L’amore proibito

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Non fuggirmi! Il monito di Giove nelle Metamorfosi di Ovidio, per secoli la bibbia amorosa dell’occidente. Amori proibiti, scritti e poi dipinti. Indelebili al logorio dei secoli.
Correggio era il primo pittore di Parma, dal destino più piccolo dei grandi del Cinquecento per troppi versi suoi pari. Oscure sono le fasi della sua formazione, incerte quelle della morte. Molte sue opere vagavano da un acquirente all’altro. Oggi, sospese nella gloria, incantano di sensazioni lo spettacolo dell’arte nei più grandi musei del mondo.

Verso il 1531, iniziò a realizzare una serie di dipinti a soggetto pagano ispirandosi a Ovidio e agli amori proibiti di Giove. Tra leggendarie passioni anche quella per la sacerdotessa di Era di nome Io, una delle tante vittime dei capricci del dio. Rincorsa, spaventata, fuggiva e Zeus non volendo rinunciare a lei, la inseguiva. Scappava Io, correva a perdifiato nel bosco tra gli alberi, tentando di nascondersi per ingannare il destino ma il padre degli dei non lo permise. Fece scendere sui campi, sui boschi, ovunque, una nebbia oscura. Io fu costretta in un perché insondabile a rallentare la corsa e Giove la raggiunse facendola sua.
L’episodio non entusiasmò il pittore: sedurre la solita fanciulla ritrosa che fugge nei boschi, nascondendo la terra in una nuvola di nebbia oscura. Correggio scardinò il testo con un procedimento retorico che aderisce alla letteratura più che all’arte: la metonimia. L’effetto come espressione di una causa: la nuvola non è il mezzo di cui si serve il dio per possedere la fanciulla ma il dio stesso.

Correggio_giove-e-io 2Nel grigio serrato e fitto della nebbia, appare, in uno squarcio, l’ombra di un profilo del volto di un giovane dio. In un riverbero di luci crepuscolari, dipinge di sensi la tela, coglie l’attimo di un bacio in cui il principio maschile penetra una donna e le procura l’orgasmo. Arduo ricordare in tutta la storia dell’arte occidentale un amplesso più esplicito e più disinibito.
La donna non è più una vittima fuggiasca: partecipa intensamente, nuda, seduta sul candore della seta ai limiti di uno specchio d’acqua. Di spalle, offre allo spettatore la schiena, le natiche, le gambe, le braccia. La pelle opalescente è dipinta con una tale maestria da sembrare vera. Un tremore attraversa i muscoli. La schiena s’inarca per il peso di un altro corpo, la mano sinistra conduce qualcosa d’invisibile verso di sé. La gamba destra si divarica, la testa si rovescia, le labbra si aprono in un gemito.
Rappresentare le nuvole, come del resto la pioggia, l’acqua, era considerata una delle più ambite difficoltà dell’arte. Correggio morì poco dopo, relativamente giovane. Era il 1534. Nessun artista ha più saputo cogliere con altrettanta spudorata libertà il piacere di una donna.

La gloria dei sensi, dei desideri degli uomini, della carnalità assoluta. La rappresentazione dell’istinto senza l’imbarazzo della nudità. Forme molli e sensuali, candide o roventi. Il desiderio, il piacere, l’abbandono in un abbraccio indistinto. La passione indomita, dove tutto è imprevisto, con le sue ingannevoli, molteplici maschere avvolte nella nebbia. Impossibile fuggire.

Correggio, Giove e Io – 1532-1533
olio su tavola – 163,5×74 cm -
Vienna, Kunsthistorisches Museum

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Correggio, Giove e Io – 1532-1533
olio su tavola – 163,5×74 cm -
Vienna, Kunsthistorisches Museum

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. cosima di tommaso

    Nitido ed evocatico senza neppure sospettarlo: il tuo articolo è eccellente, come sempre. Grazie per le accurate, intime riflessioni a cui induci il lettore.

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  2. Anna

    La nebbia antropomorfa mi ricorda Dracula di Bram Stoker.
    Quando vidi il film di Coppola, questa immagine mi emozionò molto: di grande sensualità.
    Grazie

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    • Antongiulio Valli

      Grazie le ho sempre amate anche io. Direi che qualcuno nel creare le montagne, le distese infinite, i fiumi, i mari, non abbia mai perso d’occhio le nuvole, proprio perché il rapporto tra il mondo e l’universo, non risultasse sproporzionato.

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