Franco Ferrarotti. Socializzazione della proprietà, socializzazione del potere. Parte prima

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Chiarire chi è stato Franco Ferrarotti per il nostro paese non è opera semplice. Un grande intellettuale che ha trovato una via propria, nella cultura ma non solo nella cultura, e che ha attraversato diverse stagioni della Storia italiana incidendo profondamente su ciascuna di esse: da parlamentare più giovane della III legislatura, quando subentrò ad Adriano Olivetti eletto nel ’58 alla Camera dei deputati; da più giovane diplomatico italiano presso l’Oece di Parigi – oggi Ocse – dove ricoprì la direzione dei social factors; da più giovane professore dell’università “La Sapienza” di Roma, dove come abbiamo detto fondò la prima cattedra di sociologia in Italia; e infine da prolifico scrittore di trattati su sociologia, filosofia e studio del potere nelle sue molteplici declinazioni.Non molti, nel nostro paese, possono vantare una vicenda così ricca e complessa, per ciò che hanno vissuto, costruito, creato, per i personaggi incontrati e per lo spirito di ricerca con cui hanno affrontato ogni giorno.
Martin Heidegger scrisse che “la grandezza di un uomo si misura in base a quello che cerca e all’insistenza con cui resta in questa ricerca”. La ricerca di Franco Ferrarotti è stata certamente la ricerca di una via originale che ha aperto nuove prospettive e possibilità di pensiero per il nostro paese, non solo teoretico e astratto, ma soprattutto pratico e nel modo di fare politica anche a costo di remare controcorrente. Ferrarotti fu il campione non solo delle scienze sociali, ma di tutto un modo diverso di concepire il pensiero, che non ebbe alcun timore dei grandi intellettuali del tempo.

Chiariamo subito questa affermazione: nel dopoguerra, in Italia, il pensiero dominante era rappresento da due correnti ideologiche: lo storicismo nelle sue declinazioni crociana e gentiliana e il marxismo di lettura gramsciana (che poi anch’esso di storicismo si tratta). Le nuove idee che andavano emergendo in Occidente, come la psicologia, l’antropologia e la sociologia erano viste con sospetto, se non addirittura ignorate dall’establishment culturale del tempo, perché non erano pure come la filosofia ma legate al mondo empirico, peccato che ne invalidava la natura stessa di scienza.
In questo contesto culturale, Franco Ferrarotti muove i primi passi nella vita e, seppure giovanissimo, cerca di inserire il nostro paese nel panorama delle nuove idee emergenti.

Un giovane Ferrarotti

Un giovane Ferrarotti

Ferrarotti nacque a Borgo Vercellese, nel 1926, da una famiglia di medi proprietari terrieri messi in difficoltà dalla famosa “quota novanta”, cioè la riforma che ancorava il valore della lira a quello della sterlina e dunque al valore dell’oro. Affetto da una salute cagionevole, la famiglia lo mandò a studiare in un collegio a San Remo dove avrebbe beneficiato del clima mite della riviera. Già a quel tempo iniziò ad appassionarsi alla sociologia e soprattutto all’opera di Auguste Comte, il filosofo reputato da molti come il padre delle scienze sociali.
Più di mezzo secolo prima, Comte aveva formulato una teoria secondo cui la storia è divisa in tre fasi: nella prima fase, o stadio teologico, il pensiero è legato a forme e credenze religiose – è il tempo in cui vincono oscurità e superstizioni; nel secondo stadio metafisico si impone il pensiero filosofico astratto rappresentato dall’atteggiamento socratico e, in età moderna, da quello cartesiano; nello stadio positivo, infine, si ha lo sviluppo della scienza moderna e l’avvento della sociologia, ultima fase di sviluppo della conoscenza. Secondo Comte, grazie all’analisi sistematica del comportamento e delle istituzioni, la sociologia avrebbe portato l’umanità verso uno stato di benessere mai avuto prima, avrebbe portato alla società perfetta.

Dopo una breve esperienza da partigiano, nel ’45 Franco Ferrarotti si iscrive alla facoltà di filosofia dell’università di Torino. Siccome doveva mantenersi per vivere, lavora come traduttore per la nascente casa editrice Einaudi, il cui padrone, Giulio Einaudi, “era famoso per non pagare affatto gli autori e per pagare poco, e sempre in ritardo, i traduttori”. (nota 2, da Pane e Lavoro).
Sulla spinta di Cesare Pavese, redattore della casa editrice e che, come vedremo, avrà un’influenza cruciale per la vita del giovane, Ferrarotti traduce le opere di importanti scrittori e soprattutto di sociologi, tra cui Rito religioso – studi psicanalitici di Theodor Reik e la famosa Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. Alcuni anni più tardi, sul sociologo norvegese scriverà anche la tesi di laurea, una tesi che discuterà con il filosofo esistenzialista Nicola Abbagnano.

Tradurre, dal latino traduco, vuol dire traghettare qualcosa da una riva all’altra, da due regioni diverse e che apparentemente non hanno in comune. Tradurre però non è soltanto esprimere qualcosa con un’altra lingua, ma è ricerca del vissuto che ha portato alla formazione di un’opera, comprendere il contesto che sta dietro a un autore e quindi gli usi, i costumi e la lingua di una nazione. Forse, traducendo, Franco Ferrarotti stava già facendo analisi sociologica. Ogni uomo nella sua vita compie quel tipo di conoscenze che lasciano un segno. Conoscenze che trasformano, che redimono, che salvano talvolta. Sono quel tipo di conoscenze che avvengono per caso e che allo stesso tempo sono richiamate da un destino indecifrabile. Durante la sua gioventù, Franco Ferrarotti fece almeno tre conoscenze di questo genere.

Cesare Pavese

Cesare Pavese

La prima fu quella con Cesare Pavese, lo scrittore piemontese legato alla sua terra d’origine e che nutriva, come Ferrarotti stesso racconta (nota 2, ivi), una specie di avversità verso la vita di città rappresentata, per lui, dai salotti intellettuali borghesi. In Lessico famigliare, Natalia Ginzburg – che era molto più integrata all’establishment salottiero – descrisse Pavese come goffo, quasi come un ingenuo ragazzone; in realtà, quella dello scrittore era la voglia di mantenere la propria identità di “contadino langarolo” e di non lasciarsi contaminare dalla città con le sue aride sovrastrutture.
Cesare Pavese conobbe Ferrarotti durante gli anni della Resistenza e si prese a cuore le sorti di questo giovane di belle speranze. Egli conosceva l’interesse di Ferrarotti per le scienze sociali e così fu lui che lo spinse a tradurre gli scritti di Reik e di Veblen; ma il suo vero insegnamento, che rimarrà impresso nel cuore del giovane, fu quello di non lasciarsi mai omologare dalle forme ideologiche dominanti e di andare avanti sempre per la propria strada. Scrive Ferrarotti: “Per fortuna avevo in casa editrice Einaudi un santo protettore che rispondeva al nome di Cesare Pavese”. (Questo tutto come nota: Assente lui, subentrava come santo d’emergenza, comunque in subordine, il filosofo Felice Balbo” scrive Ferrarotti stesso (nota 3, ivi) – Felice Balbo fu l’altro grande “protettore” e mentore del giovane sociologo a quel tempo. nella casa editrice.

Un insegnamento per certi versi simile arrivò a Ferrarotti da parte Nicola Abbagnano, conosciuto in occasione della preparazione della tesi di laurea. “Una presenza rassicurante” quella di Abbagnano che lo accompagnerà negli anni della formazione ma anche in seguito, e che mostrò, al di là delle differenze di età o di posizione, un’autentica amicizia, quasi un’affinità dello spirito basata su quella compresenza che è anche assenza, cioè quel tipo di esperienza fatta di silenzi e discorsi non pronunciati che avviene quando chi è davanti a te è della tua stessa natura. In realtà, colui con il quale Ferrarotti avrebbe dovuto discutere la tesi di laurea era Augusto Guzzo, titolare della cattedra di filosofia teoretica e crociano con contaminazioni cattoliche, “contradictio in adjecto” come Ferrarotti stesso osserva (nota 4, Pane e Lavoro). Davanti alla proposta del giovane di discutere una tesi su Veblen, Guzzo oppone un netto rifiuto: risponde che la sociologia è una scienza all’acqua di rose, non accettabile per chi vuol fare autentica episteme. Se Ferrarotti avesse proposto una tesi su Fichte, su Hegel o perlomeno su Marx, forse la sua carriera accademica sarebbe stata assicurata.

Ed invece da buon idealista, pur non essendo affatto idealista, Ferrarotti decise: o la sociologia, o niente. L’abbandono. La resa. In queste circostanze, le misteriose forze che operano nell’universo vennero in suo soccorso proprio nelle vesti di Nicola Abbagnano, il solo docente disposto ad infrangere il tabù culturale della sociologia e a discutere con lui una tesi su Veblen.
Iniziò così la lunga amicizia tra i due, un‘amicizia che porterà alcuni anni più tardi alla nascita de I quaderni di sociologia, una rivista incentrata sulle tematiche sociali in cui l’anziano professore, maestro della cultura italiana, accoglieva i propositi del giovane campione della sociologia, scienza bandita in Italia da oltre mezzo secolo. Per giunta Abbagnano concesse che Ferrarotti diventasse il direttore della rivista e lui il suo vice: un unicum, o quasi, nella storia dell’università italiana. E così, nell’estate del ’51, uscì il primo numero dei Quaderni, un successo che andrà avanti negli anni e che darà soddisfazioni al suo direttore; l’anno successivo arriveranno addirittura i complimenti del Presidente della Repubblica, Giulio Einaudi, il quale si congratulava riguardo uno studio su una regione agricola del Canavese.

ConcretaUtopiaLa terza conoscenza cruciale per la vita di Franco Ferrarotti, e forse quella decisiva, fu senz’altro quella con Adriano Olivetti. Nell’autunno del ’48, a casa del dr. Carlo Lervi, fratello di Natalia Ginzburg e di sua sorella Paola, prima moglie di Olivetti, Ferrarotti incontra l’imprenditore delle macchine da scrivere e dei primi computer. Negli anni precedenti Ferrarotti era stato all’estero, un anno a Parigi e poi a Londra, dove aveva lavorato, studiato e affinato la conoscenza delle lingue, traducendo i libri che Cesare gli aveva affidato insieme al consiglio secondo cui “una ragazza è sempre il modo migliore di conoscere una lingua”. Tornato in Italia, Ferrarotti vive “a là belle etoile, all’avventura, un po’qui e un po’ là, sperando in giorni migliori, ma senza troppa fretta e patemi”.
Come lo stesso sociologo ricorda, nella sua autobiografia Pane e lavoro, a quel tempo frequentava ogni manifestazione, festa o incontro culturale, “specialmente se si prevedevano rinfreschi e tramezzini”, tecnica che non è utile solo per vincere i morsi della fame, ma necessaria a qualunque giovane voglia introdursi nel bel mondo della cultura.

E così nel ’48, poco dopo il suo ritorno in Italia, avviene il fatidico incontro con Adriano Olivetti. Chi è stato, o meglio, cosa abbia rappresentato questo personaggio per il nostro paese è questione che la storiografia deve ancora chiarire – e più avanti si potrà leggere qualcosa in proposito. Per ora limitiamoci a ripetere le etichette che vanno tanto di moda: visionario, profeta, imprenditore del capitalismo dal volto umano, lo Steve Jobs italiano o anche imprenditore rosso, come lo avevano soprannominato gli uomini della Confindustria del tempo.
Ma per far intendere cosa scuoteva l’immaginario di un uomo del genere, si può richiamare alla memoria il primo incontro avvenuto tra lui e Ferrrarotti, e le parole che fecero decidere all’imprenditore di Ivrea di assumere il giovane, all’epoca neanche venticinquenne, come dirigente alla Olivetti. Ferrarotti prende a parlare delle riforme laburiste in Inghilterra. “Che paese stupendo” osserva Olivetti. “Danno il benservito a Churchill, che ha vinto la guerra, e comprendono che solo i laburisti potranno risolvere i problemi del dopoguerra”. (nota 7, ivi) Ferrarotti obietta, quasi sfacciatamente, che le riforme laburiste non andranno ad influenzare la vita delle persone, sono soltanto dei dispositivi vuoti e senza influenza nella realtà.

Al contrario, Ferrarotti ritiene che per cambiare la società e le condizioni di vita, nelle miniere come negli uffici, “non occorre socializzare la proprietà, ma bisogna socializzare il potere”. Olivetti è colpito. Capisce che si trova davanti un ragazzo intelligente, brillante, fuori dal comune e così gli fa una proposta che non può rifiutare: andare a lavorare da lui alla Olivetti.
E così iniziò il lungo sodalizio tra Ferrarotti e Olivetti, un’avventura che portò l’azienda piemontese fino al primato mondiale nel settore delle macchine da scrivere, anche grazie ad alcuni prodotti altamente innovativi come la mitica Lettera 22. La parabola della Olivetti culminerà nel ’58 con l’acquisizione della Underwood, il colosso americano del nascente settore informatico, ma che terminerà prematuramente due anni dopo quando Adriano Olivetti morirà, per trombosi cerebrale, sul treno Milano-Losanna. In quegli anni, Ferrarotti è il consigliere personale dell’imprenditore e viaggia in tutto il mondo per promuovere gli ideali di Comunità, contribuendo in maniera decisiva all’acquisizione di importanti stabilimenti: in India, ad esempio, convince gli interlocutori parlando della salvaguardia del territorio e dell’importanza della comunità nello sviluppo industriale, temi fondamentali nella visione politica di Adriano Olivetti.

Questo testo di Mario Sammarone è una rielaborzione sintetica del suo libro “Il mito della sociologia – intervista a Franco Ferrarotti” (Edizioni Solfanelli).

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