Viaggio rosso poster

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Calpestava il silenzio camminando in una stanza che non aveva ancora un tavolo ma un divano, due sedie, un poster raffigurante una barca rossa nell’ombra di un tramonto in un lago nero di luce soffusa. Viaggiava la mente in una strada d’acqua, l’anima chiusa tra le pieghe opache della memoria. Viaggiava, tra gli accordi torbidi dell’immaginazione senza leggere i nomi delle strade, vagava, ritornava sopra i suoi passi senza ritrovare mai la via. Naufraga, oltre i muri in un mondo diverso dove nessuno l’avrebbe seguita.

Guardava il poster. Non lo aveva mai capito, non aveva mai amato l’arte seriale, la giudicava solo un mezzo per rendere noto in modo chiaro un’idea, un’emozione. Carta stampata, regalo di un cuore, aveva un senso, come sicuramente lo avrebbero avuto centosettant’anni di storia della fotografia e come quando per tutte le storie complicate si sceglie convenzionalmente una data d’inizio, sempre incerta, come una fine e tutto quello che resta oltre un divano, due sedie e una fotografia.

Nella stanza oramai non vi erano dipinti ma un tavolo componibile sigillato in una scatola nella pieghe del vuoto, una volta montato e coperto di piatti e bicchieri sarebbe stato la giusta nemesi dell’ arredamento. Il poster poteva andare bene, nessuno lo avrebbe amato, nessuno lo avrebbe odiato. Era un’immagine di carta, un istante celato da un vetro di polvere, onore a Duchamp e orgoglio sospeso tra un muro e due cuori dopo un nudo improvviso che scende le scale.

Aprì la scatola contento e senza pensare frugò come un bambino tra i legni colorati. Aveva acquistato la nuova pratica abbondanza, era soddisfatto, avrebbe dovuto lottare in un lago di legno. Battaglia navale di viti e bulloni. Cercò di capire; per lui le cose più semplici erano state le più difficili, nella speranza di essere per sempre se stesso. Il tavolo era pratico: piano di appoggio, cassetti, maniglie e viti che tenevano saldo il prezzo alla qualità.

Aprì una finestra, guardò il sole, oltre, più in basso. Era appena nato un giardino tra i ruderi lontano dal mare, non conosceva l’inverno, l’estate. Le rose, erano emerse per miracolo da un letto di rami, ma, nonostante le spine, stavano già per lasciare libero il posto al lago. I girasoli scrutavano la forza degli astri e il vento, per rifiorire. La primavera era arrivata, irrequieta e senza pazienza.

Lentamente richiuse le persiane, lasciò passare un filo di luce come l’ennesimo proiettile che sfiora un cuore.

L’ombra era più forte. La nuova oscurità era aspra ma sopportabile. Proseguì come sempre, seduto sul divano attraverso un caffè troppo amaro e una novella di Kleist. Infedele alle istruzioni, sembrava facile, sarebbe stato difficile. Infedele a se stesso sulla via della memoria si addormentò. Proseguì nella peggior forma di tradimento, che non era nemmeno una consolazione ma un incubo, perché al risveglio, anche quando i sogni lo avevano lasciato, aveva avuto bisogno di qualche tempo per poter capire.

Cercando l’incastro definitivo, tentava con la mente la costruzione, cercava la differenza tra un giravite, una confessione e una spiegazione. Aveva da qualche tempo montato le sedie, voleva un’opzione per ricevere aggiornamenti dal passato e ancora una volta provava un piacere perverso, quello di essere uguale e diverso da un altro per ogni promessa o fredda cortesia, verso tutti, verso se stesso.

Il lavoro diventò complicato. Immaginò il tavolo montato, le nuove parole, il rumore dei piatti, i profumi, ma l’immaginazione è la parte più fragile della memoria, tutto oramai era imperialmente torbido. Lasciò le frane della mente al caso. Decise nuovamente di cambiare. Copiò nella mente le istruzioni, tornò indietro e uccise per sempre ogni memoria. Camminò senza voltarsi sulle strade impervie di un nuovo pensiero. Era il mobile giusto, quello di nessun sogno, l’ultima emozione tra gli ematomi di un cuore. Contava le viti, contava quelle che occorrevano mentre ogni ricordo scorreva pòstero sopra ogni cosa come un velo torbido, caldo, finale.

L’ atmosfera pesante della stanza sembrò gravare ancora di più sulle sue spalle. Si asciugò le lacrime che cadevano lungo le guance fino alle labbra. Le ingoiò con rassegnazione e poi chiuse di nuovo gli occhi. Dimenticò l’incertezza dell’avvenire. Saltò sulla barca rosso poster per un nuovo viaggio.

Era una vera nuova passione, era l’unico imbroglio possibile. Falso, irreale. Poteva essere vissuto. Grande lago, o mi fai tuo prigioniero, o mi liberi da te.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Rossana Cau

    io in quel lago e soprattutto in quella barca rossa mi ci trasferirei, senza viti né istruzioni. Grazie Tirso, emozioni.

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