La vita è un viaggio inconcludente

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Il viaggio, inteso come un moto (non necessariamente fisico) verso luoghi in cui non si vive, è la metafora conclamata, e ampiamente abusata, della vita. Quante volte, nella cultura alta e bassa, si è avuta l’eco dell’assonanza, o lo stantia e routiniera affermazione che “la vita è un viaggio?

Tutti, dall’intellettuale al delinquente, potrebbero utilizzare tale espressione oratoria per palesare questo concetto della vita di tutti i giorni – per la verità molto simile a espressioni quali “di sicuro c’è solo la morte” o “l’arte imita la vita”. Dicerie lapalissiane quanto ovvie.

la vita è un viaggio inconcludenteLe arti, attraverso le storie che raccontano – da un film fino a un dipinto astratto –, si sono abbondantemente servite di questo ideologico tracciato – “la vita è un viaggio” – che, ormai, dopo secoli, è naturale definirsi un archetipo dell’essere umano. La vita è un viaggio, dunque.

È un viaggio la nascita di un bambino che dall’utero si affaccia al mondo, è un viaggio il lavoro di un uomo che, precariamente o stabilmente, passa la vita da un ufficio all’altro, o rimane inchiavardato sempre sulla stessa seggiola con i gomiti sulla stessa scrivania, pur trasformandosi con gli anni che scorrono (la grande storia di Ikiru del genio giapponese Akira Kurosawa racconta magistralmente il nirvanico percorso di un Oblomov nipponico, oscuro impiegato in un’oscura azienda); è un viaggio il cantiere di un’opera che ha un inizio e ha una fine – basti volgere lo sguardo alla vicenda della Val di Susa, dove i duelli muscolari dei No Tav e dei Pro Tav rimandano senza dubbio ad uno scontro insanguinato e moderno tra Achei e Troiani alla contesa di un territorio. Sono viaggi questi, poiché parabole che iniziano e finiscono.

Sì perché condizione necessaria e banale è che il viaggio abbia un inizio e una sua conclusione e che alla fine, a bilancio scritto, si possa trarre un sentimento, una prova, un estratto morale di quello che è stato.

Chi potrebbe negarlo?

Persino dopo la morte, il viaggio non finisce. Non perché vi sia un oltre-morte, o una qualche forma di metempsicosi, ma perché quello che siamo stati andrà a ripercuotersi, in modalità più o meno sostanziali, sulla vita delle persone che abbiamo preceduto.

Questa mancanza di una fine non è assolutamente consolatoria né seducente. A prima vista potrebbe aprire la porta a vite infinite, parallele, fantastiche, o romanticamente imperiture – lo spirito di Heathcliff intride per sempre le brughiere del North Yorkshire: sì vero, ma solo nel mondo inventato di un romanzo.

Il cinema ha cercato, sin dall’età dell’oro hollywoodiana, di esorcizzare tale mancanza della fine del viaggio-vita, creando uno strumento la vita è un viaggio inconcludente 3retorico e narrativo come l’happy end.

Senza andare troppo a ritroso nella cultura del Novecento, il cinema classico hollywoodiano, in seguito imitato nella fattispecie da tutte le cinematografie del mondo, cercò di chiudere il conflitto di ogni storia con un muro delle meraviglie che desse finitezza e compiutezza alla storia delle vite che raccontava. Non senza incorrere in qualche finale felice del viaggio – letteralmente traducendo – che non avesse nulla a che vedere con la storia fino a lì raccontata.

Se si osservassero con attenzione alcuni finali felici di classici hollywoodiani, si avrebbe la netta sensazione che il viaggio parabolico di alcune storie raccontate presentano distonie degne di uno zombie ridente tra i morti che camminano.

Tutti ricordano George Bailey in It’s a Wonderful Life di Frank Capra – La vita è meravigliosa. Tutti ricordano il finale natalizio e ricolmo di buoni sentimenti; uno Scrooge dal cuore d’oro che vede la luce grazie ad un angelo pasticcione ma dal coraggio indomito. Non tutti però si soffermano sul fatto che l’abisso in cui arriva Bailey è talmente profondo e carico di disperazione che non pochi critici hanno parlato di falso happy end. Una discesa agli inferi – il viaggio di Bailey – lascia ferite che neanche un tripudio condito da strenne di Babbo Natale può risollevare.

L’abisso del viaggio di Bailey si è spinto troppo in là, in limine con la tragedia di perdere tutto a causa del proprio idealismo; il fallimento umano e morale di George il puro – agnello lanciato in mezzo ad un oceano di squali -, penoso uomo che vede avanti a sé la sconfitta di una vita. Il finale felice è cucito per contratto, perché Capra – il famoso regista con il nome sopra il titolo – era un inguaribile ottimista, un uomo malgré lui da mainstream e il rooseveltismo ex post premeva.

Il viaggio, in questo film – un esempio tra i tanti che si potrebbero fare -, si conclude senza gloria. Neanche un happy end può salvarlo dal senso di smarrimento che la vita sa dare anche al migliore degli uomini quale George Bailey è.

la vita è un viaggio inconcludente 4Viaggiare in vita è da sempre l’ideale a cui anelano i bohemien di ogni epoca. Nelle culture occidentali e orientali, in ogni frammento di vita, arte, letteratura, vi è il viaggio come motore dell’esistenza. Nelle grandi opere di fondazione religiosa e culturale, l’epopea sublima il viaggio (dal Mar Rosso del Vecchio Testamento in poi); come nel Mahābhārata indiano dove le peripezie, gli stravolgimenti, le profezie e gli incastri producono un andamento iniziatico; o nell’Odissea di Omero dove, addirittura, il viaggio è il protagonista assoluto della storia, e Ulisse è solo un pretesto narrativo, un feticcio umanoide che corre via con la mostruosa grandezza dell’esistenza in moto perpetuo.

Alla fine dei viaggi di questi due poemi, il senso di finitezza è assente. I Greci che avevano inventato, nelle loro opere, tutti gli strumenti narrativi che saranno usati dalla cultura europea e nordamericana, in questo poema che sovverte ogni regola, ci mostrano il vero senso della vita. Che non c’è. Inconcludente, ma così pieno. Un ossimoro paradossale che recinta e racchiude il significato inconoscibile della vita di un uomo.

Viaggiare, si dirà, è romantico. Certo, molti si identificano con Ismaele o con quegli alpinisti scalatori che da sempre infiammano i cuori di chi vuole raggiungere le vette dell’infinito. Costoro che vagano tra sogni di bambina moccolosa, si dimenticano le sbornie del mare che ribolle sotto la nave, gli accadimenti tragici sui monti sontuosi dalle Ande ai complessi himalayani, il sudore, la fatica, la puzza. Però, viaggiare è Il viaggio è la vita incocludente 5romantico, soprattutto sulla carta ideale di chi non ha mai viaggiato veramente. Sono escluse dal vero viaggio le puntate low cost in capitali europee, gli itinerari esotici fornitici dalle agenzie del tipo “Avventure”, “Sii il Rambo che c’è in te” e chi più ne ha ne metta. Ciò, ovviamente, non significa viaggiare, ma è un misero palliativo per patetici Ulissi e Gulliver sormontati, oramai, dalla gelatina viscida del consumismo, del carrierismo lavorativo, della vita stanca e agra prescritti dal modello occidentale.

Le storie di Into the wild, Easy Rider, Il Sorpasso, Grizzly Man ecc. rappresentano specchi per pochi. Il viaggio concluso con la morte, forse, è l’unico viaggio possibile che restituisce il senso della vita. Forse perché chiude il cerchio senza frustrare il presente ripetitivo? Sarà; eppure, per la società in cui viviamo, intraprendere tipi di viaggio che sgorghino da un bisogno ancestrale è un’alternativa per sparuti e quasi estinti indianini. Grandi reporter come Ryszard Kapuściński e Tiziano Terzani sono validi esempi di tali indianini.

Gli occidentali, tale bisogno, lo hanno abbandonato. Estinto, e barattato dal viaggio tascabile, artificioso e lasco di un tragitto last minute.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. wulfy

    scusi ma a lei hanno rivelato (che fortunato!) che non c’e’”un oltre-morte o una qualche forma di metempsicosi ?

    Rispondi

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