Com’è essere un essere umano? – “Il piccione seduto su un ramo” di Roy Anderson

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Il piccione, silenzioso osservatore, vola. Posandosi su un ramo osserva gli esseri umani che non hanno che un leggero affanno e il tempo da loro vissuto diviene un teatrino di nero velluto.

Piano sequenza nella sala da ballo

PIANO SEQUENZA NELLA SALA DA BALLO

Non capita spesso che successivamente alla proiezione stampa si urli entusiasti al Leone d’Oro. Ricordo bene il giorno che andai a far la fila per Roy Andersson e il suo “En duva satt pa en gren och funderade pa tillvaron” ossia “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence”. Un titolo che già di per sé è pura poesia, un haiku accompagnato da sequenze filmiche che sancisce la fine della trilogia di Andersson sull’essere umano, cominciata con “Canzoni del secondo piano” e “You, the living”.

Sapevamo che in quel momento il Leone d’Oro era arrivato. Lo sapevamo sin dal secondo: “mi fa piacere sentire che le cose vanno bene. Sì, dico, mi fa piacere sentire che le cose vanno bene.” 

Le luci della Sala Grande si spengono, parte l’intro ormai familiare della sigla d’apertura realizzata da Simone Massi e al via la favola dai toni malinconici che farà sì che il piccione, appollaiato su un ramo a riflettere sull’esistenza, vinca sul leone.

Il primo elemento che si nota sullo schermo è la luce quasi artificiale che non riflette le presenze dai toni mortiferi dei personaggi,

PRIMO PIANO SEQUENZA

PRIMO PIANO SEQUENZA

che uno ad uno, sfilano nei diversi momenti, così apparentemente diversi ma profondamente uniti da un filo che diviene confine tra sogno e realtà. Il tutto comincia con camera fissa su una stanza di un qualche museo naturale che vede, immerso nel biancore delle pareti, un uomo che osserva gli scheletri conservati nelle vetrine e la moglie, dall’altra parte della stanza, osserva e attende. Noi osserviamo come se, alla stessa maniera di quell’uomo, fossimo dalla parte opposta del vetro guardando loro stessi imbalsamati e museificati. Condizione dell’uomo? Non si sa.

Dei titoli bianchi su sfondo nero, accompagnati da una melodia dai toni delicatamente comici, introducono tre episodi sulla morte. Ironia pura e delicata con (1) un uomo paffuto che muore d’infarto cercando di aprire una bottiglia nel mentre che la moglie canticchia in cucina, (2) un’anziana donna vuole portare con sé in paradiso la borsa con dentro i gioielli mentre i figli cercano di riprendersela, (3) un cliente muore dopo aver pagato il conto in un ristorante su un traghetto.

MORTE N.3

MORTE N.3

L’assurdità della vita! Un’ironia che ci condurrà ai due personaggi che (e qui gran sorriso) si occupano del settore del divertimento vendendo oggetti “per far ridere le persone, alle feste in casa o in ufficio”. Nella loro valigetta portan sempre con sé i denti da vampiro con i canini extra lunghi, il sacchetto che premi e ride ed infine, con tanta fiducia in esso, la maschera di zio Dente Solitario. Dei classici! Tra leggere liti, riappacificazioni, momenti di infinita tristezza, cominciamo a seguire i due uomini passare da un negozio all’altro, dal dormitorio in cui vivono al bar dove vengono interrotti dall’entrata in scena di un cavallo che, seguito dalla gendarmeria, farà entrare il giovane re Carlo XIII (vissuto nella realtà alla fine del 1600) assettato di acqua minerale.

39 piani sequenza, ognuna delle quali un dipinto in cui lo sguardo dello spettatore non può soffermarsi esclusivamente su ciò che è centrale o in primo piano ma deve vagare per scoprire quasi dei segreti nascosti nelle figure ai lati, negli oggetti che creano la composizione. Dettagli che prendon vita.

La stravaganza della normale quotidianità dell’essere umano è la parola chiave. Tra scimmie sottoposte a sperimentazione, sale da ballo e flashback negli anni ’40 sotto le note di “Glory glory hallelujah” cantata nella locanda di Lotta la Zoppa rimandano ad una

I DUE VENDITORI AMBULANTI DENTRO IL DORMITORIO

I DUE VENDITORI AMBULANTI DENTRO IL DORMITORIO

visione della vita che rende questo film un capolavoro a tutti gli effetti ed il tempo diviene il protagonista, punto ultimo della pellicola. La nostra vita è un corpo in balia del tutto e non ci si aspettava certo che il pubblico apprezzasse a gran voce questo capolavoro. Difficile da cogliere se il distacco causato dalla monotonia esterna viene portato con sé anche all’interno della sala cinematografica, scatola di esperienze sensoriali per eccellenza. Come mi ha detto lo stesso sceneggiatore e regista Amir Naderi davanti ad una tazza di caffè “ Roy Andersson ha creato poesia”.

La fortuna è che anche chi non era presenta al festival potrà godersi questa visione grazie alla notizia diffusa dalla Lucky Red che prende sotto la sua ala il piccione e lo accompagnerà nella sua distribuzione presso le sale italiane, anche se per problemi pratici (urge doppiaggio) e contrattuali lo vedremo solo all’inizio del 2015. Segnatevelo!

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