Nello spazio bianco

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Seduto, in sala d’aspetto…
Abbiamo fatto il viaggio in automobile insieme, io e D, come sempre da quando D non è più con me (ha tenuto i piedi scalzi sul cruscotto, a volte piegava le dita per toccare il vetro del parabrezza).
La finestra chiusa della sala è priva di maniglia. Sulla parete a fianco, sopra le sedie vuote, il cartello “DIVIETO DI FUMARE” risale a qualche decennio fa, poiché le sanzioni sono ancora riportate in lire.
“È nuovo?” chiede il ragazzo con gli occhi allargati seduto di fianco a me, riferendosi al cellulare che distrattamente tengo in mano.
Oggi inizierà qualcosa di nuovo. Un percorso dentro una vita vergine che sta sotto l’apparenza di quella che vivo ed è così tremenda e meravigliosa da rubarmi tutto il fiato e consumarmi le scarpe.
Del resto, il nuovo può avere nascita solo quando qualcosa di precedente scompare. Mi domando dunque se i ricordi abbiano facoltà di sparire ma credo possano solo sciuparsi in fotogrammi di un cortometraggio che, ogni tanto, si rivede volentieri. Poiché l’emozione lascia il posto alla memoria che si conserva delle battute. Ti compiaci per sapere come andrà a finire e basta.

Una donna con braccia e capelli aggrovigliati sbuca da un corridoio sulle parole “Si amano!”, sorrette da un accento con il sapore d’invidia, e siede nella sala. Chi affoga nella sconfitta immensa di amare in solitudine può addomesticarsi in un unico modo: con la morte. Sono qui, ora, nella sala di aspetto di una Asl con una psichiatra che tarda, in attesa di far morire D.
Dal fondo del corridoio sento la voce di un’operatrice che istruisce i pazienti nell’ora di psicomotricità collettiva.
L’impiegata dell’accettazione entra sorridente nella sala.
“È ora di cambiare aria” dice. Infila una maniglia di ottone dorato dentro il foro e apre la finestra. Da fuori sento provenire il rumore spezzato di una portiera mentre si chiude, seguito da uno scricchiolìo di passi sulla ghiaia. Il cielo sembra annodato ai vetri e avverto tutta la sua pesantezza bloccata tra il cuore e la gola.
“Vuole che chiuda?”.
La psichiatra si alza; ha una gonna di lino, ampia, con sciocchi fiori stampati sopra. “Inutile iniziare ora il percorso”. Accosta la finestra e mi accorgo che cade difronte a quella della sala di aspetto.
“È necessario si riequilibri da un punto di vista emozionale e credo che una breve terapia farmacologica potrà esserle d’aiuto”. La psichiatra sa già come agire. Che faccia e dica. Io rimarrò qua, in questo luogo candido dove le privazioni appariranno leggere, per alzare ritmicamente braccia e gambe, sedere a tavola e mangiare in silenzio con gli altri.
Ci rimarrò per assistere D dentro mura che spero possano contenere la sua ombra fino a quando la furia che mostra nel volermi ritrovare si smorzerà e il suo corpo, le magliette banali, gli occhi furibondi di verde cupo e terra rossa attorno alla pupilla, si tramuteranno in uno dei tanti involucri, muto e accucciato, assieme a me e gli altri. Non posso abbandonare D per ora. Mi serve come il sole che brucia al pallore dell’alba. Ho sorriso dinanzi a questa pena, accettandone la tortura; il viaggio che mi era stato promesso avrebbe dovuto attendere.

La psichiatra si alza in piedi, io mi lascio seduto.
“Resto. Nel mio spazio bianco”. Glielo dico negli occhi.
Lei annuisce e si risiede.

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