Ricordando Cuba

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Sono passati trent’anni. Un viaggio a Cuba nell’epoca preinternet.

E’ appena terminata l’estate. I nostri due, irrequieti, pensano di terminare la stagione con una bella vacanza di riposo: cosa meglio di Capri? Nella chic-fichissima isola campana i prezzi sono da rapina a mano armata e il turismo di massa è malvisto. Una coppia di giusti, perciò, ripiega sulla figata radical, che costa meno. Il tour operator è specializzato, state tranquilli. All’agenzia hanno il potere di calmare gli animi.

Roberto e Genna partono accompagnati dall’ irritata apprensione dei rispettivi genitori (“ siete sempre a volare, ci sono tanti bei posti in Italia, spendete troppo”). Febbricitanti per una influenza traditrice, zeppi di Tachipirina, stoicamente eccoli di nuovo alla volta della Malpensa, la loro seconda casa.
I lombardi si lamentano per le attese all’aeroporto: e loro due, meschini, che arrivano da Genova, cosa dovrebbero dire? L’obiezione viene disprezzata.

Prima sorpresa: l’addetto dell’agenzia informa (“non so se ve l’hanno detto, avete un cambio di programma…”) che c’è uno scalo tecnico a Terranova, in Canada: circa quattro ore in più da mettere in conto. La costernazione toglie il respiro: con l’aria di chi va in guerra, si appropinquano al velivolo. Sì, perché forse lo ha usato Lindberg nella sua prima traversata: si tratta di un Iliusci, con equipaggio rumeno che accoglie il gruppo con sguardo irridente e serve i pasti tirando i piatti a mo’ di frisbee: bisogna capirli, dice qualcuno, c’è la guerra fredda. Così i passeggeri mangiano cose terribili, seduti nella fila di sedili così ravvicinata alle altre che le ginocchia arrivano in bocca, mentre le gocce di condensa bagnano la testa. A Terranova scendono indossando le T-shirts che dovevano servire ai Caraibi, ma lì siamo vicini al Polo; corsa a perdifiato verso l’aeroporto. La sala d’attesa, ingentilita da un murale che fissano inebetiti, fa da dormitorio nell’attesa di non si sa bene cosa: le ore passano, non c’è nulla da leggere sottomano, si ciondola osservando gli altri passeggeri. C’è anche un fresco sposo che tampina tutte le ragazze, ohibò.

Ripartenza e arrivo a Cuba. Delirio.

L'aeroporto José Martí a L'Avana.

L’aeroporto José Martí a L’Avana.

L’aeroporto “J.Martì” a quei tempi non è molto frequentato, anzi è più che altro desolatamente vuoto. Quella però si presenta subito come una serata eccezionale: forse è arrivato un charter di tedeschi o un volo interno, sta di fatto che la coda per il controllo passaporti è lunga e lentissima, e non si dorme da un pezzo. E dire che l’insieme non sarebbe malaccio, per gli spiriti curiosi: famiglie intere con bimbi e animali, vesti colorate, conversazioni in spagnolo coloniale. Macché, tutto dà fastidio, vogliamo dormire!

Trascorre un tempo infinito: le gambe stanno cedendo, gli occhi sono a palla, quando finalmente arriva il loro turno ma…ahi, sui passaporti di Roberto e Genna c’è il visto USA. Andirivieni del poliziotto, conciliaboli nel retro, poi si passa; eccoli di nuovo in coda per il bus diretto a Varadero. Non si erano informati a dovere: sono centosessanta chilometri e l’ albergo è l’ultimo della lista. Ci vogliono ore prima che il pullman, di fabbricazione americana anni ’40, li depositi, smaniosi, coi cervelli bruciati dalla veglia e le orbite oculari di un calamaro. Pensano anche di dormire per la strada, ma vengono fermati in tempo.

Jet leg. La prima notte di sonno è intensa, ma breve; pare passato un secolo ed è subito sera, come diceva il poeta. Li trascinano alla serata di colore locale, ma presto le capocce di Roberto e Genna giacciono ripiegate sul tavolo, indifferenti alle evoluzioni salsere dei ballerini ed alla lotteria per turisti.

Cuba è bella, come no.

LocomotivasPerò…. l’agenzia s’è sbagliata. Invece della “pensione completa” richiesta, ha rifilato la mezza: lì significa saltare i pasti e appena si esce, sono problemi. Non esistono negozi, rivendite, banchetti, nemmeno uno spaccio di gazzose. Quando si avventurano alla Baia dei Porci, trovano solo un capanno nel bosco, che serve operai locali. Vengono loro ammanniti, a scelta: concentratissimo succo di mango; tè con animaletti incorporati; riso semiliquido.

Terminano la gita affranti e disidratati. La Dune Buggy a noleggio fa lo slalom tra i granchi; le famiglie del posto li rincorrono, implorando una foto. In albergo la televisione manda film italiani sottotitolati in spagnolo: che pacchia, almeno non devono sforzarsi di capire, e poi sono cose di qualità, c’è sempre Gian Maria Volontè: magari cambiare ogni tanto….no, eh?

E’ difficile anche scegliere le cartoline da mandare ai parenti. Ne esistono solo tre o quattro esemplari e, più che fotografie, sembrano paesaggi dipinti malamente, nell’ordine: palme sulla spiaggia; ombrelloni sulla spiaggia; un bungalow sulla spiaggia. In più tocca pagare in dollari, o in tour, che è lo stesso. E le telefonate! Dopo numerosi tentativi dall’unica cabina, si sente la voce dei genitori provenire come da altri pianeti, chissà come sono agitati.

Varadero oggi.

Varadero oggi.

Per visitare i dintorni si avvalgono di una guida con autista, locali: lezioncina sulla parità di trattamento tra le categorie sociali nel paese. Pranzo all’Habana Libre, mega hotel americano anni ’50, tanto per cambiare, con un’aria condizionata meno dieci, che costringe quasi ad incappottarsi: questo aspetto degli USA, potevate anche lasciarlo perdere come tutti gli altri. Provano a fumare un cigarillo. I due cubani li guardano bramosi: glieli regalano tutti. In spiaggia loschi figuri chiedono in continuazione di vender loro qualcosa, magari il costume da bagno, sotto gli occhi della corrusca polizia locale che ci mette poco a saltarti addosso. Un trafficante magnifica l’Italia e le grazie di Raffaella Carrà “muy bonita”. Al bar un rude genovese esalta a gran voce le godurie del turismo sessuale. Un leghista in erba tuona contro i terroni; scaramuccia italiana, tra i risolini delle guide.

L’ultimo giorno, ecco un po’ di atmosfera cubana in spiaggia: tre cloni di Compay Segundo deliziano con una “Guantanamera” a tre chitarre. Tra passeggiate a cavallo (ronzini alla soglia della terza età equina), spaventosi temporali cui seguono clamorose schiarite , nella torpida atmosfera isolana la vacanza si avvia alla fine. L’assistente italiana, in genere, è impegnata ad amoreggiare col suo fiero e baffuto boy friend indigeno. Si degna di informarli che…c’è un imprevisto.

L’aereo per l’Italia semplicemente non c’è. Ne ignorano la ragione. Si stazionerà altri due giorni, se non di più, in un albergo nei dintorni.
Roberto e Genna si compiacciono: meno male che, da prudenti liguri, si prendono sempre qualche giorno di ferie in più, “non si sa mai succeda qualcosa”. Con qualche aspettativa trasferiscono “padiglioni e trabacche”, come avrebbe detto il Boccaccio, in una sorta di motel per turismo interno, l’Hatabey. Il nuovo sito fa di botto scadere il livello della vacanza di vari canoni, a meno di non essere il tipo di turista avventuroso e amante delle stranezze a buon mercato.

Nel nuovo hotel la pulizia lascia a desiderare; le lenzuola male ispirano; non c’è aria condizionata centrale, ma un apparato che fa un chiasso d’inferno. Niente più assistenti, proposte di escursioni, possibilità di noleggio di questo e di quello: e d’altronde, il denaro scarseggia. Si gironzola tutto il giorno sotto un cielo plumbeo e la notte non dorme nessuno.

Roberto e Genna trascorrono le ultime due notti vegliando malamente, tra il ronzio del quarantennale ventilatore, le zanzare che cercano di divorarli vivi e il fracasso della festante clientela autoctona che suona, canta, balla e beve fino al mattino. L’alba li sorprende non abbracciati, ma sfatti. Al commiato, tocca evitare un mucchio di vetri rotti disseminati per ogni dove, ricordo della baldoria notturna; poi, via tutti verso l’ignoto, i volti tumefatti dall’insonnia.

Era il 1984 e la nostra scrittrice veleggiava su Cuba, quando ancora il turismo internazionale sull'isola era ai primi passi.

Era il 1984 e la nostra scrittrice veleggiava su Cuba, quando ancora il turismo internazionale sull’isola era ai primi passi.

Ritorno in Italia.

Partenza da Varadero, su un pullman che si scassa quasi subito. In due o tre si infilano, letteralmente, nel motore, senza venire a capo di nulla. Li caricano su un secondo, non meno malridotto, che rischia subito la collisione con l’unica, dicasi l’unica, vettura in più di cento chilometri; fortunosamente vengono scaricati alla meta.

L’ormai leggendario “José Martì” è deserto come di norma: l’unico aereo in partenza è per Milano. Questa volta il volo è diretto, assicurano, ma il ritardo è sempre da competizione: tra i viaggiatori sorgono battibecchi, l’aria si fa pesante. Eccolo che arriva: si, è proprio il loro Iliusci, con i soliti rumeni più irridenti che mai, la condensa, i sedili stretti, e tutto il resto.

Addio Cuba, sorgente dalle acque: restano una bella abbronzatura, sigari, rum, bamboline. Il tempo scorre via tranquillo, a parte qualche vaffan…tra i rumeni e certi napoletani.

Roberto e Genna trovano posto tra un giovane semipunk e la sua ragazza, abbastanza strafatti e un trio di esuberanti giovanottoni della bergamasca.
Diverse ore dopo. Viene annunciato in italiano rumenizzato, che c’è una turbolenza su Milano, di allacciarsi le cinture e non fumare, che il pilota proverà ad atterrare ugualmente. Alle prime discese di quota, si perde il senso del tempo. Disperati tentativi di atterraggio a tutta birra, bucando la spessa coltre di nubi e acqua, seguiti da repentine risalite dopo i fallimenti. I tre bergamaschi vomitano anche l’anima, il fedifrago sviene, il punk bestemmia senza sosta, gli anziani collassano, mentre monta un odore nauseabondo. I rumeni sghignazzano. Lo steward non fa che ripetere “ah, miei maschi italiani”: se lo guardi in cagnesco, si diverte ancora di più. I display lampeggiano all’impazzata: “nu fumati” “fixati centurile”.Le ultime parole prima della fine?

No. Il top gun della Transilvania dirotta su Roma e così si tocca terra: urrah! L’aereo è saturo di miasmi ed umori, mentre atterra nella capitale.
Qualcuno annuncia che non volerà mai più. Roberto e Genna, stressati a morte, ridono per un’ora, finché si accorgono che alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine li guardano con interesse. Decidono di smettere.

…………………..

Era davvero un mondo diverso e si rischiò veramente la vita. I ricordi sono sempre bellissimi, tuttavia… era giusto far vivere i cubani in quel modo, secondo la solita pubblicità comparativa che ripete “ma qui attorno stanno tutti anche peggio”? Non abbiamo ancora trovato risposte.

 

 

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