Jacquot Grunewald: “La tentazione del rabbino Fix”

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Di nuovo benvenuto tra noi, caro Rav Théodore Fix!

A due anni dall’uscita de Il fantasma del ghetto l’editore Giuntina ci dona, con la piacevole traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann, un nuovo romanzo di Jacquot Grunewald, illustre studioso del Talmud, giornalista, scrittore, alsaziano di nascita, trasferitosi a Gerusalemme nel 1985.

cover Jacquot Grunewald la tentazione del rabbino fixL’opera, intitolata La tentazione del Rabbino Fix, è uscita in Francia nel 2005 ed ha come teatro Gerusalemme e Parigi. Siamo nel settembre 2003, negli anni in cui tutta Israele fu scossa dalla tragica, terribile, cosiddetta seconda Intifada, durante la quale il terrorismo palestinese uccise oltre un migliaio di cittadini dello Stato Ebraico (unitamente ad un non trascurabile numero di stranieri).

Théodore e sua moglie Elisabeth sono appena rientrati a Parigi dopo una vacanza sulle Alpi francesi. Mentre rievocano le piacevoli giornate trascorse insieme, squilla il telefono.

E’ Louis, il figlio della coppia che vive a Gerusalemme insieme alla moglie Rivka e ai due figlioletti David e Judit. Poco prima, un attentato: su un autobus un terrorista si è fatto saltare in aria, con accompagnamento di chiodi e bulloni per colpire meglio gli odiati ebrei. Bilancio, dieci morti –almeno- tra i passeggeri e numerosissimi feriti, tra i quali Rivka, che ha perduto molto sangue ed è sotto shock, e il piccolo David, colpito alla gola (per fortuna Judit non era con loro).

Mamma e figlio sono ricoverati in due ospedali diversi della capitale: lei, sotto shock, al Bikur Holim, la struttura religiosa in pieno centro cittadino, lui alla Hadassa sul Monte Scopus, in zona est, proprio di fronte al deserto.

Théodore sale la sera stessa sul primo aereo disponibile per Israele, mentre sua moglie resta a Parigi perché non può lasciare il suo lavoro di insegnate di francese e per garantire in Comunità ebraica un “minimo di interim rabbinico”.

L’ansia e la preoccupazione per i familiari e, in primo luogo, per il nipotino si mescolano con il dolore e l’angoscia che hanno caratterizzato quel periodo della storia di Israele: l’illusione seguita ai fallaci accordi di Oslo, suscitatori di tanti progetti positivi per entrambe le parti; l’immarcescibile odio arabo e l’ipocrita incomprensione dell’Occidente.

Morte e distruzione dopo l'attentato a Gerusalemme

Morte e distruzione dopo l’attentato a Gerusalemme

Il mutamento del clima, seguito all’ingannevole speranza di pace è espresso da Grunewald in modo palpabile. Louis e la sua sposa, Rivka, la bella yemenita, molto giovani, avevano messo su casa nel quartiere di Ghilò, all’estremo sud di Gerusalemme; quattro anni dopo, nel 1997, era venuto alla luce David. “In quel periodo, i pastori arabi facevano pascolare le capre sotto le loro finestre. La piccola Judit, invece, aveva conosciuto gli spari fin dalla terza settimana di vita. Lo testimoniavano due fori nel muro del salotto. E lo spesso vetro blindato…Poi, al posto dei pastori arabi e delle capre, era arrivato un carro armato dell’esercito a fare la guardia”.

Durante i turni di veglia per assistere David (per tutti Dudù), alternandosi al figlio, Théodore fa la conoscenza del Prof. Avraham Maimon, primario di otorinolaringoiatria alla Hadassa, che ha in cura il piccolo. Persona competente, professionista impegnato a occuparsi senza differenze di arabi ed ebrei, egli rassicura il nonno sulle condizioni del bambino e gli confida la sua passione per il deserto, che si stende proprio davanti a loro. “Il deserto è come noi, si risveglia lentamente. Mi piace guardarlo quando si alza dalle sue lenzuola grigie”. Toccante la partecipazione dell’Autore alla dimensione umana del paesaggio.

I giorni passano, Dudù migliora. Il Rabbino, constatato che la situazione del nipote va ristabilendosi, decide di ritornare a casa; anche perché le grandi Feste Ebraiche sono vicine, a cominciare da Rosh Hashanà, il Capodanno. E gl’impegni in Comunità sono numerosi e ineludibili.

L'Erodion, il palazzo-fortezza che Erode fece costruire in cima a una collina vicino a Gerusalemme

L’Erodion, il palazzo-fortezza che Erode fece costruire in cima a una collina vicino a Gerusalemme

La sera precedente la partenza, ecco una notizia dalla radio: c’erano stati degli spari contro un’automobile sulla strada che porta all’Erodion -il grande monumento funebre, a sud di Betlemme, fatto erigere da re Erode, che pare suscitare un certo turbamento in Théodore-, all’uscita di Tekoa. Tekoa, una piccola comunità, patria del profeta Amos, nonché di Yossi e Kobi, i due adolescenti israeliani là residenti, sorpresi in una grotta e lapidati a morte da diciannove terroristi dello Jihad islamico nel maggio 2001; uno dei delitti più efferati di quel periodo; indimenticabile..

L’unico passeggero della vettura, il conducente, era morto. “Scene di ordinaria intifada”, commenta Louis con (apparente) distacco.

In aeroporto, mentre attende il volo per Parigi, perduto nelle sue riflessioni, lo sguardo di Fix cade sulla prima pagina delle Yedioth Ahronoth…….Egli sobbalza: sotto i suoi occhi il volto inconfondibile del Prof. Maimon e la didascalia listata a lutto: è lui l’uomo trovato ucciso, crivellato di colpi, a bordo della sua automobile a poca distanza da Tekoa. Una persona che amava tanto il deserto! E che, con coraggio, si recava, nonostante la proibizione dell’esercito, nei villaggi e cittadine palestinesi, dove gli uomini di Fatah ricorrevano ai suoi servizi. Il caduceo e la Stella di David rossi, posizionati sul parabrezza della vettura e ritrovati macchiati di sangue, non avevano impedito l’attentato, senz’altro dovuto a un gruppo estremista che non tollerava la collaborazione tra Arabi ed Ebrei.

Ma la versione ufficiale sembra non convincere il protagonista. Ritornato da sua moglie, pensa e ripensa…..richiama alla mente le parole di Maimon…..A colpirlo è quel momento indimenticabile, emblematico: il colloquio telefonico, piuttosto concitato, tra il medico e una segretaria dell’ospedale, cui, senza volerlo, aveva assistito.

Un nome, Ursula, che spunta dalle parole del dottore e il particolare, da questi rivelato a Théodore, forse per non metterlo in imbarazzo : si tratta di una parigina….

“Se stabilisco” riflette Théodore ad alta voce “una relazione causa /effetto tra una certa frase di Maimon … e la sua morte, tutto cambia. Quel decesso diventa spiegabile, non è più opera del caso, dell’aleatorietà, per così dire, dell’intifada.”

L’otorinolaringoiatra è stato assassinato intenzionalmente. La parigina in questione -Ursula Vèronique Rousseau, scoprirà nel prosieguo dei giorni-, rappresenta una sorta di punto focale della vicenda, senza peraltro mai entrare direttamente in scena.TORAH-RABBINI

Il Rabbino non può resistere alla tentazione di cominciare le sue ricerche. Ma prima occorre recarsi dall’amico giudice, Ives Le Clec, che abbiamo conosciuto nel romanzo precedente, per raccontargli quanto gli è accaduto. Il magistrato -grandi baffi color canapa e pipa quasi sempre accesa- sta un po’ sulla difensiva viste le intromissioni di Fix nella precedente inchiesta, anche se era stata proprio quella circostanza a far sì che egli si impadronisse, dopo una certa “infarinatura” sui libri, del metodo di indagine talmudica praticata da Théodore. Questi decide di svolgere accurate investigazioni per proprio conto, incassata una benevola -pur inattiva: niente nomi, né indirizzi da me, sia chiaro!- neutralità da Le Clec e tenuto conto, da una parte, del cortese scetticismo di Louis sull’interpretazione paterna circa i responsabili dell’assassinio di Maimon, e, dall’altra, dell’aperta derisione della polizia israeliana presso la quale il giovane era stato spedito dal padre per i primi, cauti sondaggi.

Il nostro rabbino è uomo meticoloso, ma, pur a suo modo, passionale, impaziente di giungere ad un risultato. Scoprire com’è andata è un atto di giustizia, in primo luogo verso il defunto, nonché una sorta di adempimento della di lui volontà. Senza contare quanto rammenta ed ordina la Torah: “Non restare in piedi -senza fare niente- davanti al sangue del tuo prossimo”.

Sostenuto da una fedele alleata della prima ora, la miracolosa tazza di caffè, nelle sue ricerche verrà condotto in una direzione all’apparenza insospettabile, ma che nasconde terribili segreti. Finirà per scoprire una realtà inquietante.

In primo piano c’è l’Istituto parigino di Foniatria (settore della medicina che cura le anomalie della voce e del linguaggio), di cui è amministratore la giovane e bella Marie AnneVanlof, seducente, misteriosa, figura dalle molteplici identità, al cui fascino Théodore non è insensibile. La donna sa riservare incredibili sorprese a coloro che incontra, e anzitutto al Rabbino Fix! Chi è, in definitiva, costei e quali trame tesse di nascosto?

Il Commissario Pierre Boulay, poi, con cui abbiamo fatto conoscenza nella precedente avventura -era colui che non credeva ai…fantasmi-, viene evocato dal Giudice Le Clec allorché, di colpo, il Rabbino, data l’incorreggibile capacità di cacciarsi nei guai, scompare e si teme per la sua vita. La vicenda si complica, diventando sempre più complessa ed affascinante.

Fino alla stretta conclusiva e alla composizione finale del puzzle; della quale ovviamente non racconto nulla.

Jacquot Grunewald

Jacquot Grunewald

Jacquot Grunewald ci regala ancora una volta una storia ricca di fascino, davvero insolita, sia come intreccio che come prospettiva di osservazione della realtà che ci circonda. Il clima vissuto da Israele in quegli anni è ricostruito con intensa partecipazione perché sa coinvolgere il lettore, specie se leggiamo questo romanzo negli attuali, drammatici terribili giorni, così difficili per lo Stato Ebraico, impegnato, ancora una volta, nella lotta per la propria sopravvivenza. Al di là delle interessate manipolazioni dei mass media occidentali; nefaste, in primo luogo, per le sorti dello stesso Occidente.

Ironia, profonda cultura vissuta, suspense, come in ogni thriller che si rispetti, mescolati ad una raffinata analisi psico/antropologica. Il clima diverso, quasi contrapposto, tra due luoghi dell’anima: Parigi, guardata con affetto, anche nella “malefica pioggia che bagna e deprime”, tranquilla e immersa nel suo quotidiano -ma, sotto l’apparenza, quali trame oscure! Senza contare l’antisemitismo: già bello robusto allora (2003)-; e Gerusalemme, impegnata in un sorta di perenne esistenza …sul filo.

I caratteri dei personaggi sono ritratti nella loro quotidianità da una prosa fresca, coinvolgente.

I battibecchi tra coniugi di lungo corso come Théodore -come sappiamo, bassa statura, immancabili papillon e basco- ed Elisabeth -aria sportiva, dinamica, capelli corti sale e pepe-; la passione investigativa, legata ad un profondo sentimento di giustizia, di lui; la capacità di lei di essergli di sostegno, pure nelle attività comunitarie, ma anche, in fondo, di non prenderlo troppo sul serio. Meglio, in certi momenti, sparire dalla scena per dedicarsi alle attività di insegnante o ai compiti di efficiente nonna, chiamata a dare man forte alle due figlie, entrambe residenti in Francia: Caroline, a Parigi, e Juliette, a Strasburgo.

Anche se non partecipa direttamente alla storia tranne che nelle fasi iniziali, il Prof. Maimon ci ispira profonda simpatia per la ricca, forte umanità, la convinzione che esista uno stretto rapporto tra il deserto di Giudea, dove hanno vissuto i Profeti, la sua “intensità acustica, la sonorità dell’aria, la qualità delle onde sonore, l’ambiente montagnoso e altri elementi che aveva studiato”; un adamantino sognatore che crede nella convivenza tra le persone, in primo luogo Ebrei ed Arabi.deserto

Ma la realtà è assai più complessa, come ci narra la trama svelata da Grunewald nelle pagine finali, inducendoci pure a riflettere su una verità trascurata, ma incontrovertibile. Per indirizzare le menti, scrive l’Autore per bocca del suo protagonista, non basta la potenza della parola; ciò vale, aggiungo, sia per una causa distruttiva, di menzogna e di morte, che per un progetto di vita e di pace nella verità. Valeva un decennio fa, all’epoca dei fatti raccontati, vale ancora di più oggi, in un contesto, come l’attuale, profondamente disorientato.“Non è quello che si dice che è determinante, ma il quadro spirituale, politico, culturale in cui il discorso viene percepito”.

Rammentiamo, allo stesso tempo, le aspre parole del Profeta Isaia.  “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”.

JACQUOT GRUNEWALD: “LA TENTAZIONE DEL RABBINO FIX”

(Titolo originale La tentation du rabbin Fix, Albin Michel Ed., 2005)

Trad. Vanna Lucattini Vogelmann, Ed. Giuntina, collana Diaspora, 2014, pp. 200, €.15,00

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