Lente d’ingrandimento sulla 71° Mostra del Cinema di Venezia

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
BIRDMAN

BIRDMAN

La Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è la cupola in cui rifugiarsi per dieci giorni e fare tutto ciò che desideri, tutto ciò che vorresti fare per i restanti giorni dell’anno. È come un parco divertimenti in cui balzi da un gioco all’altro dalla mattina fino a sera, con la differenza che qui le piattaforme di gioco sono le sale cinematografiche. La Sala Grande, con i suoi sedili rivestiti in tessuto, la Sala Darsena da poco restaurata, il Pala Biennale dove correre se si è persi una proiezione, o la piccola Sala Volpi dove poter andare a guardare in tranquillità ore ed ore di cortometraggi.

La giornata comincia alle 9, le strade pullulano di persone che prendono il caffè, chi seduto nel baretto punto d’incontro tra comuni mortali e sceneggiatori (com’è accaduto con Amir Naderi), chi invece porta la sua colazione sul muretto del red carpet e aspetta l’inizio delle proiezioni.

Lunghe file d’attesa per ogni film che ti permettono di conoscere persone provenienti da tutto il mondo e per i motivi più disparati.

SAVERIO COSTANZO, ADAM DRIVER, ALBA ROHRWACHER

SAVERIO COSTANZO, ADAM DRIVER, ALBA ROHRWACHER

Ricordo che il primo giorno andai a vedere The look of silence di Joshua Oppenheimer. La mia mostra del cinema non poteva cominciare meglio! Dopo The Act of Killing, Oppenheimer porta un altro documentario sul genocidio indonesiano svoltosi nel biennio 1965-1966, questa volta visto attraverso gli occhi delle vittime. Applausi su applausi con un happy end segnato dalla vittoria del Gran premio della Giuria. A seguire Birdman di Iñarritu, il grande film accompagnato forse da uno dei più grandi errori della giuria per non aver dato a questo film, tecnicamente perfetto, che unisce pillole filosofiche d’autorialità alle sfumature più accessibili alle masse, neanche un premio. Neanche quello per il miglior attore a Michael Keaton, vinto invece dalla rivelazione Adam Driver per Hungry Hearts di Saverio Costanzo. In ogni caso, visti i tempi segnati dalla morte di attori come Robin Williams e Philip Seymour Hoffman, non poteva esserci film più azzeccato per aprire la 71° edizione, un omaggio alla figura dell’artista dilaniato dal successo.

AL PACINO

AL PACINO

Rimanendo in tema di grandi attori non si può fare a meno di citare il caos per l’arrivo di Al Pacino, presente in ben due film: The humbling di Barry Levinson, in cui due generazioni vengono messe a confronto, da una parte mister Pacino e dall’altra Greta Gerwig, regina del mumblecore vista in Frances Ha. Il secondo film è Manglehorn di David Gordon Green. Delirio in sala conferenze, delirio sul red carpet, delirio durante la proiezione del film con lui presente.

Se di star vogliam parlare l’America dobbiam citare. Dagli Stati Uniti sono sbarcati a Venezia 99 homes di Ramin Bahrani con Andrew Garfield e Michael Shannon, su una storia di moralismi tipicamente americani di falsa libertà; Good kill di Andrew Niccol, anche qui cadiamo nel film di guerra contro i talebani e cadiamo sulle banalità. Meno male c’è Peter Bogdanovich con She’s funny that way, gli interpreti Owen Wilson, Jennifer Aniston e Imogen Poots e tra i produttori Wes

SHE'S FUNNY THAT WAY

SHE’S FUNNY THAT WAY

Anderson e Noah Baumbach. Ecco, qui, fuori concorso, abbiamo riso, tanto e di gusto per questa commedia che sorprende e fa sorridere.

Dall’Italia grandi produzioni tranne qualche caso, come Renato de Maria e La vita oscena presentato all’interno della sezione Orizzonti. Gli altri sono Francesco Munzi e Anime nere, il già citato Saverio Costanzo con Hungry hearts che stilisticamente sfiora la perfezione e regala un buon film che fa onore alla produzione italiana, seppur visibilmente d’influenza straniera. Abbiamo la poesia con Martone e il suo Il giovane favoloso sulla figura emblematica e profonda di Giacomo Leopardi interpretato da un grande Elio Germano e I nostri ragazzi di Ivano de Matteo con Luigi Lo Cascio e Alessandro Gassman, quest’ultimo si rivela una bella delusione. Infine Sabina Guzzanti e La trattativa, una bastonata per chi preferisce voltare la testa e un grande lavoro di presa di coscienza italiana.

3 COEURS

3 COEURS

Dalla Francia Benoit Jacquot e 3 coeurs con Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni e Catherine Deneuve. Si respira lo spirito filmico francese alla Truffaut anche se la maggioranza ha storto il naso al termine della proiezione, per non parlare della conferenza stampa che si è trasformata in una “faida” sul tema sessuale tra Italia e Francia dato che la storia tratta di un uomo che si innamora di due sorelle, per l’appunto la Gainsbourg e la Mastroianni. Mentre dal racconto di Albert Camus “L’ospite”, David Oelhoffen dirige Viggo Mortensen in Loin des hommes e per rimanere in tema di trasposizioni Christophe Honoré dirige Le metamorfosi di Ovidio. Non manca l’ironia alla francese in pieno stile Tutto mia madre con Les nuits d’été di Mario Fanfani con protagonisti dei travestiti negli anni ’50. Un premio vinto, ossia il Marcello Mastroianni al giovane attore di Le dernier coup de marteau di Alix Delaporte a Romain Paul.

Sul versante orientale Tsukamoto con Nobi (Fires on the plain), che o lo odi o lo ami, e il delizioso coreano Hill of freedom nella sezione orizzonti che ha fatto scendere una lacrimuccia anche all’omone seduto al mio fianco in sala. Speravo per quest’ultimo la vittoria che invece è stata assegnata a Court di Chaitanya Tamhane (India).

Alla 71° edizione sbarca anche una serie tv firmata HBO “Olive Kitteridge” con Frances McDormand al quale è stato assegnato anche ilpremio Persol Tribute to Visionary Talent Award e la versione estesa del già fortemente discusso Nymphomaniac di Lars Von

JAMES FRANCO

JAMES FRANCO

Trier.

Delusione della mostra? Pasolini di Abel Ferrara. Atteso e veramente sconcertante. E quanto di più sconcertante fu la conferenza stampa dove poche risposte sono state date alle sottil critiche mostrate davanti ad una pellicola che non avrebbe mai dovuto vedere la luce di una sala.

I titoli sono tanti, non basterebbero 24 ore durante la mostra per poterli vedere tutti, o per poter dedicare lo spazio che meritano all’interno di un articolo ma vorrei terminare con il nominare James Franco, premiato con il Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award che si è presentato con il suo ultimo lavoro The sound and the fury dal romanzo di William Faulkner e ovviamente i vincitori indiscussi: Roy Andersson e il suo poetico A pigeon sat on a brach reflecting on existence e Konchalovskij con The postman’s white nights.

 

 

 

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Cosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?