Ci sono sempre dei fiori

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Bambini, adolescenti e adulti sono, a oggi, categorie confuse e accumunate da domande irrisolte che appiattiscono la loro volontà di sentimenti su di un unico, scivoloso piano. Così cadere e procurarsi dolore diventa più facile.

La filosofia nasce dalla meraviglia diceva Platone. Chi, più dei bambini è in grado di essere trascinato da moti di pura meraviglia? E di porsi le domande e gli interrogativi che la meraviglia inevitabilmente suscita?

Oltre l’inglese, sarebbe auspicabile introdurre nelle scuole elementari anche un primo, semplice, studio della filosofia. Già dai quattro anni i bambini si lasciano attraversare dallo stupore del mondo e con i loro semplici “perché?”. Si pongono quesiti con cui cercano di orientarsi nella vita, chiedendo perché un uomo può essere malvagio verso un suo simile o qualunque altro essere vivente o che necessità c’è di morire. O perché non tutti i bambini hanno lo steso colore di pelle.

Queste domande non vanno trattate come ingenue richieste alle quali dare un responso distratto: occorre che abbiano una risposta netta e precisa, come del resto la domanda richiede, ma data possibilmente nell’ambito di un discorso che non sigilli la domanda in una lapidaria sentenza, ma lasci aperto un ventaglio di possibilità che possono essere in seguito argomentate. Solo questo spalanca alla pluralità delle voci, alla tolleranza delle opinioni altrui e, dunque, al concetto di democrazia.

La scuola e il sapere che impartisce tende spesso a dare risposte a domande che nessuno si è posto. Ma è la domanda il primo mattone per la costruzione del sapere ed essa può mantenersi viva con la curiosità infantile prima e la condotta filosofica in seguito. Se l’infanzia genera l’interrogazione, lo studio della filosofia insegna a mantenersi nell’interrogazione per non seppellire il cervello tra le opinioni diffuse che evitano la fatica del pensare e crearsi un’opinione propria. Quello che manca, forse, è proprio un’educazione al pensiero piuttosto che l’impartire la desueta istruzione nozionistica.

Educare i bambini a un buon uso della vita è un compito delicato, che non si esaurisce quando essi crescono ed entrano nel periodo adolescenziale. È drammatico constatare come i giovani adolescenti soffrano di una sorta d’ignoranza emotiva che li fa sembrare incapaci di sperimentare ed esprimere i sentimenti.

Il sentimento non è una dote naturale poiché si acquisisce e il modo principale per farlo è, nella società industrializzata, attraverso la lettura e i libri. Tramite i romanzi si apprende cosa è il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, la passione, in generale tutta la vasta fenomenologia dei sentimenti umani; ma se nessuno, scuola compresa, insegna e guida verso l’affetto per i libri, allora il sentimento nei giovani non evolve, rimane bloccato a uno stadio primordiale d’impulso o, al massimo, emozione.

neonata-ride-con-papa_1I sentimenti dunque si apprendono, ma questo diviene possibile se l’adolescente ha già tracciato in sé mappe emotive che lo possono guidare nella costruzione di relazioni e legami. Tali mappe sono fondamentali poiché diventano il modo con cui si fa esperienza; se le mappe non sono formate tale esperienza avviene a caso e non è mai del tutto elaborata.

Le mappe emotive, utili ad accorgersi del mondo e a reagire agli eventi, si formano attraverso la cura che i bambini ricevono nei primi tre anni di vita durante i quali devono essere seguiti, accuditi e ascoltati. La nostra società non è purtroppo idonea per allevare figli poiché i genitori, per sopravvivere, devono lavorare in due e questo porta a sottrarre tempo da dedicare per la cura dei figli. Quando ciò accade, si crea nei bambini l’idea di non essere interessanti e di non valere nulla. La formazione delle mappe emotive subisce dunque un arresto rimanendo a livello d’impulso.

Gli impulsi sono fisiologici e naturali. La loro naturale trasformazione in emozioni prevede che, mentre l’impulso si esprime attraverso il gesto, l’emozione viva della risonanza a livello conscio di ciò che si compie e di quello che si vede. Da qui parte l’evoluzione in sentimento che mostra pertanto una componente emotiva ed un’altra cognitiva, legata all’apprendimento.

La mancata formazione delle mappe emotive comporta reazioni inadeguate rispetto agli eventi vissuti. Gli adolescenti cresciuti da bambini non curati e seguiti nel giusto modo diverranno sofferenti di psicopatia o psico-apatia ossia una “apatia della psiche”, disturbo per il quale l’individuo non sviluppa una risonanza emotiva difronte alle azioni compiute e gli eventi a cui assiste. Non sentire più la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che grave e ciò che non lo è. Essere privi della percezione che gli altri uomini sono in tutto e per tutto simili a noi: tutto questo denota una mappa emotiva non costituita.

Oggi molto è permesso. La società è opulenta e complessa e non semplice come una volta dove i confini tra il permesso e il proibito, il bene e il male, erano ben evidenti. Si estingue il desiderio negli individui, soprattutto adolescenti, mettendogli a disposizione o regalando loro qualsiasi cosa, anche quello per cui non hanno fatto espressa richiesta. Questo zittisce la loro volontà di desiderio e conduce verso l’apatia della psiche.

Può la scuola intervenire per fornire aiuto anche in questo caso? La risposta sta sempre nello sviluppare l’amore verso le cose. Platone sosteneva come l’apprendimento avviene per via “erotica”, intesa come una forma di amore sviluppata per via culturale: a scuola, i professori, dovrebbero divulgare la propria materia in un modo che sappia appassionare i giovani per avvicinarli a livello emotivo e riuscire poi a invogliarli a riflettere.

E gli adulti? Qual è il loro atteggiamento rispetto al pensare, al porsi domande per arricchire di nuovi tracciati le proprie mappe emotive e non restare apatici difronte a quanto accade o all’intensità delle proprie emozioni? Ci aiuta a scoprirlo una recente ricerca condotta da alcuni psicologi dell’Università della Virginia, a Charlottesville, impegnati a studiare la capacità di astrarsi dall’ambiente in cui si è e concentrarsi su di sé e i propri pensieri.

Un gruppo di volontari, privati di cellulari e altri apparecchi per comunicare con l’esterno, sono stati lasciati soli in una stanza scarsamente arredata per un periodo compreso tra i 6 e i 15 minuti, con il compito di immaginare, in questo tempo, un’attività piacevole. Interpellati per esprimere un voto sull’esperienza, la media ha risposto “così così” e metà ha valutato la prova in modo negativo.

Il medesimo esperimento, ripetuto nell’abitazione dei soggetti partecipanti, ha dato i uguali risultati, con la differenza che metà dei soggetti ha ammesso di avere controllato i messaggi sul cellulare, scritto o scarabocchiato qualcosa, insomma si sono tenuti impegnati con un’azione che richiedesse l’uso del corpo.

Il risultato più sorprendente si è avuto quando l’esperimento è stato condotto in una stanza dove era concessa, come unica distrazione al pensare o riflettere, la possibilità di sottoporsi a piccole scariche elettriche. Ebbene, un numero considerevole di soggetti (12 uomini su 18 e 6 donne su 24) ha approfittato di questa possibilità; dunque impegnarsi in qualcosa di spiacevole, come farsi attraversare da una scossa, era meglio che fermarsi e far lavorare la mente in solitudine; un uomo insolitamente annoiato avrebbe addirittura premuto il tasto per ricevere la scossa ben 190 volte!

20ffafbd40b9b59c27dd66f62fd3bb21Il dott. Wilson, coordinatore della ricerca, spiega come sognare a occhi aperti capita a tutti, ma è piacevole solo se avviene in modo spontaneo. I risultati ottenuti non sono, infatti, la diretta conseguenza del ritmo frenetico della società moderna nella quale ci si trova immersi ma, piuttosto, sottolineano un meccanismo con il quale funziona la mente umana: essa si è evoluta per mettersi in relazione con il mondo esterno, nella necessità di essere vigile per affrontare i pericoli e cogliere opportunità, e tale attività è prioritaria, anche a prezzo del dolore fisico. La crescente dipendenza dalla tecnologia sarebbe utile ad allontanare la noia di rimanere inoperosi, ma alla fine potrebbe inaridire il nostro coinvolgimento mentale nei confronti dell’esterno. Dunque la tecnologia rappresenta senza dubbio un valido aiuto, peraltro immediatamente disponibile, ma che ci allontana e rende ancor più difficoltoso abbandonarci alle divagazioni della mente. S’instaura così un circolo vizioso per il quale, sempre meno abituati a rimanere soli con i nostri pensieri, finiamo per trovare tale attività più difficile e meno piacevole rispetto alla moltitudine di  stimolazioni provenienti dall’esterno e, quindi, ad evitarla con ogni mezzo a nostra disposizione.

Il prossimo passo dei ricercatori che hanno condotto lo studio sarà proprio quello di capire se un training di formazione in meditazione o tecniche di controllo del pensiero possano essere utile alle persone per recuperare il piacere di abbandonarsi ai propri pensieri senza patemi e aumentare così il benessere a lungo termine senza impegnarsi in attività esterne.

“Ci sono sempre dei fiori, per chi vuole vederli”. Lo ha detto il pittore Matisse. Cerchiamo dunque di rispondere sempre ai nostri bambini e insegniamo ad amare agli adolescenti; e per noi vecchi, pardon, saggi? Dobbiamo osservare la realtà senza aver paura di produrre su di essa i nostri pensieri, decidendo in seguito se consentire loro di svilupparsi o no. Ciò che importa è lasciare aperta una pluralità di occasioni, per indagare la realtà da punti di vista diversi: forse, così, capiremo l’alto valore che possiede e ci dona la libertà.

Sitografia

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/09/11/se-bimbi-studiassero-platone.html

http://wisesociety.it/incontri/umberto-galimberti-la-nostra-societa-ad-alto-tasso-di-psicopatia-non-e-adatta-a-fare-figli/

http://www.psicosocial.it/preferisce-scosse-elettriche-anziche-pensare-per-15-minuti/http://www.lescienze.it/news/2014/07/04/news/solo_pensare_spiacevole_meglio_l_azione_farsi_male-2203612/

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Un bell’ articolo che non avevo ancora letto e che compendia con efficacia e rapidità concetti vasti. Molto significativo per me il rilievo dato all’ importanza della lettura nella formazione dei sentimenti, che vanno a guidare la nostra vita. Ho sempre letto, fin dalla prima infanzia, per un bisogno del tutto personale, perché la mia era allora una famiglia che doveva faticare per mettere insieme il pranzo con la cena. Leggevo e rileggevo i libretti del catechismo che mi venivano regalati dalle operose suorine del mio paesello natio, leggevo e rileggevo il libro di lettura scolastico, i pochi libretti delle favole che ricevevo talvolta, coi preziosi mandarini, da Santa Lucia. Leggevo e rileggevo persino il libriccino del ” Ricettario Bartolini”. Bastava leggere, non importa per quante volte: mi pareva di scoprire sempre qualcosa di nuovo fra le righe. Ero adolescente quando puntai i piedi per andare alle vendemmie di settembre da lì in poi, aiutando nell’ attività di famiglia solo dopo le diciassette- in settembre-perché volevo comprarmi i libri e i romanzi che riempivano l’unica ma ben fornita libreria della cittadina in cui crebbi. E, per intuito, istinto, quel che sia, riempii piu’ avanti nel tempo la mia casa di libretti di favole che leggevo ogni sera ai miei bambini, anche se ero stanca morta per il faticoso lavoro unito alla cura della famiglia e della casa. Sovente, m’ addormentavo io, seduta sul parquet, la testa appoggiata al muro, anziché loro. Mi svegliavano con le loro vocine :- Leggi ancora mamma, leggi! Quando furono più grandicelli fu il loro papà a darmi il cambio, leggendo loro ogni sera le fiabe e le leggende delle bellissime montagne che visitavamo d’ estate.
    Parlando e scrivendo si ricordano eventi sepolti nella memoria. E mi sovviene che a quei tempi circolavano teorie su una presunta nocività delle favole per i bambini, sicché ne parlai, assieme a colleghe coetanee, con le colleghe anziane che i figli li avevano già adulti e pure genitori alla pari di me. Ricordo le loro lapidarie, ma non peregrine, considerazioni sul fatto che al mondo salta fuori sempre una qualche novità a turbare la quiete faticosamente conseguita: loro non erano morte ascoltando le favole antiche, i loro figli neanche, e nemmeno noi , giovani mamme troppo inclini a lasciarci suggestionare da tutte le teorie circolanti, che all’ epoca non erano neanche poche. Aggiunsero che il vero problema non sarebbero stati i bimbi che leggevano , ma quelli che non leggevano. Due favole non volli però mai leggere ai miei piccoli: quella di Hansel e Gretel e di Pollicino perché mi sembrava troppo terrificante l’ azione dei genitori di abbandonare nel bosco i figli a causa della miseria. I miei figli conobbero le due favole grazie alle bibliotechine scolastiche che avevano edizioni ridotte ma buone di libretti adatti ai bambini. Quando mi raccontarono di queste favole assieme ai loro compagni in occasione di un compleanno, chiesi ai bambini in generale cosa ne pensavano. Saltarono fuori giudizi sul fatto che dev’ essere brutto non aver da mangiare, che il bosco era un luogo pericoloso, ma che si potevano superare i rischi con l’ intelligenza, che i genitori fanno sbagli come tutti, no?, ma che le cose erano finite bene perché i bambini sanno comportarsi, no?, quasi più dei grandi. Erano presenti alcune mamme di quella dotta combriccola imbrattata di crema pasticcera e nutella. Ci guardammo negli occhi stupite e divertite.Un’ amica mi chiese se veramente io avessi interdetto ai miei figli le due favole in questione, guardandomi sorpresa e perplessa.
    Raccontai il fatto ad una delle colleghe anziane con le quali avevo parlato delle favole tempo prima. Mi rispose semplicemente che ero donna di poca fede, che i bambini avevano bisogno di conoscere , nei modi opportuni , le realtà per poterle elaborare, per formarsi un’ idea del mondo, per formare il loro sentire e il loro modo di giudicare e mi chiese perché mai ero stata paurosa : stesso sguardo sorpreso e perplesso della mia amica.
    I miei figli hanno ricevuto in dono e poi liberamente acquistato tanti bei libri e romanzi. Sono tutti qui, così come loro li hanno ben ordinati, nelle loro stanzette d’ un tempo.Li ho letti quasi tutti anch’ io e mi viene spontaneo pensare che le ottime letture di cui seppero circondarsi in giovane età, siano state per loro compagnia, campo di riflessione, guida nel consolidare gli aspetti valoriali che la famiglia trasmetteva loro. Ho cercato di seminar fiori.
    Avevano comunque ragione le colleghe anziane: il vero problema sono stati, accanto a loro, coloro che non hanno letto nulla, costringendo magari a forza chi leggeva, studiava, rifletteva e si applicava a “passare” sottobanco versioni, traduzioni, temi, problemi e quant’ altro.

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