi e le mamme scendessero in piazza esplodendo una fragorosa ribellione sotto il segno di una radicale opzione pedagogica: la non/violenza! Urlando un irremovibile “no” a chi controlla il potere televisivo e un chiassoso “sì” a chi accende il potere del dialogo. Al non ci/stiamo al virus delle derive belliche e al ci/stiamo alla cultura della pace.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Adamo A.

    Mi piacerebbe sapere da quale filosofia idealista proviene un pensiero così bislacco come quello sostenuto dalla signora qui sotto. Ad osservare attentamente lo spirito con il quale si esprime, si direbbe una di quelle madri o educatrici complessate che escono sovente dalla gabbia di N.T.I.S. a sparpagliare il germe delle famigerate dottrine milleriane su cui si fonda la cosiddetta psicopedagogia bianca.
    Quoto i due Marco, complimentandomi per la perfetta analisi della questione, e porgo distinti saluti a tutti.

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  2. Marco M.

    Personalmente ritengo che sculacciare i figli sia giusto in quanto si tratta di un naturale e doveroso compito educativo di ogni genitore capace di usare il cervello oltre che il cuore.
    La “bestemmia pedagogica” e il “medievale suggerimento” sono espressioni che politicizzano la psicopedagogia.
    La realtà è molto semplice: il permissivismo dei genitori indottrinati dal sistema “bambinista” e tutt’altro che presunto. Ed è concettualmente un errore sotto tutti i punti di vista sostenere che sculacciare un bambino sia una violazione del “sacrosanto diritto di ogni persona umana a non subire violenze” dal momento che una SANA sculacciata è sempre SEMPLICEMENTE una NATURALE punizione. Negare questa ovvia verità, significa non avere alcuna esperienza personale e tanto meno cultura scientifica in merito alla sculacciata genitoriale. E infatti a sostenere e divulgare informazioni terroristiche sulla sculacciata è sempre e soltanto chi parla di tutt’altro genere di azioni, ovvero di violenze lesive dell’incolumità fisica dei figli, dai più diparati maltrattamenti agli abusi sessuali. E si tratta solitamente di chi considera l’educazione e le regole una sorta di “diktat casalingo” che in una società moderna e libera da retaggi “patriarcali” non dovrebbe esiste in quanto i bambini sono “piccoli adulti” con i quali si negoziano le condizioni di convivenza. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma questo è purtroppo il risultato di quella dottrina psicopedagogica di origine scandinava in voga in Europa da più un trentennio che va sotto il nome di educazione “nonviolenta” (tutto attaccato) che, ai fatti, è quanto di più devastante potesse essere ideato per stravolgere la famiglia, distruggendo il benessere dei bambini e vanificando il mestiere di genitore, nell’ambito di un progetto che è stato ed è talmente sottile al punto che oggi non soltanto molti genitori ne sono convinti, ma anche molti dei cosiddetti “esperti” delle scienze pedagogiche che “sragionano” in buona fede. La maggior parte, tuttavia, “ragiona” in malafede ben consapevole che vendere consulenze e testi ben riempie le loro tasche; rectius: più sono i figli problematici e meglio noi addetti campiamo, quindi vendiamo soluzioni “moderne” che li portino a noi. Compreso?
    E non è tutto. E’ ancora più inquietante il fatto che il bando delle sculacciate, sostenuto nell’interesse dei diritti del fanciullo, sia in realtà uno degli scopi raggiunti dal piano europeo per la legalizzazione della pedofilia. Da 30 anni l’Europa limita l’autorità genitoriale affinché lo Stato possa indirizzare la formazione mentale dei bambini nella direzione della sessualizzazione dell’infanzia. Si vuole che i bambini siano “piccoli adulti” e pertanto “persone sessuali”, per cui occorre liberarli dall’autorità genitoriale. E dunque, assodato che i bambini non osservano le regole tramite le strategie educative moderne, basta far credere il contrario divulgando informazioni terroristiche sui maltrattamenti in famiglia ed eliminare dalla stessa e dalla società la sola forma di punizione sana e funzionante: la sculacciata.
    So che, purtroppo, 90 lettori su 100 non avranno capito nulla. Men che meno alcuni “esperti”.

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  3. Chiara G.

    Già, peccato che un’aggressione ragionata “per il tuo bene” è pur sempre un’aggressione (in questo senso anche quelle verbali possono essere altrettanto lesive). Feriscono e zittiscono sempre, al di là delle intenzioni che le muovono. Se non si riesce a far funzionare una parola e un contenimento non violenti e a trovare qualcosa di meglio della legge del taglione per far arrivare regole morali, le responsabilità -e i limiti, in questo caso- sono sempre dell’ adulto, mai del bambino

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  4. Marco Fongaro

    Mi schiero con “sculacciarli serve”. Il problema è far passare correttamente questo messaggio, di modo che non diventi uno sfogo irrazionale e un inno alla violenza.

    La sculacciata non deve essere la prima soluzione in caso di controversie con i figli, e su questo sottoscrivo pienamente il discorso incentrato sul dialogo presentato nell’articolo. Tuttavia, vi sono momenti in cui il dialogo non serve, poiché il bambino non può o non vuole capire la gravità del suo comportamento.

    Intravedo nell’atto di sculacciare un valore che va ben oltre il dolore fisico. Non può essere improvvisato, irrazionale, violento, come potrebbero un ceffone o una bacchettata: va preparato. Non può essere applicato per offendere efficacemente in contesti extra-educativi. Non mira a ferire o a zittire, ma ad arrivare dove le parole hanno fallito.

    Trovo altresì educativo far capire materialmente al bimbo cosa sia effettivamente un “male fisico”, come è quello che può aver causato lui spingendo un amico, tormentando un animale o rompendo qualcosa.
    Infine, trovo che la gerarchia familiare vada rispettata, non temuta: è la differenza tra autorità e autorevolezza.

    Mi rendo conto che il rischio di esagerare sia dietro l’angolo, ma trovo che l’articolo trasmetta un messaggio che eccede sul fronte opposto.

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