L’anno prima della guerra. Agosto 1914

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia?

Per capire un anno decisivo della storia italiana, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’ultimo anno di pace prima della guerra e del fascismo. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura, sport, persone. Nell’aprile 1914 Salandra sostituisce Giolitti, i conservatori gioiscono: è la fine delle larghe intese. I socialisti confermano la linea rivoluzionaria di Mussolini e Lazzari. In maggio il Casale vince lo scudetto. In giugno Calzolari vince il Giro d’Italia più duro della storia. Subito dopo la “Settimana rossa”, ma la furia anarchica e rivoluzionaria si esaurisce nel nulla. Il 28 giugno a Sarajevo l’assassinio di Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia che conducono alla guerra generale. Cosa farà l’Italia?

La guerra è bella anche se fa male

Dopo anni di schermaglie, di scontri indiretti e di rivalità mascherate sotto la patina della cortesia diplomatica, l’Europa è in guerra. Gli storici discuteranno in futuro di chi sia stata la responsabilità ma in questi primi giorni di agosto del 1914 l’entusiasmo è alle stelle. E’ la resa dei conti finale. La Francia non può permettersi di perdere di nuovo. La Gran Bretagna deve contrastare l’ascesa della Germania a potenza egemone. La Germania ha bisogno di spazio vitale. L’Austria deve espandersi per nascondere il suo irreparabile declino. La Russia cerca i mari caldi. La Serbia aspira ad unire i popoli slavi dei Balcani. Il vincitore dominerà il continente, e quindi il mondo, per decenni.

L’augurio è che tutto finisca presto. Gli scontri di agosto vedono gli austriaci prenderle dai serbi. I russi, contrariamente alle aspettative, mettono in fuga tedeschi ed austriaci, mentre sul fronte occidentale le truppe di Guglielmo II devono faticare non poco per vincere la resistenza dei belgi ma a fine agosto si presentano alle porte di Parigi.

Italo Svevo, cittadino austriaco, in quelle settimane lascia Trieste per un viaggio d’affari. Da tempo ha abbandonato la letteratura, dopo l’insuccesso dei suoi primi due romanzi. Sposato con Livia, vive una tranquilla vita di commerciante nella fabbrica di vernici sottomarine del suocero. E’ spesso in viaggio. In agosto parte per Mulheim nella Ruhr dove resterà per più di un mese. Osserva i tedeschi, ne apprezza la calma e la disciplina nonostante emergano le prime difficoltà nella vita quotidiana. Svevo non ha dubbi sulla vittoria finale dei tedeschi.

La giovine Italia

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Prima pagina del 3 agosto 1914.

In mezzo a questo trambusto c’è l’Italia. Voglia di guerra non ce n’è. I socialisti sono contrari per principio a prendere le armi contro altri proletari per la guerra della borghesia imperialista. Saranno gli unici in Europa a mantenersi coerenti a questa impostazione fino alla fine. Nel resto del continente i partiti socialisti voteranno disciplinatamente i crediti di guerra senza eccezioni. I cattolici soffrono. Il papa Pio X non benedice le armi. I cappellani militari sì. Non ci sono scomuniche per l’empia commistione tra eserciti e religione. Il papa è preoccupato per la sua amata Austria, l’ultima potenza cattolica rimasta in Europa. I liberali aspettano ordini dal loro capo, Giovanni Giolitti.

Il nuovo capo di stato maggiore, generale Cadorna, ricorda al governo che l’esercito manca di tutto: equipaggiamenti invernali, bombe a mano, mezzi di trasporto, mitragliatrici, cesoie. Servono almeno altri 14 mila ufficiali. Aggiungiamo, l’esercito era esausto dall’interminabile crudele campagna libica, il paese non aveva grano a sufficienza, non aveva carbone (il 90% veniva dall’Inghilterra), ferro, gomma, materie prime. Come si fa ad andare in guerra? Il governo esita ma non può confessare apertamente la verità: il paese non vuole la guerra, l’esercito non è pronto.

Il re, rientrato rapidamente dalle vacanze, il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli esteri San Giuliano sono d’accordo su una cosa: aspettiamo gli eventi. A norma di diritto internazionale, non siamo tenuti a seguire Austria e Germania in una guerra offensiva sulla quale non siamo mai stati nemmeno consultati. Questa è la loro guerra. Se fossimo in tempo meno educati potremmo dire ai nostri alleati ‘fottetevi e lasciateci in pace’.

Il fumino Guglielmo II passa in rivista le sue truppe.

Il fumino Guglielmo II passa in rivista le sue truppe.

Purtroppo l’Italia non può restarsene tranquilla. Non siamo la Spagna, potenza periferica e addormentata. Siamo una penisola in mezzo al Mediterraneo, tra Francia e Austria. Siamo una piccola potenza con grande appetito che ama stare al tavolo dei grandi. Abbiamo qualche interesse da difendere nei Balcani e nel Mediterraneo e l’inazione è pericolosa quanto l’entrare in una guerra senza sapere cosa potremmo ottenere. La guerra cambierà gli equilibri europei e noi rischiamo grosso, chiunque vinca, almeno così pensano i nostri dirigenti. Con la Germania abbiamo meno motivi di conflitto anzi, la nostra classe dirigente, poco liberale e poco democratica, è risolutamente guglielmina. Il Resto del Carlino, il Mattino sono a favore della Germania, come anche un influente intellettuale come Benedetto Croce. Ma difficilmente l’Italia può schierarsi a favore dell’Austria, da cui siamo divisi da interessi geopolitici conflittuali. Non solo le regioni italiane degli Asburgo ma anche il controllo dell’Adriatico. Non possiamo permettere che l’Austria si espanda nei Balcani senza avere delle contropartite ma neppure siamo del tutto felici che la Serbia cresca e raggiunga il mare, prendendosi la Dalmazia. C’è poi il problema dell’Albania, debolissimo stato, che continua ad essere devastata dalla guerra civile.

Il 2 agosto il governo Salandra proclama la neutralità, anche se tutti si rendono conto che l’Italia non potrà restare lontana a lungo dal conflitto. Avviamo subito contatti con le potenze per vedere chi è disposto ad offrirci i migliori compensi. In tutto ciò i nostri dirigenti non si preoccupano affatto dell’opinione pubblica né del Parlamento. Il re, Salandra, il Ministro degli esteri Di San Giuliano ragionano con una mentalità ottocentesca. La politica estera è prerogativa di pochi. Morti, feriti e mutilati sono danni collaterali. I socialisti chiedono la convocazione del Parlamento ma il governo lo lascia in vacanza fino a dicembre. In pratica assume i pieni poteri. Il paese approva. In un’editoriale La Stampa dice che il governo deve essere lasciato libero di prendere le decisioni più razionali senza le influenze nefaste dell’opinione pubblica.

L'Imperatore Francesco Giuseppe I con il nipotino Otto.

L’Imperatore Francesco Giuseppe I con il nipotino Otto.

Il 2 agosto Vittorio Emanuele III manda un telegramma di cordiale amicizia a Francesco Giuseppe. Un secondo parte per Berlino, diretto al vulcanico Kaiser. E’ un piccolo capolavoro di doppiezza e di perfidia, una piccola vendetta del re sciaboletta che per anni ha sfigurato di fronte all’imperatore col chiodo. In sostanza Vittorio Emanuele gli racconta che lui è dalla parte della Germania ma che non può scendere in campo senza promesse di compensi, altrimenti sarebbe scoppiata la rivoluzione. In più confessa di non avere abbastanza potere. Guglielmo II scriverà a margine una serie di insulti ‘menzogna, furfante, impudente.’ La storiella del pericolo rivoluzionario ha qualche fondamento e sarà ricorrente da qui a maggio 1915, anche se è un’atroce balla. A giugno la Settimana Rossa ha spaventato i nostri vertici, ma ha anche dimostrato che nessuno è in grado di guidare il popolo, per quanto arrabbiato.

Nella migliore tradizione italica, tra fine luglio e inizio agosto c’è comunque confusione tra monarchia, governo ed esercito. Cadorna, prudentemente e attenendosi alla lettera del trattato della Triplice Alleanza, invia truppe al confine francese e si prepara ad inviare nove corpi d’armata sul Reno, come previsto dai protocolli militari firmati pochi mesi con la Germania. Salandra, di tutto questo, non sa nulla. Cadorna non sa dell’esistenza di un patto segreto di non aggressione con la Francia siglato nel 1902. Gira voce che il ministro degli esteri voglia comunque attaccare l’Austria. Londra gli avrebbe promesso in cambio Trieste.

La Germania, che conosce bene la storica doppiezza dei Savoia, prova a trascinarci in guerra. L’Austria però non vuole mollare il Trentino. Allora il re si rivolge all’altra parte. Il 12 agosto l’Ambasciatore a Londra Guglielmo Imperali di Francavilla sonda delicatamente il Foreign Office e comunica le preoccupazioni italiane su possibili sviluppi a suo svantaggio della guerra. In caso di passaggio di campo, però, la nostra richiesta comprende non solo Trento ma anche Trieste. Per il momento non se ne fa nulla. L’offensiva tedesca è in grande sviluppo. Qui appare una costante della nostra politica estera fino alla successiva primavera. Ad ogni offensiva tedesca, ci riavviciniamo alle nostre due antiche alleate. Ad ogni sconfitta della Triplice, andiamo a sondare il campo avverso.

La nascita delle ideologie

Fino a luglio era l’ottocento e una politica classica di potenza. Da agosto la guerra assume un valore ideologico. Uno scontro di civiltà, di razze, di sistemi politici e sociali. La brutale invasione del Belgio ha scosso le coscienze. L’Intesa può rivendicare di combattere per difendere la democrazia e i diritti dei popoli contro l’imperialismo. Perfino l’autocrate zar Nicola II promette ai polacchi la restituzione della loro autonomia alla fine della guerra. Si vedrà a Versailles cosa resterà di tutte queste promesse.

Figlio di Giuseppe, rivoluzionario di professione. Qui in Messico al tempo della rivoluzione, al fianco dei ribelli.

Peppino Garibaldi, figlio di Giuseppe, rivoluzionario di professione. Qui in Messico al tempo della rivoluzione, al fianco dei ribelli.

In Italia alcune piccole minoranze molto rumorose iniziano ad agitarsi in favore della Francia repubblicana. Già la sera del primo agosto, a Parigi, gli italiani si riuniscono in assemblea per creare una legione italiana. L’11 agosto Peppino Garibaldi inizia a raccogliere volontari italiani a favore della Francia. “O sui campi di Borgogna per la sorella latina o a Trento e Trieste”. Il giorno dopo, Cesare Battisti, deputato socialista moderato a Vienna, si trasferisce in Italia con il progetto di convincere la sinistra italiana a lanciare la guerra in favore delle terre irridenti. Pagherà con la vita.

I socialisti, riunita tardivamente la direzione il 3 agosto, segno della loro futura incapacità di governare gli eventi, annunciano una politica di neutralità assoluta. Niente guerra tra proletari, neppure se si tratta di difendere la libertà e la democrazia dei popoli. E’ una lettura delle cose molto limitata, anche se riflette da vicino i sentimenti del paese. Mussolini, direttore dell’Avanti!, sostiene la linea intransigente del partito, simpatizzando apertamente per i belgi, con strali feroci contro il militarismo tedesco. Mussolini difende Hervé, l’antimilitarista francese arruolatosi volontario nell’esercito francese. “Non è un guerrafondaio… così come non è un delinquente il pacifico cittadino che deve d’un tratto ricorrere alla browning per difendersi dall’attacco del bandito”.

Nasce il filone dell’interventismo democratico a favore della libertà dei popoli. Salvemini, sull’Unità del 7 agosto, proclama che “la neutralità assoluta… non è in alcun modo sostenibile, né dal punto di vista teorico, né da quello pratico.” Ma Salvemini polemizza anche contro i nazionalisti che vogliono l’espansione dell’Italia, affermando che l’obiettivo nazionale sono solo le terre austriache a grande maggioranza italiana, Trento ma non l’Alto Adige, il Friuli ma non Trieste e l’Istria. Qualche giorno dopo il partito repubblicano si dichiara favorevole all’ingresso in guerra al fianco della Francia, richiamandosi al patriottismo risorgimentale e antiaustriaco. Un antimilitarista come Nenni è per l’intervento. “Fra tutte le possibili soluzioni la neutralità era quella che mi faceva più orrore.” I socialisti riformisti di Bissolati (che si arruola volontariamente a 50 anni come alpino semplice) sono da subito per preparare il proletariato alla guerra contro l’Austria, per distruggere la “grande gabbia dei popoli”.

Leonida Bissolati si arruolò volontario all'età di 57 anni.

Leonida Bissolati si arruolò volontario all’età di 57 anni.

La guerra costringe a fare scelte. Il 18 agosto il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, durante un discorso tenuto a Milano si schiera con la Francia. “Se domani la grande lotta richiedesse il nostro intervento per impedire il trionfo della reazione feudale, militarista, pangermanica, potremo noi rifiutarlo? (…) Compagni! Io pongo la domanda: Che faremo qualora la civiltà occidentale fosse minacciata d’esser soffocata dall’imperialismo tedesco e solo il nostro intervento potesse salvarla? A voi la risposta!”

Nel frattempo i futuristi Marinetti e Russolo si arruolano nel Battaglione Lombardo volontari ciclisti. Nazionalisti e futuristi vogliono la guerra per risanare l’Italia dalla muffa della sua storia. Non vogliono un paese che viva di turismo e di musei. L’Italia deve affermarsi come grande potenza. Dalla loro parte artisti, giovani maschi pieni di testosterone figli della borghesia. Contadini ed operai restano refrattari a qualsiasi discorso di potenza.

La guerra divide le persone. Toscanini, reduce da vari trionfi a New York, nell’agosto del 1914 è a Viareggio insieme alla famiglia Puccini. La figlia Wally Toscanini racconta che “Puccini era un germanofilo, mentre papà odiava i tedeschi (…) Un giorno Puccini si lamentava dicendo che tutto andava male in Italia, che non c’era ordine, che tutti imbrogliavano, che le autorità facevano i propri interessi, che i poveri avevano sempre la peggio. Puccini terminò il suo discorso dicendo ‘speriamo che vengano i tedeschi a mettere le cose a posto’. Papà diventò una belva. Scattò in piedi e si chiuse in casa. Disse che non sarebbe più uscito perché se avesse incontrato Puccini lo avrebbe preso a schiaffi (…) Dopo una settimana però si riconciliarono.”

Anche la neutralità costa

In tempi più tranquilli. Puccini (sinistra) e Toscanini (destra) a New York nel 1910.

In tempi più tranquilli. Puccini (sinistra) e Toscanini (destra) a New York nel 1910.

Giolitti approva la scelta di neutralità. E’ l’unico che conosce bene la debolezza dell’esercito, della burocrazia e del paese. In una lettera a Di San Giuliano del 5 agosto scrive “Ritengo che ora più che mai dobbiamo coltivare i nostri buoni rapporti con l’Inghilterra, e far quanto ci è possibile per limitare o abbreviare le conseguenze del conflitto. Come ritengo pure che dobbiamo tenerci militarmente pronti.” I liberali si allineano ma anche restare alla finestra ha un prezzo.

Dall’inizio di agosto migliaia di italiani sono costretti a rimpatriare da Francia e Germania. Hanno perso tutto. Giungono su treni stracarichi. Alcuni bambini muoiono nella calca. A migliaia si rifugiano a Basilea dove sono assistiti dalle organizzazioni umanitarie svizzere. Molti si mettono in cammino a piedi per superare il Piccolo San Bernardo portando a mano i pochi averi. La pioggia insistente e il freddo mietono vittime. Il governo italiano si mobilita per alleviare la situazione. Allestisce treni speciali per trasportare i migranti indietro ai loro paesi di provenienza dove li aspetta un destino gramo di miseria e disoccupazione, distribuisce sussidi, generi di conforto. Poca cosa di fronte a questa tragedia collettiva. Alla fine saranno quasi quattrocentomila i rimpatriati.

Pio X spira nelle prime ore del 20 agosto. La guerra il dolore che l'uccide.

Pio X spira nelle prime ore del 20 agosto. La guerra il dolore che l’uccide.

La guerra chiude i mercati internazionali. I prezzi degli alimenti salgono immediatamente. L’economia, già in ristagno da alcuni anni, rischia una pesante recessione. L’Italia rischia di non avere sufficiente grano per sfamarsi, carbone per le industrie. Il governo emana dei provvedimenti per alleviare la crisi. Vengono bloccate le esportazioni di beni alimentari e nel frattempo si spera nell’arrivo del grano americano perché la produzione nazionale non è sufficiente per il fabbisogno. L’Inghilterra promette di mantenere i rifornimenti di carbone. Le industrie chiedono deroghe al rigido regime di chiusura. Si permette l’esportazione dei prodotti non indispensabili alla difesa e al mercato interno. La FIAT potrà esportare le automobili di lusso ma non i camion necessari all’esercito.

La guerra si fa sentire da vicino. Nell’Adriatico le squadre navali franco-inglesi ricacciano gli austriaci nei porti e sostengono il Montenegro con vigore dal mare. L’Albania, ostaggio delle mire delle grandi potenze, è in crisi terminale. Gli insorti mussulmani dilagano. Si moltiplicano gli arresti di presunte spie, soprattutto austriache e tedesche. Circolano voci incontrollate di mobilitazione in Veneto e in Trentino e i governi italiano e austriaco ribadiscono fermamente i loro intenti non ostili, ma i sospetti dall’una e dall’altra parte aumentano.

La guerra fa la prima vittima illustre

Mille amori impossibili. Sibilla Aleramo, scrittrice e giornalista, una delle maggiori personalità femminili dell'epoca.

Mille amori impossibili. Sibilla Aleramo, scrittrice e giornalista, una delle maggiori personalità femminili dell’epoca.

Il 17 agosto si ammala il papa Pio X che ha tentato in ogni modo di fermare la follia della guerra, senza ricevere alcuna considerazione. L’Imperatore Francesco Giuseppe aveva chiesto addirittura una benedizione speciale per le sue armi. Pio X si era rifiutato. L’agonia del papa è breve. A mezzogiorno del 19 riceve l’estrema unzione mentre una folla enorme si raduna in Piazza San Pietro. Muore all’1.35 del 20 agosto di pericardite, di dolore se vogliamo usare un altro termine. Viene ricordato soprattutto per aver aperto ai cattolici la possibilità di partecipare alla politica nazionale in funzione antisocialista. Il conclave inizia il 31 agosto non senza preoccupazioni per la situazione bellica. Il governo italiano si premura di assicurare a tutti i cardinali libero passaggio verso Roma.

Mentre le armi si incrociano in tutta Europa, alcuni cercano di continuare la loro vita. Sibilla Aleramo, la maggiore personalità femminile dell’epoca, continua con i suoi amori disperati. Stavolta è invaghita del giovane pittore Michele Cascella con cui convive ad Ischia. Lei 38 anni, lui 22 anni e una lunga carriera davanti. Il 29 agosto si trovano al foro di Pompei.“Michele dipinge. Un guardiano, seduto sui gradini, legge da solo ad alta voce, gestendo ampio, il giornale coi resoconti delle disfatte francesi. Sulle lastre di marmo corrono formiche. Cielo grave d’acqua. Vesuvio turchino con enorme pennacchio sfumante. Farfalline bianche. Neppure un visitatore. Pino di smeraldo sopra le arcate rossicce”.

Un ultimo momento di serenità prima dell’arrivo dell’autunno.

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