L’anno prima della guerra. Settembre 1914

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia?

Per capire un anno decisivo della storia italiana, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’ultimo anno di pace prima della guerra. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura, sport, persone. In aprile Salandra sostituisce Giolitti, i socialisti sono l’unica opposizione, intransigente e rivoluzionaria. In maggio il Casale vince lo scudetto. In giugno Calzolari vince il Giro d’Italia più duro della storia. Subito dopo la “Settimana rossa”, ma la furia anarchica e rivoluzionaria si esaurisce nel nulla. Il 28 giugno a Sarajevo l’assassinio degli arciduchi austriaci scatena la prima guerra mondiale. L’Italia tradita dai suoi alleati si dichiara neutrale, non siamo pronti, l’esercito è a pezzi, gli italiani non ne vogliono sapere di guerra, ma la guerra colpisce ugualmente.

Quanto durerà la guerra?

Forse finirà prima dell’inverno. I tedeschi sono stati fermati sulla Marna e si sono ritirati. Gli austriaci le stanno prendendo sonoramente dai russi in Galizia e dai serbo-montenegrini in Bosnia. Per gli imperi centrali l’unica nota positiva è la vittoria contro i russi in Prussia orientale. Nel frattempo gli inglesi stanno spazzando via le colonie tedesche in Africa e Oceania, con un piccolo aiuto dei giapponesi. Francia, Gran Bretagna e Russia si impegnano a non firmare una pace separata. Nel corso della battaglia di settembre, i tedeschi distruggono la cattedrale gotica di Reims, dando così una grande arma propagandistica per l’Intesa. Un gruppo di intellettuali europei, tra cui il nostro Leoncavallo e l’immancabile D’Annunzio, firmano un manifesto antitedesco. La guerra è feroce e nutrita da ideologie contrapposte. A zero le speranze di pace.

Dopo la morte di Pio X, il nuovo papa è Giacomo Della Chiesa, arcivescovo di Bologna, divenuto cardinale solo in maggio. Non è mai avvenuto che un cardinale di fresca nomina fosse eletto al soglio di Pietro. A giocare per la sua elezione contribuisce sicuramente la situazione internazionale. Benedetto XV si pone come primo ed unico obiettivo quello di riportare la pace in Europa. La sua prima enciclica contro la guerra viene pubblicata pochissimi giorni dopo la sua elezione. Resterà inascoltata.

Per difendere la Francia! Nessuno avrebbe scommesso una cicca sui soldati francesi nel settembre 1914.

Per difendere la Francia! Nessuno avrebbe scommesso una cicca sui soldati francesi nel settembre 1914.

La neutralità non fa bene all’Italia. 

I serbi avanzano contro gli austriaci in Bosnia e ciò ci rende inquieti. Non rischiamo di lasciare agli slavi Trieste e la Dalmazia? Nel frattempo lo stato albanese si disintegra. Il 3 settembre il principe di Albania, Guglielmo di Wied, abbandona il trono su una nave italiana. Il suo regno è durato pochissimi mesi: ritorna nell’anonimato da dove era venuto. A Roma Salandra si preoccupa che la Turchia, sempre più vicina alla Triplice, si riprenda il Paese delle aquile. Siamo pronti ad occupare Valona, dove abbiamo grossi interessi. Gli inglesi ci incoraggiano.

L’Adriatico sta diventando un mare pericoloso. Le squadre anglofrancesi hanno rinchiuso la marina austriaca nelle sue basi. Gli austriaci, dal canto loro, seminano le coste di mine e, qualcuna arriva fino in Italia, facendo stragi. A fine settembre il peschereccio Alfredo P. di Fano, mentre si trova in prossimità della costa, viene distrutto da una mina. Muoiono diversi pescatori. Il governo ferma la navigazione civile e manda una protesta a Vienna. La marina va a ripulire l’Adriatico. Il giorno dopo un trabaccolo di Cattolica salta su una mina. Muoiono in nove, nessun superstite. Nel frattempo, come se non bastasse, si notano febbrili movimenti al confine austriaco. Ufficialmente siamo ancora alleati con Berlino e Vienna ma, tanto per evitare sorprese, gli austriaci si fortificano e scavano trincee in montagna. Preveggenza.

Il nuovo papa Benedetto XV

Il nuovo papa Benedetto XV

La crisi morde. Con i mercati stranieri chiusi o quasi, le esportazioni autorizzate dal governo sono troppo limitate per sostenere la produzione industriale. Si cercano nuovi mercati di sbocco ma, in un mondo dove tre quarti delle terre sono colonie europee, a chi ci si può rivolgere? A settembre è tempo di vendemmia. Il vino costituisce una componente essenziale dell’agricoltura e quindi dell’economia nazionale. Si promette un’annata generosa in quantità e qualità; manca però il credito e contadini e produttori rischiano il fallimento. Tra le lamentele, appaiono anche i produttori cinematografici che chiedono l’autorizzazione a produrre film riguardanti la guerra, molto richiesti dal pubblico. Il governo si oppone, temendo che questo possa generare manifestazioni nazionalistiche contro l’Austria. I produttori propongono di proiettare questi film solo nelle sale più care, dove la clientela è selezionata.

La guerra continua anche in Libia. Le azioni militari proseguono per tenere sotto controllo le tribù arabe finanziate dalla Turchia. Il 9-10 settembre l’esercito infligge una dura sconfitta agli insorti trincerati nel campo di Kaulan. Nonostante le perdite, gli arabi continuano a colpire carovane civili e militari ovunque se ne presenti l’occasione.

Insomma, chi decide la guerra o la pace?

Tre persone: il re, il presidente del consiglio Salandra e il Ministro degli esteri Di San Giuliano. Il parlamento è chiuso. Giolitti, che guida la delegazione liberale che sostiene il governo, è in ritiro in Piemonte e si fa sentire poco. Di San Giuliano sta sempre peggio: gli attacchi di gotta si ripetono con frequenza preoccupante, costringendo il ministro a restare chiuso nel suo appartamento alla Consulta, l’allora sede del Ministero degli esteri. Filtrano finte notizie tranquillizzanti: il ministro continua a lavorare febbrilmente e a vedere gli ambasciatori stranieri ma non partecipa ai Consigli dei ministri e non può vedere Vittorio Emanuele III quando i ministri vanno al Quirinale a portargli alla firma i decreti. Anche allora, attaccati alla poltrona fino all’ultimo. La malattia del ministro scatena le consuete chiacchiere romane su possibili cambiamenti della squadra governativa. Si sussurra di una possibile sostituzione di Salandra.

Il soldato italiano in attesa degli eventi.

Il soldato italiano in attesa degli eventi.

Il 19 settembre si tiene il primo Consiglio dei ministri dopo le vacanze. Dura ben tre ore e lo scarno comunicato finale afferma che si è parlato della situazione internazionale, confermando la neutralità dell’Italia e la necessità di continuare la preparazione militare. In più il governo emana qualche provvedimento per favorire l’imminente vendemmia e per finanziare opere pubbliche per combattere la disoccupazione. Poca cosa rispetto alla gravità della crisi.

E, tanto per fugare ogni dubbio che Salandra mollerà la poltrona, il 30 settembre, un gruppo di deputati liberali conservatori vota all’unanimità una dichiarazione di fiducia nel governo. Salandra, dal canto suo, si commuove e chiede libertà di azione perché il governo non può dire tutto e quindi chi è fuori del governo non può avere tutte le informazioni per una scelta consapevole. Il governo farà parlare i fatti, evitando dichiarazioni inutili. “Parlare poco insomma ed agire, se necessario. L’esercito è pronto.” Parlamento, stampa ed opinione pubblica discutano se vogliono ma siccome non sanno nulla, è meglio che non si impiccino. Così si ragionava all’epoca e per tutti era la normalità.

L’esercito non è affatto pronto. Il generale Cadorna comunica Salandra l’impreparazione delle forze armate ad affrontare un conflitto. Il re è sovraffaticato e soffre di una grave forma di depressione nervosa dovuta alla crisi e, soprattutto, alla preoccupazione per le sorti della dinastia. Sa che l’esercito è in pessimo stato e ha timore di essere considerato un Savoia che manca alla parola data. Di San Giuliano suggerisce a Salandra, in una lettera del 24 settembre, di rinviare la decisione sull’entrata in guerra alla primavera. Le decisioni irrevocabili sono rinviate. Del resto, ancora nessuno ci ha offerto qualcosa di tangibile.

Repubblicani, nazionalisti, futuristi alla guerra.

Filippo Corridoni. Nato nel 1887, morirà in guerra nell'ottobre 1915.

Filippo Corridoni. Nato nel 1887, morirà in guerra nell’ottobre 1915.

Mentre gli Amleti d’Italia esitano, aspettano e tramano, le piazze cominciano ad agitarsi per l’intervento. Comincia D’Annunzio dalla Francia. Storico capobanda dei tromboni nazionalisti, lancia a fine settembre un appello agli italiani a scendere in guerra contro l’Austria, il nemico senz’anima, per la rinascita delle “razze latine”, una sua fissazione. “Siamo in piena invasione dei Barbari”. Fuori della grecità e della romanità “non c’è che barbarie.” Il poeta insulta un impero in cui lavorano Freud, Kafka, Klimt, Schnitzler, Musil, tanto per fare qualche nome. Da Parigi D’Annunzio manda esaltate corrispondenze di guerra. A metà settembre, dopo molte insistenze, i comandi francesi si rassegnano a fargli visitare il fronte della Marna. Racconta il bombardamento della cattedrale di Reims come se ci fosse stato. Non vede sofferenze, distruzioni, orrori. Vede solo Idee con la lettera maiuscola, eroi mitologici, i buoni soldati francesi che combattono nel cuore profondo della Francia. Vede razze, non persone. I suoi articoli rimbombano di descrizioni liriche e sonanti, descrive una messa solenne in una chiesa di campagna con i militari che cantano in perfetta unità con le donne e i bambini ma la realtà non è la sua realtà.

Gli interventisti si dividono in esaltati nazionalisti come D’Annunzio e Federzoni e in democratici come Salvemini: alla guerra per finire tutte le guerre. In una cartolina alla moglie di Cesare Battisti, Ernesta, Salvemini dice “Certo, se usciamo dalla neutralità, usciremo contro l’Austria. Ma ne usciremo? I formaggiai e i socialisti di Milano non vogliono saperne di guerra. Non capiscono che la guerra è oggi il solo modo per fare la pace e per diminuire in seguito le spese militari.”

Il 5 settembre il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni viene rilasciato. “La guerra era un dovere nazionale e rivoluzionario” dice. Il suo sindacato, l’USI, si spacca. Il 13 la corrente maggioritaria approva una mozione antimilitarista. Per reazione gli interventisti, capitanati da Amilcare e Alceste De Ambris e da Filippo Corridoni, abbandonano l’organizzazione e fondano l’Unione italiana del lavoro. I socialisti riformisti di Bissolati assumono posizione in favore dell’intervento in guerra al fianco della Francia con un ordine del giorno della direzione e del gruppo parlamentare.

Vestiti antineutrali?

Vestiti antineutrali?

L’11 settembre l’artista futurista Balla pubblica il manifesto “Il vestito antineutrale”. Vuole sostituire il vecchio, cupo e soffocante abbigliamento maschile con uno più dinamico e colorato, asimmetrico e colorato, che rompa con la tradizione e si adegui al concetto futurista di modernità e progresso, e rendere l’uomo più aggressivo e bellicoso.

Lo stesso giorno, domenica, avvengono le prime manifestazioni a Roma contro la neutralità, a cui partecipano socialisti riformisti, repubblicani e nazionalisti. Una bella congrega. Le dimostrazioni cominciano al Quirinale al momento del cambio della guardia e proseguono, controllate a fatica dalla polizia, per il centro. I manifestanti gridano “Viva l’esercito! Viva Trento! Viva Trieste!” Il governo ricorda ai prefetti di impedire ogni tipo di manifestazione, anche patriottica.

I socialisti si rifugiano nell’intransigenza. Il giovane sindacalista rivoluzionario Sergio Panunzio scrive un articolo per il quindicinale di Mussolini “Utopia” dal titolo “Guerra e socialismo”: “Chi sostiene la causa della pace sostiene inconsciamente la causa della conservazione del capitalismo”. Panunzio ha intuito il carattere rivoluzionario della guerra, che indebolirà la borghesia e gli stati liberali. Panunzio, amico di Mussolini, diventerà uno dei massimi sostenitori del fascismo. Mussolini è pieno di dubbi. Si rende conto che in molti ambienti, soprattutto tra i giovani, la posizione di neutralità assoluta è scarsamente compresa. “Sono triste e scoraggiato” scrive all’amica Leda Rafanelli, con cui il futuro duce ci sta provando da tempo. “Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure… Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso…” Mussolini si rifugia nell’intransigenza assoluta. Il 13 Mussolini risponde a Panunzio sull’Avanti! con un articolo intitolato “Contro le inversioni e le manifestazioni del sovversivismo guerrafondaio – Proletari italiani, chi vi spinge alla guerra vi tradisce.”

Sintesi futurista della guerra. Concepita a San Vittore.

Sintesi futurista della guerra. Concepita a San Vittore.

Passano un paio di giorni e i futuristi organizzano clamorose chiassate antiaustriache a Milano. Il 15 settembre appaiono al Teatro Del Verme rigurgitante di pubblico per la rappresentazione della Fanciulla del West di Puccini. “Palchi gallerie loggione scatenano 6000 mani applaudenti che sembrano 3000 becchi agitatissimi di oche selvagge. Forbiciano la musica di Puccini: straschichi arpeggiati, lasagne scodinzolanti nervi isterici violinati e zuccherifilati rosa.” Dopo il primo atto Marinetti urla “Abbasso l’Austria!”. Boccioni estrae una bandiera austriaca. Un altro futurista gli dà fuoco. “Un lembo vampante cade sulla crema dei décolletés in poltrona.” Il giorno dopo i futuristi si ripetono nella Galleria e in Piazza Duomo. “La sera dopo dovevamo trovarci in 30. Eravamo soltanto 11. La Galleria gonfia di folla. Tepore autunnale. Tutti i tavolini fuori. Gioia pacifica di grasse famiglie intorno ai gelati centellinati.” Bruciano altre bandiere austriache, mentre la polizia cerca di acchiapparli. “Fendiamo come torpediniere il mare di tavolini e rovesciamo a destra e sinistra ondate di madri di padri impazziti, schiuma di bambini calpestati.” Alla fine sono tutti arrestati: Marinetti, Carrà, Piatti, Russolo e Boccioni, passeranno cinque giorni a San Vittore. Dal carcere produrranno il manifesto “Sintesi futurista della guerra”.

Altre sceneggiate a Roma in occasione delle celebrazioni per il XX Settembre. Secondo La Stampa sono almeno 50.000 persone tra cui ci sono nazionalisti, repubblicani, garibaldini in giubbe rosse, studenti con berretti goliardico e molte signore e popolane. Il corteo sfila per la città tra canti patriottici e grida di Viva Trento e Viva la guerra. Il corteo prova ad avvicinarsi al consolato austriaco ma viene respinto duramente dalla celere dell’epoca. Poi si reca dai consoli belga, inglese e russo. Federzoni appende una corona triestina su Porta Pia, sfidando la questura.

I socialisti provano a riprendere l’iniziativa. Il 22 sull’”Avanti!” viene pubblicato un manifesto unitario dei socialisti contro la guerra, firmato da Turati, Mussolini e Prampolini. Ideologicamente perfetta, riflette l’isolamento internazionale del partito ed è priva di una strategia di lotta effettiva. Vi è però anche un riconoscimento della differenza tra i due schieramenti, con l’accenno iniziale al “Belgio eroico e pacifico che ha dovuto subire l’invasione vandalica degli eserciti tedeschi.”

Cesare Battisti. Lasciò l'Austria allo scoppio della guerra per propagandare in Italia la liberazione di Trento e Trieste.

Cesare Battisti. Lasciò l’Austria allo scoppio della guerra per propagandare in Italia la liberazione di Trento e Trieste.

Turati e Mussolini sono per l’ultima volta dalla stessa parte. Anche la compagna di Turati, Anna Kuliscioff, ha dubbi e gli scrive lucidamente “Che rabbia che fa in questo momento l’impotenza dei socialisti. Eppure forse ancora sarebbe più onesto e leale di confessare questa debolezza, anziché lanciare minacce in forma di ordini del giorno che annunziano la resistenza alla mobilitazione “con tutti i mezzi” per non farepoi nulla, o peggio ancora spingere in qualche luogo ad azioni che aggiungeranno nuove vittime a tanta gioventù già consacrata al macello?”

Pochi giorni dopo, sollecitato da Mussolini sull’Avanti!, si svolge un referendum popolare indetto dai socialisti, che approva la linea neutralista intransigente, mentre i cattolici lombardi, riuniti a Milano, si dichiarano a favore della neutralità.

Ma le voci di saggezza sono sommerse già in settembre dalle più appassionate personalità. Cesare Battisti, deputato socialista austriaco, gira l’Italia per promuovere la liberazione delle terre irredente. Il 27 settembre appare sulla Stampa una sua lettera al deputato socialista Morgari. Invoca la distruzione definitiva dell’Austria, feudale, militarista e clericale, per far rinascere le nazioni oppresse e liberare gli italiani di Trento e Trieste. La distruzione dell’Austria “rappresenta la sconfitta di un covo d’infezione nel cuore d’Europa.”

Lo stesso giorno la squadra di calcio del Torino ritorna dalla sua tournée sudamericana durante la quale ha battuto 2-0 la nazionale argentina. Il calcio è già saldamente nel cuore degli italiani. Fra pochi giorni comincerà il campionato. Una salutare distrazione dai tristi pensieri della guerra.

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