Viaggio, impegno e distrazione

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Anche oggi la bici mi ha sporcato le gambe, la catena mi è caduta sui piedi, il barbone davanti al supermercato mi ha salutato simpaticamente ridendo delle ruote sgonfie. La macchina all’incrocio ha voluto provare i freni all’ultimo secondo, per mia immensa fortuna, con un risultato più che ottimo.

Anche oggi il mondo mi si è aperto davanti come un grande cancello nella jungla. Anche oggi la mia mente ha fatto lo stesso.

Non potrete mai capire cos’è fare un viaggio fin quando non vi ritroverete ad avere problemi col tempo e con le quotidianità che vi impone lo stesso movimento, la stessa azione, per più di 15 minuti consecutivi. Pedalare è un po’ questo. È impegno e distrazione. È pensare, navigare in un magma di desideri, passioni. Me ne accorgo solo quando do un colpo di testa per spostare i capelli dalla fronte e mi rendo conto che non c’ero. Ero persa nella mia fantasia più determinata.

10448207_725931574115809_3290429994696821598_nEro nel mio viaggio, in una strada a senso unico, con un muro in fondo pronto a ricordarti che il mondo non è fatto solo di atmosfere astratte. Giro lo sterzo per un pelo e continuo il mio percorso. Dopo nemmeno un minuto sono di nuovo in viaggio. Ho appena fatto un tuffo al mare, insabbiato un uomo come una cotoletta e senza remore l’ho preso a calci, con la forte stima della sua fidanzata.

Subito dopo ho scritto l’articolo del millennio, ho realizzato un quadro da far girare gli occhi anche a Marinetti, ho guidato un auto raccogliendo artisti folli da strade desertiche e varcato soglie sonore mai provate.

La bici si ferma, il supermercato è lì, di fronte. Tornare al materiale di soldi e di porte scorrevoli che si impongono nelle fasce lunghe delle scarpe è più difficile del previsto. Prendo il pane, gironzolo tra gli scaffali, ascolto discorsi altrui, osservo gli sguardi poco convinti di chi deve scegliere tra insalata mista o semplice lattuga. Pago, esco. La bici con la catena, giallina, mi fa un cenno: “Arrivo sì, e torniamo a casa”.

Una parola che non è promessa. Faccio il giro più largo e mi rimetto nella corsia della mia fantastica realtà. La cotoletta impanata, un ragazzo dalle gote roselle e gli occhi nocciola, è in ospedale a contare le costole rotte e i suoi errori. L’articolo mi ha reso nota, ma sono già un passato interessante di un millennio andato fuori carreggiata. Il quadro è stato censurato ed io al rogo come le streghe del maccartismo.  La Lamborghini non ha spazio sufficiente per gli autostoppisti del romanticismo tedesco e mi ritrovo le loro maledizioni alle spalle per averne lasciati alcuni sul ciglio della strada. Già. Poco da fare, il mio curioso mondo, favoloso quanto quello di Amelie, ha scosse sismiche che danno una spazzata alla mia inventiva e mi riportano al portone di casa.

Scendo dalla bici e devo stare attenta al vestito: lo tengo con le mani mentre sporco per l’ennesima volta i polpacci con strisciate di gomma nera. Il viaggio si è concluso. Il micio della vicina mi accoglie nel balconcino dove lego il mio mezzo alla ringhiera. “Ciao Sascha” e gli occhi mi si illuminano a tanto soave spoltroneggiare. Il pelo a nastri biondi scivola tra le dita, le ammorbidisce. Il mio sguardo si è intenerito, è inutile contrastarlo. Sono tornata, ma non resterò a lungo. Ho ancora zucchero e caffè da comprare.

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