I razzismi della terra dei cachi

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il razzismo è complicato quanto l’antirazzismo. Siamo italiani, no?

L’argomento è attuale e, temiamo, lo sarà ancora per molto, forse per sempre. La dialettica però nel frattempo si è modificata, sia grazie al web che alle trasformazioni della società.

Se fino agli anni settanta l’immigrato era figura rara, quasi folcloristica, e ci si poteva mostrare pietosi o generosi, magari permettersi perfino qualche battuta sulla sua provenienza o religione, il precipitare degli eventi nel decennio successivo ha costretto, almeno gli italiani, a confrontarsi con presenze diverse e non esotiche come quelle che si incontravano nei viaggi di nozze o nelle sempre più frequenti vacanze in terre lontane, da dove qualcuno tornava col domestico ambrato, simbolo di progressismo da salotto.

Albanesi 1991Per quanto distratti da mille preoccupazioni o disinteressati al tema, la questione era lì, dappresso, più visibile nelle grandi città e nelle zone industriali, poi sempre più pressante e invasiva. Traslocavano o se ne andavano i vicini di casa autoctoni, o al massimo meridionali (ormai riconosciuti al nord come fratelli territoriali), arrivavano i nuovi, a volte ingombranti condomini: ecuadoreni dediti a salsa, bachata e feste a dir poco chiassose; indiani o pakistani che speziavano tutta la tromba delle scale; albanesi corruschi, rumeni single ( ma dall’est non arrivano mai in coppia?), nigeriani esuberanti, senegalesi colorati e danzanti, e badanti da ogni dove, e cinesi a ogni angolo.

La criminalità aumentava, e come avrebbe potuto essere diversamente? Esiste una vasta letteratura sugli esodi epocali, di corto, medio o lungo raggio. Per esempio, se oggi lo status di “aussie” (australiano) è quasi segno di beata distinzione e felice isolamento, all’inizio significava essere discendenti da galeotti ( sia pure inglesi), ignoranti e facili alla rissa: ci vogliono decenni, forse secoli, per mimetizzarsi in una società, locale o globale, ed entrare a pieno titolo nel mondo come etnia rispettata.

Tornando a casa nostra, negli anni novanta, come al solito, si configurarono, o almeno semplicisticamente furono schedati, due schieramenti di massima: centrosinistra favorevole all’immigrazione e centrodestra diffidente, con l’apporto del leghismo, “contro” senza se e senza ma, e l’ala ex MSI – Alleanza Nazionale, più prudente in ricordo dell’avventura coloniale che, dopotutto, voleva portare e in parte lo fece, un tot di faccette nere nello stivale.

In realtà tentativi di arginare il fenomeno ci furono, ma era come pestar l’acqua nel mortaio e nessuno, a onta delle dichiarazioni di chiunque si sia succeduto ai nostri governi, è mai riuscito a cavare un ragno dal buco.

E il fascismo vi protegge.

E il fascismo vi protegge.

Le frasi più ricorrenti, di chi non voleva apparire volgare e retrivo? “Non sono razzista ma…”; “ sono stato all’estero anch’io, però…”; “ io sono cattolico, ma ci vuole una regolamentazione”; “anche noi italiani siamo stati immigrati, ma ci chiamavano”; “ Ho anch’io amici extracomunitari”.

Per anni dunque si è dipanato l’estenuante dibattito in una società come la nostra, già poco unita di suo, poi fratturata inesorabilmente dal divisivo berlusconismo, in seguito sbarellata dall’11 settembre che ha fatto scoprire l’Islam in Italia (ma la moschea di Roma, la più grande d’Europa, è del 1995), attaccata dalle sirene secessioniste, con una crisi economica calata a fagiolo per esasperare gli animi e produrre altri “leit motiv”: “non c’è lavoro per noi, figuriamoci per questi”; “vorrei vedere se a casa loro facessero le stesse cose che fanno qui”; “vogliono imporci le loro abitudini”; “tra poco saranno loro a comandare”.

La caratteristica saliente di questa seconda fase di frasario poco xenofilo (anche se non esattamente xenofobo) è che ormai l’avversione ha intaccato anche l’elettorato di sinistra o ex tale. Nei quartieri popolari si soffre maggiormente la convivenza e da lì parte in genere il primo segnale di fastidio per l’antirazzismo di maniera, quello di chi non deve avere a che fare con le ubriachezze moleste, le gang sotto casa, le prostitute nel portone, lo spacciatore davanti alla scuola.

In questo ginepraio di malumori, a stento sedati dalle giunte più illuminate con iniziative di socializzazione dei nuovi venuti (ma le case popolari e l’inserimento nelle liste degli asili nido sono un altro pugno nello stomaco all’italiano che attende da una vita), si inseriscono ulteriori complicazioni. Si forma un’intellighenzia venuta da lontano – l’intellettuale, il laureato che ha trovato un posto al sole magari con la politica – la quale non ringrazia per la cortesia, ci ricorda di quanti lavori i migranti hanno svolto e ancora svolgono al nostro posto, sottolinea i nostri vizi nazionali complici dell’insicurezza pubblica, la nostra cattiva reputazione passata e recente e ci risponde con un bel “ no grazie” alla parola “integrazione”.

Ora si chiede, infatti, anche un cambiamento nel lessico: quello che serve, ci dicono, è l’interazione, che salva l’identità e non mortifica le culture di provenienza. Il dibattito si eleva, diventa un cenacolo di filologi; nel mentre, le seconde generazioni, del paese dei genitori si sono, forse, già dimenticate.

Lo scontro a questo punto si radicalizza, complice la politica sempre pronta ad approfittare dei mal di pancia popolari (quando non a crearli), in parlamento entra l’intellettuale africano, si vede per la prima volta un ministro donna e “di colore”, e sui social network, nel frattempo divenuti nuovo veicolo di dialogo e scontro, imperversa il muro contro muro.

Tralasciando il penoso gergo che fa riferimento a banane e bonghi bonghi, si forma un ennesimo e aggiornato vocabolario della neoxenofobia: “sono razzisti anche tra loro”; “lo stato gli paga sussidi e pensioni”; “nei “loro” paesi le donne sono maltrattate”; “portano il terrorismo”.

Davvero non abbiamo niente in comune?

Davvero non abbiamo niente in comune?

A questo punto conta relativamente poco che l’immigrato arrivi dalla savana e abbia la pelle nera o da una montagna macedone con incarnato latteo e occhi cerulei: egli è il nemico dichiarato, a prescindere.

Il solco è scavato e i due mondi italiani non hanno più un terreno comune su cui disputare civilmente: è “sì sì”, o “no no”.

Con qualche eccezione però, non sempre onorevole da ambo le parti. La fazione “sì sì” cerca parole appropriate, tuttavia inciampa in sue personali preferenze: l’africano è “coccolato”, il cinese visto con diffidenza, eppure è immigrato anche lui…ma non politicizzabile, refrattario a farsi incasellare nella lotta di classe, commerciale e crumiro; la fazione “ no no” abbandona magari i suoi vecchi in mano a badanti moldave o ucraine, frequenta volentieri le lucciole extracomunitarie e investe i suoi denari in paesi sfruttati, ma reclama il diritto a farlo quasi fosse una forma d’aiuto.

E come metterla quando si tratta di diritti umani e “battaglie di civiltà”? L’amico dei migranti svicola davanti ai diritti negati nel terzo mondo, se ne dispiace ed è pressato ad occuparsene dal suo elettorato; denuncia le bufale con cui si tenta di far passare una processione di donne in preghiera con una deportazione da parte di miliziani alqaedisti, però non riesce a trovare una giustificazione a questi modelli di società poco attivi contro questi aberranti fenomeni, che pure esistono.

Pura razza italiana.

Pura razza italiana.

Il crociato antimmigrazione, dal canto suo, vorrebbe far riferimento ai suoi valori cristiani, ma con questo dovrebbe rinnegare anche certo lassismo sia proprio che dei politici che vota e farsi quasi radicale, il che in Italia significa andare all’inferno e in fondo siamo tutti battezzati; vorrebbe dire no alle nozze gay, ma questo significherebbe pensarla come Putin o qualche dittatore africano, e allora tace.

Peccato non avere l’estro di Elio e le sue storie tese. Dagli abusi sessuali abusivi ci piacerebbe passare a descrivere, quali autori di neologismi paradigmatici, per esempio: gli antirazzismi razzisti e i razzismi incoerenti, il turismo sessuale femminile progressista e quello maschile reazionario, il nomade nostrano un po’ tossico e il rom stanziale, l’antitaliano patriottico e lo xenofobo turista sessuale, il cristiano poligamo e l’islamico monogamo, il nero di destra e l’ebreo di sinistra, il caritatevole fascista e il mondano comunista, il grillino sparlante di tutto e il suo contrario e, soprattutto, la nuova razza italiana: novantenni che meditano di sposare la badante; mezze età in fase “Invasioni Barbariche”, arcistufe di tutto, che sognano l’isola deserta e la pensione che non c’è più; quarantenni alle prese con le gare di merengue e corsi di infartuose danze equatoriali; giovani e bambini che stanno nelle classi multietniche e non hanno capito dov’è il problema.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?