Somerset Chronicles: Glastonbury Festival bis

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Quest’anno non doveva succedere. Andare contro il destino talvolta può essere letale, nel mio caso, per fortuna, solo dispendioso.
Ma andiamo con ordine.Lo scorso ottobre ero rimasta fatalmente senza biglietto per un ingresso al mio secondo Glastonbury Festival. Il meccanismo di acquisto è complesso, e lo sapevo già, per cui dotarsi di uno dei 300 mila biglietti in meno di un’ora può essere anche più raro di una vincita in un giorno di una sorte avversa al tavolo verde.

Poi il mio amico Antonio ci ritenta fiducioso in Marzo, quando l’organizzazione rimette in vendita una manciata di biglietti. Sì, perché uno che ti trova un biglietto per Glasto nel re-sale non può essere che un amico, anche se, di fatto, non ci eravamo mai incontrati.

Glasto PeopleIniziamo con il volo di andata che, a causa di uno sciopero dei controllori di volo al Charles De Gaulle – da cui proveniva – parte con 3 ore di ritardo. Così naturalmente perdo la corriera (Londra Victoria – Glastonbury Festival) prenotata e pagata mesi prima, sold out da settimane. Fortunatamente il Glastonbury Festival nel Regno Unito è un evento talmente popolare e ben organizzato, che riesco a trovare un buco sul treno per Castle Cary dalla stazione londinese di Paddington. Già alla stazione, migliaia di giovani muniti di enormi zaini e stivali di gomma, mi hanno fatto sentire subito nel posto giusto.

Ho il privilegio di avere una tenda nel Worthy View Campsite del Festival. Effettivamente un luogo con il beneficio di una vista da brivido su tutto il Festival (anche se i confini reali non sono mai riuscita a scorgerli veramente, troppo vasti).

Worthy View Campsite del Festival

Worthy View Campsite del Festival

All’arrivo piove. Ma essendo il Festival del fango, nessuno arriva senza almeno un paio di stivali di gomma, unica vera zattera di sopravvivenza. La mia tenda, a dispetto del sospetto, è comodissima.
Prima di tutto perché è già piantata, secondariamente perché è posta al centro di lunghe file ordinatissime di tende divise a gruppi di colore.
Ma soprattutto perché il nostro campo è dotato di:
a. docce calde
b. bagni con addirittura un vero pavimento, porte con chiavistello, disinfettante ad ogni scarico.

Quelli del campeggio libero, nelle zone più adiacenti ai palchi, non hanno certo questi privilegi, ma per scelta hanno optato per una sistemazione dallo spirito più selvaggio. Tuttavia la vista delle loro tende, variopinte e ammassate, mi fa supporre molto cameratismo e forte spirito di sopravvivenza.

La mattina la fila per la doccia pare quella di un campo profughi. Ma, in realtà, è piuttosto veloce. Qualcuno mi dice che quest’anno il nostro campo tendato raggiunga le 10 mila unità.

Il cielo sopra Glasto

Il cielo sopra Glasto

Il primo giorno, come gli altri, si rimane in fila all’aperto anche se piove, ovviamente, e giunti all’ingresso dell’enorme tendone, il personale – benché gentilissimo – impartisce una serie di ordini e norme di comportamento. Uomini a destra, donne a sinistra, lasciare gli stivali infangati contro la parete dell’ingresso, svestirsi e rimanere nudi appiccicati in fila ordinata su un pontile che accede a un corridoio infinito di docce poste sui due lati, con rapido passaggio all’aperto (con spruzzata finale di acqua piovana).
Finalmente giunta sotto la mia doccia, per un attimo ho il timore che possa uscire gas anziché acqua. Ma acqua fu.
Volendo, c’è anche la tenda per la piega con gli asciugacapelli, le piastre e i bigodini.

A dire il vero a Glastonbury c’è una tenda per ogni cosa. Nonostante i 380 mila avventori.
Nella App dedicata scopro che c’è una tenda con i consigli sul sesso sicuro (e condom in omaggio), una per le riunioni degli alcolisti anonimi (che qui suona vagamente contraddittorio), due o tre enormi tendoni per la ricarica delle batterie di qualunque aggeggio, la tenda delle conferenze universitarie, diverse tende con personale medico per il pronto soccorso, anche se il consiglio, in caso di banali disturbi tipo un mal di testa, è quello di recarsi alla tenda delle medicine alternative.

Seduta con vista.

Seduta con vista.

Nella zona degli Healing Fields infatti ci sono guaritori di ogni sorta, oltre che massaggiatori, divinatori, terapeuti e corsisti di tutte le discipline. Per un attimo ho la tentazione di sottopormi a un massaggio svedese (?), non fosse per l’enorme vichingo (il massaggiatore) all’ingresso della tenda con le braccia conserte sull’immenso petto villoso che ricorda vagamente lo scandinavo della Rìcola, al cui cospetto il lettino che scorgo all’interno pare provenire da Lilliput. Rinuncio.

Quest’anno ho assaporato il Festival, oltre che con mio taciturno fratello, anche con 3 cari amici. I due veterani romani conosciuti in un blog con quali ci siamo scritti per quasi due inverni a cui devo il biglietto di ingresso. Antonio e Giordano sanno tutto, ma proprio tutto, su Glastonbury. È un Festival fatto per essere condiviso, vissuto in comunità, un’esperienza memorabile per ogni compagnia di amici, parenti o anche solo conoscenti.

Calzatura tipica, in ambiente tipico.

Calzatura tipica, in ambiente tipico.

A volte questo Festival può ricordare un girone infernale, e non solo per la folla, la festa, la musica, la stravaganza, l’allegria smisurata, ma anche per la presenza costante del fuoco. Quello sputato a grappoli da palchi, installazioni meccaniche, discoteche o semplicemente quello dei falò dello Stone Circle (c’è anche una piccola Stonehenge all’interno) e dei fuochi appiccati davanti alle tende; sì, ci sono anche tende che vendono il legno per i falò – questo è l’unico Festival al mondo in cui sia consentito. Ah, c’è anche il diavolo stesso che si aggira minaccioso nei pressi dello Shangri-Hell. Beh, in questo scenario Antonio e Giordano possono assumere la funzione di Virgilio, non solo per una rotta sicura sulla selezione musicale e l’orientamento, ma – fondamentale – anche sulla gastronomia.

E poi l’amico Simone. Con lui ho condiviso con molta soddisfazione e sincero affetto molti anni di lavoro. Ora vive a Londra (ancora un giovane cervello in fuga). La felicità si manifesta il giorno prima della mia partenza attraverso un suo messaggio, quasi casuale, che mi informa di avere appena piantato tenda a Glastonbury.

Selfie

Selfie

Ovviamente abbiamo cercato di condividere più tempo possibile nella mecca della musica, nonostante le distanze, il fango, la folla, le strade sbarrate e i percorsi alternativi, e l’oscura presenza degli… “altri”, quelli che all’improvviso comparivano dal nulla per sgombrare malamente la sua postazione e allestire un nuovo set. Simone era lì per lavorare, ora più che altro si occupa di musica.

La musica. Come al solito paradossalmente arriva solo alla fine, come nel mio precedente racconto, http://www.lundici.it/2013/11/glastonbury-fra-rock-fango-e-nuvole/ se consideriamo che questo è il Festival musicale più ricco e famoso al mondo, forse al pari solo di Coachella o Lollapaloosa.

Rimpiango uno per uno i concerti che quest’anno non sono riuscita a vedere (o sentire?). Ho perso i Blondie (ero in fila per la doccia…), Paolo Nutini, Interpol, London Grammar, Skrillex, Kaiser Chief, Ed Sheeran, Disclosure, Bonobo, Brian Ferry, Suzanne Vega e anche gli Imagine Dragons. Poi ho perso quella che è stata definita la vera regina di questa edizione – chi l’avrebbe mai detto! – Dolly Parton, a sorpresa artista amatissima dal pubblico inglese.

Ma in contemporanea, in un raro e magico momento di sole, suonavano i Phosphorescent, che adoro e di cui consiglio l’album Muchacho, e in particolare il pezzo Song for Zula, che a mio parere rappresenta il distillato più intenso e struggente sulle conseguenze dell’amore. Pensandoci, non li avrei persi nemmeno per Elvis.

E c'è anche la musica!

E c’è anche la musica!

Ho apprezzato tutti i concerti degli artisti che sono riuscita a vedere, anche se per motivi diversissimi. Come gli Arcade Fire per lo spettacolo, i Massive Attack per la raffinatezza, Jack White per il carisma, Robert Plant per la perseveranza, i Wailers per la nostalgia, i Black Keys per il coraggio e pure i Metallica per la tempra.
A sorpresa e casualmente ho scoperto una favolosa band torinese, Sweet Life Society, che miscela swing anni ’30 con elettronica (unici italiani insieme ai premiati esordienti di Forlì M+A), gli Afriquoi, un mix di ritmi africani e dance inglese e gli impronunciabili Peatbog Faeries con i loro violini e le cornamuse, solo per fare qualche esempio.

Ma per finire e ritornando all’inizio, perché è stata un’edizione dispendiosa? Perché la corriera del rientro partita lunedì mattina a giochi conclusi da Glastonbury ha impiegato 7 ore ad arrivare a Londra anziché 4. Ho perso il volo e ho guadagnato due giorni nella capitale inglese, un nuovo volo, due notti in hotel e un Gatwick Espress non previsti, oltre al treno dell’andata.

Performing art

Performing art

Se ne è valsa la pena? Provate a prendere un biglietto per questi cinque giorni di assordante, fangosa, piovosa, onerosa, seducente follia e tornate a dirmelo.

 

 

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