Giulia

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Sì, credo proprio che avessimo bevuto un po’ troppo quando siamo arrivati a casa sua. Sarà stato l’alcool oppure tutto quanto accadde dopo, sta di fatto che non ricordo se eravamo a piedi o se ci ha accompagnato qualcuno, non ne ho veramente idea.

Ricordo invece bene il momento in cui siamo entrati nel cortile che circonda la casa. Il cancello è alto, metallico e, insieme al muro di recinzione, nasconde la vista del giardino dall’esterno. Mentre lei lo afferra e lo spinge con le mani cigola un poco e striscia contro la ghiaia. Il cortile è pieno di grandi vasi d’oleandro e molte piante dall’aspetto tra il trascurato e il primitivo.

La casa è in centro, in una strada trafficata anche a quell’ora della notte. La struttura e le caratteristiche della casa sono però quelle di un’abitazione di campagna: una costruzione cubica e massiccia di tre piani, con una breve scalinata davanti (di soli tre o quattro gradini), con una balaustra di marmo. Probabilmente, quando fu costruita, questa zona era prima periferia.

Ma varcato il cancello è un po’ come tornare indietro nel tempo: ci si ritrova in una specie di radura nel bosco, in un mondo protetto e lontano dal caos della città, un mondo lontano e selvaggio nel quale lei mi fa strada con lenta sicurezza.

Io la seguo mentre saliamo le poche scale: lei si gira e sorride. In mano tiene un grosso mazzo di chiavi, e, senza esitazione, infila la più lunga nel portone. E’ robusto, di legno scuro, con inserti di vetro smerigliato. Siamo su una piccola veranda in cima alle scale. Oltre il portone c’è casa sua. Su un lato un portaombrelli, e una poltrona di vimini con il cuscino impolverato.

Ho ben chiara la sensazione che provo quando entriamo. Di fronte a noi c’è un lungo corridoio con stanze che si aprono ai lati; tutto è bianco: i muri, le porte, il suo vestito…Sembra una di quelle case al mare di una volta con il pavimento di graniglia; quelle in cui andavano in vacanza le famiglie tanti anni fa: mi pare di vederli i bambini che schizzano fuori delle camere gridando e rincorrendosi. Le porte che sbattono, le grida, le risate, i giochi in giardino. Gli uomini invece fanno la pennichella, mentre le donne chiacchierano e sorseggiano il caffé, raccomandando ai bambini di fare piano.

Mentre avanziamo come stessimo galleggiando su un mare di soffici nuvole bianche, lei mi guarda e mi chiede come sto, se va tutto bene, se mi sento ok; io rispondo di sì, e allora mi prende per mano e camminiamo vicini sotto il soffitto alto, mentre io mi guardo attorno. Ha sete.

Intorno a me vedo tende bianche in ogni angolo, veli candidi e lunghissimi, appesi chissà dove, drappi ricamati che si muovono al ritmo del vento e mi toccano accarezzandomi. Tutte queste tende bianche…lenzuola…tovaglie…pizzi…asciugamani di tela…tutto bianco…

Poi mi ricordo di noi due in cucina: una specie di cucinotto piuttosto ampio, che dà sul retro della casa popolato da altri e più selvaggi oleandri. Vecchie pentole appese al muro, un tavolo rettangolare con il piano di marmo e un lavabo antico: lo scolapiatti, il rubinetto metallico con il tubo lungo parallelo a terra.

Lei prende un bicchiere dalla credenza e lo riempie d’acqua dopo averla fatta scorrere: è a piedi nudi e si muove con disinvoltura. Noto che c’è un bel po’ di roba ammassata fuori la porta-finestra: bottiglie d’ogni tipo, sacchetti pieni di giornali e tante altre cose un po’ indefinite. Anch’io bevo un po’ d’acqua.

Poi all’improvviso, come se se ne fosse ricordata solo allora, prende dal frigo una fetta di cocomero enorme. La appoggia sul tavolo, si siede, e con un coltello comincia a mangiarla con una velocità e una voracità incredibili. Mi siedo anch’io e le chiedo dov’è sua madre. Lei risponde di non preoccuparmi, di stare tranquillo. In effetti, non sono preoccupato: era così per chiedere, per sapere…Mi passo una mano sulla fronte…mi gira un po’ la testa.

In men che non si dica finisce il cocomero, si alza dalla sedia e si mette in piedi di fronte a me. Sorride sgranando gli occhi e si solleva un poco la maglietta: “Guarda che pancia che m’è venuta!! Inarca un poco la schiena: “Fra un po’ mi scapperà una pipì!!”…Le mutandine bianche sbucano dai jeans…

[foto: Sam Beasley]

[foto: Sam Beasley]

L’immagine seguente è in camera sua; è una delle stanze che s’affacciano sul corridoio: ci sono due letti singoli uniti tra loro, un grande armadio da qualche parte e una scrivania con una lampada sopra. Forse anche qualcos’altro, lo spazio è grande, ma adesso non ricordo bene. Mi dice che è la camera dove una volta dormivano lei e sua sorella.

Le finestre sono semi-aperte, ci sono le inferriate. Entra l’aria e il rumore delle foglie, è notte. Siamo sul letto: io sdraiato su un lato, con la testa appoggiata su un braccio. Mi sono tolto le scarpe e vedo saltar su il suo gatto: la coda dritta, miagola osservandomi e si va a strusciare contro i fianchi di lei. Che è seduta a gambe incrociate a circa un metro da me, sempre sul letto. Di fronte, tiene uno di quegli astucci di legno a forma di parallelepipedo. Quelli che credo si usassero quando le nostre nonne erano giovani, ma poi tornarono di moda un po’ di tempo fa; quelli che si aprono facendo scorrere un listello piatto sulla parte superiore. Ed è proprio il movimento che fa lei con dolcezza, con le sue dita affusolate. Armeggia un po’ e comincia a rollare una sigaretta. Ha la testa china, muove le mani con pazienza e precisione; ogni tanto mi guarda e ci sorridiamo. Non ricordo di cosa abbiamo parlato; forse della serata, forse di quello che avremmo fatto il giorno dopo.

Appoggia l’astuccio per terra affianco al letto, e mi passa la sigaretta: “Accendila tu!”. Io non so fumare, non ho classe, non ho sintonia con quell’atto per me così poco abituale. Lei invece la maneggia con eleganza, sa come fare, sa come muovere le mani; e quando aspira, chiude un poco gli occhi, portando in alto la testa.

Ha i capelli raccolti, con una piccola coda.

Poi è sopra di me, nuda, con le tette che ballonzolano davanti ai miei occhi, si muove sudata, si tiene i capelli e fa come una smorfia di dolore. Spinge le sue mani sul mio petto, si alza un poco, poi di nuovo giù, i capelli le scendono accarezzandole il collo. Ora si abbassa su di me, volta la testa da un lato come non volesse farmi vedere l’espressione del suo viso e io le stringo le tette tra le mani. Guardo il soffitto, scruto i muri e gli angoli della stanza…due valigie sopra l’armadio, chissà da quanto tempo sono lì, al centro il lampadario di plastica, penso a quante volte l’avrà fissato anche lei, da bambina, prima d’addormentarsi…sento il cuore che va a mille, respiro forte…Rivolgo lo sguardo verso il basso, verso il suo corpo: la sua pancia, il suo ventre che si muove, il pelo della sua figa. Allungo una mano e la tocco, e con un dito l’accarezzo; la guardo in faccia, per vedere l’effetto che fa…

Non so dire per quanto tempo siamo stati lì, non ne ho veramente idea. Probabilmente, dopo, ci siamo addormentati subito.

Riapro gli occhi e non capisco bene dove sono. Steso di traverso sul letto con un lembo di lenzuolo che mi copre un po’. Lei è sdraiata di pancia accanto a me, i capelli scompigliati, ha gli occhi chiusi e dorme con un sorriso sulle labbra, nuda. Il profilo del corpo…lo seguo con lo sguardo, come accarezzandola: la testa piccola, la schiena arcuata, la protuberanza del culo: perfetto, tondo, bianco. Le gambe lunghe, i piedi sottili…

Quando si sveglia si mette qualcosa addosso e va in cucina, camminando quasi in punta di piedi sul marmo gelato: viole prepararmi il caffé. Ricordo come fosse ora il modo e l’estrema cura con cui muove le mani mentre armeggia con la caffettiera e i barattoli, qualcosa che mi rimarrà impresso per sempre, perché è forse il ricordo più nitido della serata.
chica ragazza caffé Lei è nel cucinotto, io seduto al tavolo di legno scuro, con un sopratavola ricamato e una fruttiera al centro. La osservo a pochi metri di distanza. Ci parliamo, ma non so di cosa, non ricordo.

Lei è là in piedi, vicino ai fornelli. Con una mano (la destra) tiene il cucchiaino, muovendolo tra il barattolo del caffé e la moka, riempiendo quest’ultima con la preziosa polvere nera. E’ china e concentrata sul lavoro che sta svolgendo. Mentre con l’indice ed il pollice dell’altra mano (la sinistra), stringe delicatamente la circonferenza del “passino” della moka, in modo da creare una specie di “barriera” con le dita, per evitare che anche un solo chicco di caffé possa uscire dalla moka e andare sprecato.

Neanche un granello, neanche una goccia deve perdersi. Non distolgo un attimo la mia attenzione da quella mano, da quella posa, da quelle sue dita… Delicatamente strette attorno a quella forma circolare. Esattamente come, solo qualche momento prima, mi teneva il cazzo.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?