Viaggio verso il mare

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Fino a dieci anni non avevo mai visto il mare da vicino. Dalla finestra della mia casa di Pedrolara, a mezza costa nella  piccola frazione del Comune di Coriano, in quel di Rimini, lo vedevo, in lontananza, ogni giorno, in tutte le stagioni.

Mi resta impresso il mare d’estate: una pennellata di blu ed azzurro e le macchie bianche delle vele. In altre stagioni la pennellata blu o azzurra lasciava il posto ad una riga cerulea, a volte la riga era venata di diverse tonalità di verde, dal verde acqua marina a un verde smeraldo, tonalità di verdi che ha  solo il mare Adriatico.

contadiniNella realtà non sapevo cosa fosse  veramente il mare ed ero  privo di un’idea precisa. Lo percepivo come qualcosa di immateriale, qualcosa di astratto, come fosse una visione, qualcosa di irreale. A quei tempi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a noi bambini capitava raramente di essere portati al cinema, né c’era la televisione e quindi il mare era solo un’immagine della fantasia.

Allora avevo chiesto tante volte ai miei genitori di portarmi al mare,  ma la mia richiesta non fu mai soddisfatta. Dovevano pensare allora a ben altre cose. La guerra era finita da poco e il babbo e la mamma facevano un po’ di tutto per cercare di  sfamare cinque figli e non sempre ci riuscivano.

E mentre i giorni trascorrevano lenti e uguali continuavo a guardarlo da quella finestra e il desiderio cresceva sempre di più, soprattutto durante le estati.

Il mare che vedevo era il mare davanti  a Riccione. Per arrivarci anche con la  bicicletta un’ora era più che sufficiente. Ma per me il mare era come fosse sulla luna.

Finchè un giorno Pietro, detto Noci, fece una cosa che solo lui poteva fare e che non ho mai dimenticato. Un personaggio vero, eccentrico, imprevedibile, iroso e dolce nello stesso tempo, ma soprattutto generoso. Era piccolo di statura, tutto nervi e muscoli, più nervi che muscoli. Quando capitava di toccarlo era come toccare un pezzo di ferro.

Era rimasto colpito in una spalla durante l’ultima guerra mondiale e portava i segni di una terribile ferita. Aveva due figli maschi che ancor’oggi ogni tanto incontro. Noci possedeva un carrettino con due ruote di bicicletta, più o meno largo come un tavolo da cucina. Lo attaccava alla  bicicletta e lo usava per i suoi spostamenti e per la sua “attività” che non si sapeva bene quale fosse . Su quel trabiccolo  portava a casa un po’ di tutto. Anche per lui, senza moglie, sfamare  e vestire i suoi due figli doveva essere un’impresa non da poco.

entroterra-veduta-mare-grandeUn giorno d’estate mi disse che ci avrebbe portato al mare insieme ai suoi figli che trascorrevano parte del loro tempo a casa mia. Venne, da lì a poco, il giorno del “lungo viaggio”.

Sul carrettino salimmo io e altri due amici, più i suoi due figli. Partimmo al mattino di buon’ora per evitare il caldo. Mi chiedo ancora oggi  come quell’uomo, così  piccolo, trovasse la forza di pedalare e portare quel carico umano fin sulla spiaggia di Riccione.

Al manubrio della bicicletta appese un’enorme pentola ripiena di pasta coi fagioli che aveva preparato la sera prima. Quello sarebbe stato il nostro pranzo. Salimmo sul trabiccolo ammassati l’uno sull’altro. Ci guardavamo in faccia, increduli, come per chiederci se fosse tutto vero.

Noci alzandosi sui pedali e spingendo con tutta la forza che aveva nei muscoli, fece muovere lentamente  il “mezzo di trasporto” col quale, per la prima volta nella mia vita, avrei raggiunto il mare. Percorremmo una piccola vallata incuneata fra le colline di Pedrolara e Coriano  vicino al cimitero militare degli inglesi e loro alleati, una distesa di croci bianche, oltre tremila, e ogni croce un giovane soldato morto in quei luoghi per liberarci dal nazifascismo.

Noci continuava a pedalare, a volte alzandosi dalla sella, con tutta la forza che aveva nelle gambe. Indossava pantaloncini corti tipo militare e mentre pedalava sembrava che i muscoli delle gambe gli schizzassero dai polpacci. Le braccia, nel loro sforzo, mostravano anch’esse muscoli che sembravano d’acciaio. L’uomo era piccolo ma aveva una forza incredibile. Sicuramente sapeva che l’impresa era possibile  se è vero che aveva deciso di organizzare quel viaggio verso il mare e con quel triciclo.

Il cimitero di guerra di Coriano raccoglie le salme di 1.940 soldati del Commonwealth

Il cimitero di guerra di Coriano raccoglie le salme di 1.940 soldati del Commonwealth

Pedalò quasi ininterrottamente, forse perché voleva che quella fatica finisse al più presto e pensando sicuramente alla gioia che avremmo provato quando ci saremmo trovati di fronte al mare. Quella sua fretta di arrivare mi fa venire in mente, oggi,  la risposta che il grande e indimenticabile Pantani diede ad un giornalista che gli domandava perché mai, in salita, andasse così forte. E  lui gli rispose: “Perché così  finisce prima la fatica e la sofferenza”.

Oggi pensando a quel “viaggio”, (il secondo vero viaggio della mia vita; il primo è stato quello da casa mia, nel 1948, al crocevia di Pedrolara, 200 metri di notte fatti da solo – avevo 6 anni – per vedere  “la Madonna Pellegrina” e pensando alla pedalata di Noci e allo sforzo immane che compì, mi tornano alla mente i conduttori di risciò che ho visto in India, veri e propri animali da soma, che ogni giorno, e così finché avranno la forza sufficiente per continuare, trasporteranno persone per poche rupie.

Durante il tragitto noi bambini non ci lasciammo mai andare a schiamazzi o grida e so per certo che lo facemmo per rispetto verso chi, in quelle ore di calura, faticava per la nostra felicità. Ricordo ancora l’ansia di arrivare e pensavo a quello che avrei trovato, cose sicuramente che non avevo mai visto prima.

I miei “viaggi” immaginari allora mi creavano turbamenti allorquando guardavo dal podere di mio nonno paterno, in cima alla collina di Pedrolara, tutto ciò che si estendeva a 180 gradi, gli altri 180 gradi costituivano l’altra metà che era solo mare. Guardavo la piccola valle scavata dal Rio Melo verso le colline di Montescudo e Montecolombo e alle loro pendici, in prossimità della riva del fiume, vedevo piccole case isolate di contadini e pensavo a quelli che abitavano  in luoghi così remoti e solitari e il solo pensiero destava in me timori ma anche grande curiosità.

Continuando il viaggio verso il mare, dopo aver percorso il Vallone si svoltava e si arrivava fino all’Osteria del Fiume, poi si entrava a San Lorenzino (dove vidi l’ultima Mille Miglia) e da qui iniziava l’attraversamento della periferia di Riccione e poi i viali con ville bellissime e grandi giardini. Cose mai viste e mai pensate.

viale-ceccarini-vecchiaMi chiedevo chi fossero le persone che le abitavano e come si poteva essere padroni   di case così inimmaginabili per noi che vivevamo in case piccole e mal ridotte. Ricordo come le persone che incrociavamo ci guardassero incuriosite vedendo  quel “grappolo” di bambini su quel trabiccolo e quel piccolo uomo che pedalava a fatica e la pentola che sbatteva contro il manubrio. Adesso che ci penso Noci mi ricorda Dersu Uzala il personaggio dell’omonimo film di Kuroshawa ambientato in Siberia.

Dopo le ville, apparivano i primi alberghi, i bar e i ristoranti,  anche questi mai visti nella mia vita fino ad allora. Rimasi affascinato dalle auto in sosta e da quelle che transitavano. C’erano sì le Topolino, le Giardinette che, ogni tanto vedevo passare anche nelle strade polverose di Pedrolara, ma erano quelle scoperte, le spider, che mi incantarono e che lasciarono in me, da allora, il desiderio, un giorno, di poterne avere una. Desiderio che fino ad ora, già settantenne, non ho potuto soddisfare, ma non ho, comunque, mai smesso di pensarci. Chissà!

Il nostro “sbarco” era avvenuto  in  località Alba e fu qui che “toccammo spiaggia” dove c’erano ancora le dune, poi le cabine e le tende (allora non c’erano ancora gli ombrelloni) e la gente, tanta gente. Non avrei mai pensato che davanti al mare e sulla spiaggia ci fossero tante persone. All’improvviso davanti a me il mare, anzi sopra di me, perché era come se mi sovrastasse. La riga lunga e blu si estendeva all’infinito. Con sgomento mi chiesi dove finisse e cosa ci fosse oltre l’orizzonte e dove avrebbe avuto, semmai, una fine. Non potevo immaginare che il mare avesse anche un profumo e incredibilmente una voce.

riccDalla mia finestra lo  osservavo perennemente muto. Quel giorno il mare era agitato e da vicino era tutt’altra cosa da come lo  vedevo dalla mia finestra. Non più  una pianura di acqua senza fine, ma una creatura in movimento, una cosa viva, che  muggiva ogni volta che si infrangevano le onde, i “cavalloni”.

Noci ci avvisò che dovevamo fare il bagno a riva perché c’erano buche e la corrente era molto pericolosa perché portava al largo. Così il primo impatto col mare fu anche di paura e imparai subito che era diverso da come lo immaginavo. Era pur sempre qualcosa di unico e fantastico e mentre pensavo se immergermi nell’acqua sentivo penetrare nelle narici quel profumo salmastro che è l’inconfondibile profumo del mare e ogni volta, ancor oggi, quando lo sento mi riporta a quel nostro primo incontro.

Tuttavia ero consapevole, io che non sapevo ancora nuotare e che imparerò l’anno dopo che arrivai  a Rimini nell’estate del 1953, sulla “palata” del porto di Rimini (la palata: luogo mitico de “I Vitelloni” felliniani), che il gioco era gioco fino ad un certo punto e se osavo farlo provavo timore.

Ancor oggi quando il mare è solcato dai cavalloni l’attrazione di fare il bagno è forte ma sento dentro di me ancora una punta di quel timore che provai quella prima volta. Facemmo il bagno più volte e ogni volta si rinnovavano stupore e sensazioni nuove. Il mare mi aveva incantato e pur essendo “un campagnolo”, ancora oggi, non passa giorno che non  pensi al mare, che sia d’inverno o d’autunno o nelle altre stagioni. Ormai considero il mare come un amico, come quegli amici veri che, se anche non li vedi da tempo, sai che ci sono e che  sono da qualche parte, ma ci sono.

Così è il mare per me: anche se non lo vedo per un po’ so che c’è, so che è lì come gli amici a cui mi sento legato per sempre. Che sia per questo mio amore per il mare che oggi ho una barca a vela in società con amici? Che sia per questo mio amore per il mare che  mi sono sentito sempre un uomo libero? Come dice Charles Baudlaire:  “Uomo libero, sempre caro avrai il mare”.

Quel giorno fu attraversato anche da una punta di invidia, non quella cattiva. Guardavo frotte di bambine e bambini che maneggiavano giochi di spiaggia mai visti e pensavo come fossero distanti i nostri mondi. Magari erano bambine e  bambini che abitavano in quelle meravigliose ville che avevo visto attraversando Riccione. Giocammo anche noi sulla sabbia, ma a mani nude. Realizzammo una pista per il gioco delle biglie, gioco che noi praticavamo sulle strade polverose di Pedrolara, tracciando la pista sulla polvere con una scopa.

Al posto delle palline giocavamo con i tappi delle bottiglie di aranciata e dentro ci mettevamo il viso del nostro campione di ciclismo, ritagliato da qualche figurina. Allora l’antagonismo era fra Coppi e Bartali. Fausto Coppi aveva mietuto più vittorie  di Gino Bartali, ma nonostante questo facevo tifo per quest’ultimo. Nella mia vita ho sempre provato un forte sentimento di solidarietà con i perdenti (fatta eccezione per i criminali di guerra) e mi sono sempre sentito più vicino  ai perdenti nella vita, in politica, nello sport ecc) che non ai vincitori.

Spiaggia di Rimini. [fonte: http://spengilatesta.tumblr.com]

Spiaggia di Rimini.
[fonte: http://spengilatesta.tumblr.com]

In quel primo giorno di mare le meraviglie non finivano più: le altalene nell’acqua (perché oggi non ci sono più?), i trampolini in mezzo al mare, per noi irraggiungibili,  da dove si tuffavano gli audaci (perché oggi non ci sono più?). Verso mezzogiorno Noci tirò fuori la pentola ripiena di minestra coi fagioli. Non ci sarà mai più in vita mia minestra così buona come quella. Il nostro pranzo finì lì, magari pensammo a come sarebbe stato gustoso un ghiacciolo o un gelato. Nessuno di noi aveva una lira in tasca.

L’unico lusso che Noci ci accordò fu una bottiglia d’acqua dentro alla quale ruppe una pillola minuta come un grosso fagiolo e l’acqua si trasformò, come magia, in un simulacro di aranciata, pur sempre gradita e gustosa. Una bibita dei poveri che veniva preparata in quelle famiglie che non si potevano permettere un’aranciata vera.

Riposammo sulla spiaggia sotto il sole di luglio. Non avevo nulla con cui ripararmi se non la canottiera che avevo con me. Il ritorno a casa avvenne verso il tramonto perché era il momento più favorevole per evitare la calura estiva.

Quando si parla della vita o di qualcosa che si è vissuto ci si chiede sempre che cosa sia rimasto di tutto ciò e la risposta, il più delle volte, è quasi sempre la stessa: “ben poco!” Di quella indimenticabile giornata mi è rimasto impresso tutto. C’è una canzone e ogni volta che l’ascolto mi riporta a quel giorno. E’ sicuramente, almeno per me, che le conosco tutte, una fra le più belle e nostalgiche canzoni del grande Paolo Conte, una delle sue  prime canzoni, “Una giornata al mare”.

Anche se a parlare è un ragazzo e non un adolescente come ero io allora, le parole della canzone valgono anche per me che allora ero un bambino e ogni volta, quando le ascolto,  torno a quel giorno e ogni volta mi prende una nostalgia  struggente: “Una giornata al mare, solo con mille lire sono venuto a vedere quest’acqua  e la gente che c’è il sole che splende più forte, il frastuono del mondo cos’è…e laggiù sento tuffi nel mare, nel sole o nel tempo chissà bambini gridare, palloni danzare………

Solo tu caro Pietro, detto Noci, pur nella tua povertà, ma con la più grande delle generosità, potevi far dono a noi bambini di quel viaggio indimenticabile e regalarci quella magica giornata. Sarà  per questo che  ti ho sempre ricordato come l’uomo più generoso che abbia mai  conosciuto.

Oggi ho come compagna della mia vita una donna che allora, ai tempi di quel viaggio verso il mare, passava le vacanze, bambina con la sua famiglia a Riccione in uno di quegli hotel che mi avevano tanto meravigliato. Che dire? Così va la vita!

 

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