Un viaggio di seimila anni

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

A bordo della macchina della mente. Scavare nel passato in Turchia. A colloquio con l’archeologo Stefani Spagni.

Una vasta pianura ondulata arsa dal sole, simile per certi versi a certe regioni del mezzogiorno. Immensi campi di grano e di girasole, con torrenti e fiumiciattoli, circondati da sottili filari di alberi, che trovano sfogo in un lago artificiale. Siamo nell’Anatolia centrale, 260 chilometri ad est della capitale Ankara, nel sito archeologico di Çadır Höyük. Dall’alto di una collina trapezoidale accanto al lago ci guardano sei millenni di storia. Dentro quel mucchio di terra si nascono le tracce delle distinte civiltà che hanno vissuto in questa zona che oggi si presenta sparsamente popolata: il villaggio più vicino è quello di Peyniryemez, la città più popolata è Sorgun, a mezz’ora di automobile. In tempi remoti i fiumi, più grandi, erano in grado di sostenere un’ampia popolazione.

Nella missione archeologica americana troviamo anche Stefano Spagni, esperto in metallurgia, l’unico italiano, accolto prima come volontario e poi in pianta stabile. Al ritorno dalla sua seconda estate nella rovente Anatolia, lo intercetto al telefono per farmi raccontare qualcosa di un mondo lontanissimo dove, in qualche modo, si nascondono anche le radici del mondo contemporaneo.

“Com’è il posto, Stefano?”

“Almeno per me, estremamente affascinante. Tra giugno e luglio, quando si tengono le campagne di scavo, il colore predominante è l’oro.”

“Ma cosa esisteva migliaia di anni fa? Una città? Una fortezza? Un luogo di commercio?”

Stefano Spagni al lavoro nella sua zona di ricerca.

Stefano Spagni al lavoro nella sua zona di ricerca.

“Non è facile rispondere alla domanda. E’ quello che stiamo cercando di capire. Attraverso le ricerche archeologiche cerchiamo di rispondere proprio ai quesiti che riguardano l’uomo e le sue strutture organizzative. La questione è trovare dei parametri in base ai quali definire la città. Non è il numero di abitanti. Le grandi mura difensive hittite lasciano per lo meno intuire che, in quell’epoca (II millennio a.C., ndr), esso fosse un centro urbano di discreta importanza, ma non sono ancora state rinvenute tavolette cuneiformi a confermare questa ipotesi.”

Anche oggi direi che avremmo difficoltà a riconoscere nelle nostre strutture aperte e diffuse una vera e propria città, ma un elemento accomuna le prime città con quelle contemporanee, ovvero la presenza di una stratificazione sociale, con un élite in grado di controllare il territorio e le diverse componenti della popolazione.

Come avviene questo passaggio cruciale? Il momento chiave è quello del Tardo Calcolitico (IV Millennio a.C.), ovvero l’epoca di transizione in cui si passa dall’utilizzo della pietra a quello del rame, e durante la quale si consolidano alcuni cambiamenti sociali legati all’immagazzinamento dei cereali. Per sintetizzare una storia che è estremamente complessa e per nulla lineare, dopo la rivoluzione agricola, cominciata nella Mezzaluna fertile, l’area tra il Libano, la Siria, l’Iraq fino ai monti Zagros in Iran nel IX millennio a.C., i cereali diventano un elemento importante, non solo come alimento, ma anche nel contesto politico e religioso. L’agricoltura innesca un meccanismo di differenziazione sociale basato sull’esistenza e gestione di un surplus alimentare, quello che Stefano chiama il ‘ciclo dell’orzo’.

“Si crea un sistema economico basato sulla coltivazione, l’immagazzinamento e la reimmissione dei cereali nel mercato. I cereali possono essere conservati per un certo tempo e quindi chi controlla i magazzini è in grado di pagare il lavoro di artigiani, tessitori, ceramisti, metallurgici. Il surplus di grani permette di creare complessità. Non è un caso se le grandi civiltà si sono sviluppate in contesti simili grazie all’orzo in Mesopotamia, al grano in Egitto e al mais in America centrale. I cereali non possono restare fermi per molto tempo perché, sebbene tostati, deperiscono. Occorre utilizzarli. Hai presente il mito del Re Mida? Uno dei significati risiede proprio nel fatto che i metalli preziosi sono tesaurizzabili: si tende a conservarli senza rimetterli nel ciclo economico, cosicché essi non possono alimentarlo come invece fanno i cereali. Al contrario è accaduto in Africa subsahariana dove la storia ha avuto un percorso diverso, dato che i prodotti agricoli locali devono essere consumati rapidamente e non possono esser immagazzinati.”

La collina di Çadır Höyük nell'Anatolia centrale.

La collina di Çadır Höyük nell’Anatolia centrale.

Un altro aspetto che m’incuriosisce è il modo come queste popolazioni, malgrado le enorme limitazioni tecniche, fossero aperte agli scambi anche con regioni molto lontane. Il sito di Çadır Höyük era al centro di due grandi itinerari commerciali, uno più importante che andava da est ad ovest e un altro da nord a sud.

“L’Anatolia centrale è una zona importante per gli scambi. Il commercio è sempre esistito, anche nel Neolitico. Non bisogna pensare alla preistoria come ad un periodo oscuro, di comunità chiuse ed isolate. Le rotte commerciali vennero tracciate pazientemente nei millenni prima dell’inizio della storia scritta. Le grandi civiltà hanno fatto tesoro delle scoperte e delle invenzioni del neolitico. Alcuni sperimenti sono stati abbandonati e poi magari rivisti migliaia di anni dopo.”

Tornando al momento di passaggio tra civiltà, Stefano spiega che la netta divisione tra nomadi e sedentari non esiste nella realtà storica. La sedentarizzazione inizia nel Medio Oriente intorno al IX millennio. All’inizio si raccoglievano i cereali che crescevano spontaneamente, mentre la caccia restava un’attività fondamentale. Le popolazioni tendevano a raccogliersi intorno ad un centro, anche per rispondere ai cambiamenti stagionali. Si chiamano ‘società segmentarie’, che in estate si dividevano in piccoli gruppi dispersi su un vasto territorio in cerca di cibo, mentre in inverno si riunivano in gruppi più ampi e complessi.

E’ possibile che l’esperimento di coltivare le piante sia stato ripetuto più volte nei secoli ma solo ad un certo momento esso viene accolto dalle popolazioni. Faccio una domanda. “Perché in un certo momento e non prima?”

Fiori tra gli scavi.

Fiori tra gli scavi.

Secondo Stefano non è possibile rispondere a questa domanda. “La cultura non era pronta. Pensa ai nostri anziani che sono completamente spaesati con la tecnologia di oggi. E’ un rifiuto psicologico. La mia interpretazione personale è che forse ad un certo punto il rifiuto scompare. Nel Neolitico non c’era complessità sociale. Esistevano magazzini di cereali ma erano sfruttati collettivamente. Successivamente questi magazzini passarono sotto il controllo di gruppi locali, che col tempo si arrogarono il ruolo di autorità. E’ una storia che si ripete da 5000 anni. Sono stati rinvenuti dei sigilli del IV millennio che mostrano una trebbiatura sacra. Gli animali trascinano una specie di slitta piatta con delle lame di selce piantate che servono a trebbiare il grano. Tra l’altro, un metodo che fa parte della tradizione anatolica anche moderna. In questi sigilli appaiono figure con dei grandi anelli sche sembrano rivestire un ruolo di distinzione e quindi di autorità. La mia interpretazione è che in quell’epoca non via sia alcuna differenza tra potere secolare e sacrale.”

Stefano è un fiume in piena e ne approfitto senza pietà. “Che tipo di vita conducevano le popolazioni del Neolitico?”

“Probabilmente la vita media non durava più di 35-40 anni. Avevano un’alimentazione piuttosto varia, legata ai cereali, con cavolo nero, cipolle, molta verdura. L’apporto proteico era importante. Si mangiavano molte lumache, che erano ricche di calcio, quando ancora non era disponibile né il latte né i suoi derivati. Ovviamente era praticata anche la caccia che però era molto controllata. Lo puoi definire una sorta di allevamento a distanza. I cacciatori sapevano che dovevano amministrare le risorse, che non bisognava uccidere i piccoli né le femmine incinte. La preda era il maschio adulto, in modo da garantire la prosecuzione del branco, in modo da garantire la prosecuzione dell’insediamento umano.”

“Erano società violente?”

“Probabilmente come oggi c’erano periodi più violenti alternati a momenti più calmi. Non ci sono situazioni di violenza eclatante. Io penso che era un’epoca in cui non si sprecava nulla, neppure la vita umana, non credo esistesse un disprezzo per la vita umana, a meno che non ci fosse un immediato pericolo di sopravvivenza per il gruppo. Nel Neolitico preceramico, prima del IX millennio, c’era una gestione molto particolare del culto dei morti, che venivano sepolti sotto il pavimento delle case. Era un modo per marcare il territorio nei confronti delle popolazioni vicine, di rivendicare la propria legittimità a risiedere nel luogo dove riposano gli antenati. Nessun altro avrebbe avuto diritto di reclamare quella terra.”

Il nostro uomo in Turchia, insieme a due lavoratori locali. Il sito è lontano da grandi città. La più vicina, Sorgun, è a mezz'ora di automobile.

Il nostro uomo in Turchia, insieme a due lavoratori locali. Il sito è lontano da grandi città. La più vicina, Sorgun, è a mezz’ora di automobile.

“Pensa che nell’area palestinese, nel IV millennio, ci sono santuari che erano dei punti di passaggio e di incontro per le varie comunità esistenti nel territorio. In generale c’è un rispetto del territorio e delle comunità che vi risiedono con uno sfruttamento condiviso almeno fino all’emergenza di entità politiche in grado di reclamare diritti di possesso sul territorio. In Anatolia orientale accade, probabilmente nella seconda metà del III Millennio. Un esempio potrebbe esser legato proprio al tipo di studi che sto seguendo in ambito di metallurgia. Inizialmente lo sfruttamento delle miniere era condiviso tra diverse comunità. Il minerale veniva portato dalla miniera fino all’insediamento dove veniva lavorato per ricavarne il metallo. Mi chiedo che senso avesse sobbarcarsi la fatica di trasportare chili e chili di minerale invece di estrarre già nella miniera il metallo necessario. Sembra stupido. Noi archeologi cerchiamo di capire quanta forza lavoro fosse necessaria per questo lavoro. Operare in questo modo da parte dei minatori è “strano”. Perché accadeva questo? Possiamo ipotizzare che ogni comunità che sfruttasse quel sito minerario prendesse quello di cui aveva bisogno e lo portava a casa. Ma a un certo punto, intorno al 2300 a.C., le cose cambiano: il minerale viene lavorato nei siti di estrazione e nella città viene portato solo il metallo che viene poi lavorato. Il cambiamento può essere associato all’emergere di un’autorità politica in grado di gestire il territorio su nuove basi.”

Sono tante le ipotesi che le future ricerche permetteranno di chiarire. Tra le scoperte vi è quello di un cimitero dei bambini, sia di neonati che di creature più grandi, anche di 3-4 anni. I corpicini sono conservati in vasi e sono delicatissimi. “A volte devono usare pinzette per le sopracciglia.”

La conversazione ha termine quando ancora avrei mille domande. Stefano conclude con un appello a considerare che “l’archeologia è uno strumento di comprensione dell’uomo e non un obiettivo. Il reperto può avere anche una valenza storica-artistica ma è soprattutto documentale. A noi interessano le mani di chi ha creato quegli oggetti. Dall’oggetto all’uomo.”

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?